MIMMO FORNARO RACCONTA...
CAPITOLO XII
Le cose a volte camminano per il loro verso, a nulla serve forzare il passo e nulla va per caso. La scena che a Mario apparve avanti agli occhi, quando la polizia aprì la porta di casa di Pino, non l’avrebbe mai dimenticata. Pareva che tutto fosse congelato lì dentro. I vestiti sulla sedia nella cucina poggiati alla rinfusa, una tazza di caffé piena a metà sul tavolo e tutto il resto come se fosse lì, immobile da sempre. Persino il giradischi, quello di cui Pino andava fiero e che aveva suonato alle loro feste in casa, girava sull’ultimo solco sputando fuori dalle casse altoparlanti quel rumore che Pino odiava... non far mai friggere il disco, si rovina la puntina! ... anche quel rumore sottolineava il gelo che pervadeva in casa del suo amico. Tutto era immobile come il corpo di Pino, steso sul letto da una quantità di sonniferi che gli avevano dato il sonno dal quale non si sarebbe mai svegliato. Su un foglio di carta, poche righe vergate con la matita con cui scriveva la sua musica, posato sul comodino alla sua destra e fra le dita la sua ultima sigaretta, spenta, mai fumata. Mario lo guardava, incapace di muoversi. Il poliziotto, dopo aver scosso Pino e infine tastato, scambiò uno sguardo al collega che capì al volo invitando Mario ad uscire dalla camera ma la sua voce era lontana chilometri, arrivava da un mondo lontano da quello in cui ora si trovava, un mondo di ricordi che sapevano di echi di suoni di risate, di canzoni suonate appoggiati sul cofano di qualche auto parcheggiata, di calzoncini corti, di scarpe sfondate, risuolate e sfondate ancora, di confidenze ridicole ora, ma importanti per due ragazzini che vedevano il mondo a portata di mano.
“Signore... Signore deve allontanarsi ora, per piacere... aspetti in cucina e non tocchi nulla...”
Tutto immobile.
Congelato.
Caro Amico mio,
eccoci ancora insieme a condividere qualcosa.
Questa te la volevo risparmiare in verità, ma è giusto che ancora una volta sia io a stupire... sono sempre stato bravo in questo, vero?
Non ci sono motivi per il mio gesto,non c’è mai un buon motivo per cercare la morte, forse solo la stanchezza e la voglia di vedere se al di la del sonno c’è qualcosa per cui vale la pena dire: ho vissuto.
Ho corso troppo nella vita, lo sai, e di battaglie ne ho combattute...tante, anche perché ho cominciato presto.
Grazie di essere stato al mio fianco, sempre, anche quando tu magari non lo sapevi che ero io ad aver bisogno di te. Pensavi che lo facessi per nostalgia o per aiutare te.
No, Mario,ero io che col mio finto coraggio mi nutrivo della tua presenza, della tua amicizia per trovare ancora il senso di quello che facevo. Sarà mal di vivere?
Non lo so, di certo ho fatto ciò che volevo, senza rimpianti e senza guardarmi indietro. Credimi, non lo faccio per i debiti che ho contratto, a parte il tuo aiuto, avevo altre carte da giocare. Ma il tuo gesto, sebbene lo prevedessi, mi ha commosso. Ecco, ti ho dimostrato che non sei un egoista. Il tuo tempo per pensare agli altri lo hai trovato. Prima evidentemente non serviva, ed era sopito in te, ma era lì, pronto ad essere presente quando ce ne fosse stato bisogno. Prendi il mio gesto come il brutto scherzo di un amico che non ha mai preso sul serio la vita e ha voluto fare la stessa cosa con la morte.
Suoneranno anche qui, vedrai, ed io con la faccia da culo che ho sempre avuto, metterò su un’altra band. Non con tanti elementi, e magari neanche tanto bravi, ma che mi daranno la dimensione giusta peri essere sereno con me stesso.
Stammi bene Mario e vivi la tua vita senza paure. I due mari ti hanno fatto bene, ieri eri splendido. Quella villa a Taranto ha l’affitto pagato fino a Gennaio. Puoi andare quando vuoi. Salutami Luca e abbraccialo per me. Per te invece, prendi tutto l’affetto di chi negli untimi attimi è stato felice di esserti amico.
un abbraccio.
Pino
Il mondo non si era fermato, tutto continuava a scorrere con la sua velocità. Sirene, domande, ambulanze... ci volle un po’ di tempo per Mario prima che tutto coincidesse coi suoi dove e i suoi quando. Restò abbastanza in città per rivedere Monica insieme a Carlo, incontrarla al funerale di Pino e capire che ormai non c’era nessun legame fra loro.
Spesso il rimpianto si maschera d’amore ingannando chi ha voglia di credere che tutto possa tornare quello che era.
Mario è tornato a Taranto, col suo cane che assumeva sempre più un aria umana, e Monica troverà la forza di ricominciare con Carlo o con chi sentirà di proseguire il suo cammino. Non ci sono vincitori o perdenti, a nessuno spetta il privilegio di essere l’uno o l’altro. ci saranno altri orizzonti, di questo abbiamo bisogno, non di certezze e tanto meno di speranze. Orizzonti, orizzonti diversi o, se vogliamo crederci, simili, ma pur sempre orizzonti, lontani, che possono sembrare irraggiungibili e che sempre diversi ci danno l’illusione di essere nelle nostre mani nell’attesa che la luce ne riveli altri.
Non c’è il coraggio in chi forza se stesso a custodire un orizzonte. La vita è un’altra cosa, un affannarsi a ricomporre un puzzle dietro l’altro.
Il mondo continuava a girare alla sua velocità. Pino l’aveva voluto fermare, ma tutto in superficie si muoveva come sempre. Il tempo avrebbe continuato a girare anche dopo di lui. Inevitabilmente. Un tango di gente che muove i passi pianopiano, veloceveloce...
ATTENTI AL TEMPO!!!
Se lo perdi stai fermo un giro e ti tocca attendere un nuovo tango, migliore o peggiore. Chi può saperlo.
Nell’incertezza, mi piace credere che Mario e Monica avrebbero ballato a lungo. Senza sentirsi principianti o maestri.
I principianti per paura di mettersi in gioco, sognano, idealizzando chi per prima gli ha fatto capire che è bello ballare, così come chi crede di poter insegnare indicando i passi, non si accorge che il tango è cambiato. Hanno sbagliato tutto.
In ogni sala, in un angolo, gomito a gomito, i principianti timidi e gli insegnanti presuntuosi non, non ballano.
Mai.
Fine
in attesa di un nuovo capitolo...
che c'è di male se continuo a credere alle sirene?clicca per ascoltare una mia canzone...
La sveglia liberò Monica dall’incubo di una notte insonne, Si sentiva spossata. La sera precedente, passata fra le braccia di Carlo, l’aveva scossa. Trovarsi abbracciata a quell’uomo le aveva dato una strana sensazione. Non era dispiaciuta per aver accettato Carlo, sentiva di essere amata e questo se da un verso la gratificava, dall’altro segnava una nuova svolta alla sua vita. Aveva avuto la forza di allontanarsi da Mario e questo significava il voler tagliare i ponti con un passato da dimenticare. Durante la sua notte si era chiesta se avesse fatto la cosa più giusta, si chiedeva se non fosse stata troppo avventata nell’accettare quell’uomo che fino a qualche ora prima aveva considerato un amico, ma si ripeteva che era giusto così, non aveva senso restare sola quando lei per prima aveva scelto di allontanarsi da Mario. Erano passati due anni, due anni in cui si era appartata dal resto del mondo, celando i suoi sentimenti agli altri e a se stessa. Aveva mortificato il suo cuore precludendo l’accesso a chiunque avesse cercato di esserle vicina. Carlo era stato paziente, presente nei momenti difficili e rispettoso dei suoi silenzi. Gli era grata di questo. Sapeva di avere un caratteraccio, ma se Mario lo aveva spesso contestato, a Carlo pareva piacesse. Carlo diceva che non ci sarebbe stato gusto ad avere una donna capace solo di compiacere il compagno. Esattamente quello che dopo ogni lite con Mario lei ripeteva. Mario però la faceva calmare. Metteva sul volto un sorriso sornione e cominciava a prenderla in giro sapendo che l’avrebbe fatta imbestialire di più. Mario non compiaceva nessuno, anche lui difendeva sempre fino allo spasimo le sue ragioni, ma non sopportava i musi lunghi per troppo tempo, quindi iniziava il giochetto, conscio del fatto che lei avrebbe accettato di giocarci. Magari lo avrebbe fatto penare prima di fare pace, ma anche questo faceva parte del gioco. Era incapace di resistere ai suoi occhi verdi mentre questi faceva la voce da bambino, offrendole il mignolo in segno di pace come si faceva quando ci si riappacificava fra compagni di giochi... Pace pace di Gesù non lo faccio più!
Carlo non era esattamente quel genere di persona. Sapeva ascoltare senza invadere con le sue opinioni le argomentazioni altrui. Non avrebbe mai interrotto un suo discorso con un “No, mi dispiace ma questa è una stronzata!”. No, lui no. Era un tesoro.
Avrebbe funzionato? La vita a volte ci pone i suoi quesiti senza risposte per il puro gusto di renderci incredibilmente in balìa degli eventi. Il suo cellulare squillò. Si chiese chi potesse essere, ma capì subito che dall’altro capo del telefono c’era Carlo. Ebbe un fremito, che non era esattamente addebitabile all’ansia di chi ama e vuole ascoltare la voce del suo uomo. Lei però si convinse che fosse così. Indossò per se stessa un sorriso e rispose al telefono.
Mario salì per le scale del palazzo di Pino tenendo avanti agli occhi il comportamento duro di Carlo. Monica meritava la difesa di un amico, ma Carlo era stato esagerato. Per la prima volta provò gelosia per Monica. Fino a quel momento non gli era neppure sfiorata l’idea che lei avesse potuto frequentare chiunque non fosse un amico...
come Carlo.
Mai avrebbe potuto concedersi a una persona che non conosceva bene...
come Carlo...
No...
si disse
...sarebbe...
si appoggiò al corrimano esaminando quel pensiero per ricacciarlo in qualche angolo della testa.
Non può essere... è impossibile! Sentenziò.
Ma quel dubbio non se ne andava.

Mario arrivò a casa verso le nove.
Quella mattina era uscito di casa molto presto. Aveva fatto una lunga passeggiata respirando l’aria frizzante profumata di erba fresca dei campi poco distanti da casa, insieme a Drugo. Il cane sembrava gradire quegli spazi e accelerava il passo imponendo al compagno di percorso (Così amava definirlo Mario) un ritmo affrettato. Mario su Drugo non aveva mai inveito violentemente e non l’avrebbe mai fatto, lo aveva ripetuto a chiare lettere a chiunque gli aveva consigliato, con fare esperto, di imporsi sul cane quel tanto che bastava da fargli capire chi era il padrone.
Non sono stato capace di essere padrone della mia vita, figuriamoci di quella di un cane...
Per farsi ubbidire, Mario ripeteva scandendo bene e insistentemente, i comandi (Lui li chiamava regole per una buona convivenza), ed era riuscito a farsi ubbidire quando voleva si mettesse a cuccia e alcune volte quando lo esortava insistentemente di andare ad un passo più lento. Quella mattina, invece, Drugo era irrefrenabile, sembrava volesse tirasse una slitta incastrata sulla neve. Stancò Mario, il quale per essere comunque riuscito a gestirlo, era inorgoglito. Dopo la doccia, guardandosi allo specchio notò come in così poco tempo il suo aspetto fosse mutato. La pelle del viso era abbronzata quel tanto che bastava per conferirgli un aspetto sano, i muscoli delle braccia e del corpo erano tonici e le gambe si erano ricoperte di fasci muscolare che qualche tempo prima non ricordava esistessero sotto la sua pelle. I due mari di Taranto gli avevano fatto bene e si sentiva anche meglio nel gestire le sue crisi di carenza di Monica... diciamo che era sufficientemente impegnata.
Arrivò in banca che era affollata e si mise in fila. Aveva incontrato diversi conoscenti mentre si recava lì, ma non si era fermato con nessuno, nessuno infatti pareva si fosse accorto che era partito e ritornato. Lo avevano salutato come se nulla fosse accaduto.
Infatti, nulla era accaduto, aveva forse risolto i suoi problemi?
No di certo.
Tutto era così come era, soffriva sempre per Monica, e nessuna persona o cane avrebbe alleviato la sua pena. Finalmente arrivò il suo turno, prese l’assegno e lo infilò nel portafoglio.
All’uscita, mentre si recava in direzione della casa di Pino, incontrò Carlo. Mario sapeva che era l’unico amico che Monica frequentasse. Carlo per lui era stato solo uno dei tanti satelliti che entrano nel tuo cosmo senza influire minimamente nell’equilibrio ognuno di noi si illude di trovare.
Adesso la confidenza di un tempo lasciava spazio all’imbarazzo di chi si sente in colpa per non aver trattato bene una persona che entrambi amavano. Che Carlo amasse Monica gli era saltato agli occhi, ne aveva parlato perfino a quella “zuccona” ma seppure lei se ne fosse accorta non gli avrebbe mai dato speranza.
Questo almeno era quello credeva Mario.
Tentò di offrirgli il caffé ma Carlo rifiutò. Disse che andava di fretta, sembrava volesse sfuggirgli e Carlo avvertì questa urgenza. Capì che se voleva chiedere qualcosa di Monica, doveva sbrigarsi.
“Lei come sta?”
“Si sta rimettendo su.”
“Studia ancora fino a tardi?”
“Si, ha tanto da fare”
“Lo so, lei poi si butta a capofitto nelle cose”
“Già...”
“Già.”
“Senti, ora devo proprio...”
“Chissà se vorrà vedermi
“Non credo, lasciala in pace”
“Le vorrei parlare, se tu potessi...”
“È un po’ tardi, che dici?”
“Forse non tanto. Mi manca.”
“Lasciala in pace”
“Ho fatto una cazzata, lo so, ma chissà se parlandole non riusciamo...”
“Non ne vuole più sapere di te, lo sai.”
“Lo immagino.”
“Appunto.”
“Io parto stasera, vado a Taranto, dille che sono lì e che...”
“Ciao Mario.”
“Ma cos’hai?” gli gridò dietro quando questi se ne andò. Mario aveva notato l’irrigidimento di Carlo e ne era indispettito. Dopotutto che bisogno aveva di trattarlo così? Non doveva certo dare conto a lui se voleva...
Oppure si?

“Amico mio, non c’è dubbio, sei un pazzo. Ma come ti viene in mente di tornare qui?... e questo cavallo vestito da cane è Drugo?”
“Lascia stare e dimmi di quanto hai bisogno.”
Pino, con la sigaretta in bocca e la mano in tasca che cercava l’accendino, aveva visto subito Mario che era di fronte alla porta di Itaca. Aveva abbracciato l’amico commosso dal gesto che questi aveva fatto per lui, Mario però non aveva voglia di perdere tempo. Era preoccupato per la situazione e non avrebbe gradito le solite battute di spirito di Pino..
Voleva che Pino gli dicesse tutto
“Mario, perché ti vuoi caricare addosso pure quest’altro guaio?” Rispose grave Pino.
“Gli amici aiutano gli amici in difficoltà, se no a che servono? E poi mi hai offerto la possibilità di starmene a Taranto. Lo sai mi ci trovo da dio lì. Sputa il rospo ora o ti faccio sbranare da Drugo!”
”20000 euro... è una bella cifra vero? E se non li do al più presto salirà ancora. ”
”Niente di grave. Domattina vado in banca. Ci vediamo a casa tua verso le undici.”
”Mario, ti prego, troverò il modo...” ma la faccia diceva che non ne era poi tanto convinto.
“Ci vediamo domattina” ribadì e andò via lasciando Pino con la sigaretta spenta fra le labbra e un sorriso commosso che gli incorniciava il volto.
Gli amici sono amici, stupiscono sempre, anche quando sai che per loro faresti l’impossibile e potresti aspettarti lo stesso; anche quando magari pensi che con un amico non sarai mai solo e che sei una persona fortunata. L’amico può essere tutto e per una sera così come per una vita. Pino quella sera davanti al suo pub, con quella sigaretta spenta e quel sorriso ebete si sentiva grato alla vita per aver ricevuto in dono un amico. Forse l’unico, ma che sarebbe bastato a dare un senso alle tante domande che spesso affollano i nostri momenti difficili.
“Ecco, ora lo sai, anche se avresti dovuto capirlo da un pò.”
Carlo era sollevato. Era riuscito a parlare senza omettere nulla. I suoi tanti dubbi su quello che sarebbe stato il momento giusto per sviscerare i suoi sentimenti erano scomparsi. Non poteva andare avanti così. Ora stava a lei aprirsi, parlare senza che lui portasse a casa i suoi dubbi se un abbraccio o un sorriso di Monica erano di amore o di semplice gratitudine per l’amicizia che li legava.
Sapeva che Mario esisteva ancora nel suo cuore, ma non ne avevano più parlato da un bel pezzo. Poteva aver cicatrizzato le ferite ricevute ed essere pronta a darsi all’amore che mai avrebbe risparmiato. Un amore paziente che gli aveva riempito le giornate da tanto tempo. Era pieno di lei, del conforto che i suoi occhi gli davano, del suo mondo incasinato che contrastava con la sua vita regolare.
E ora attendeva guardandola mentre lei prendeva fiato per cercare le parole.
Monica, per quanto conservasse dubbi sull’amore che Mario gli aveva dato, non aveva mai rinunciato all’idea che questi potesse rifarsi vivo, ed era adirata dal fatto che mai dalla loro separazione ci fosse stato un benché minimo tentativo da parte di lui di sentirla.
Ma Mario era fatto così e lei glielo aveva sempre rimproverato. Lei spesso chiamava codardia la sua assenza di reazioni dopo una lite. Lei era un osso duro, lo sapeva, ci andava giù pesante anche a costo di chiudere bruscamente discussioni mentre Mario cercava giustificazioni. Ma quella non era stata una semplice lite, si erano detti tutto, lui le aveva confessato quello che lei non si sarebbe mai aspettato e che mai avrebbe perdonato. Del resto riconosceva a se stesso che se mai lo avesse incontrato per strada non sarebbe riuscita a trattenersi dal rinfacciargli il torto subito. Per di più era andato via, sparito chissà dove. Pino le aveva detto che soffriva, ma non voleva dire che l’amasse ancora tanto da trovare il coraggio di tornare da lei con la sua faccia da ragazzone e quel sorriso irresistibile che tanto la faceva arrabbiare se ancora doveva sbollire la rabbia. D’accordo, era tosta, ma lui doveva tentare di riconquistarla... e non l’aveva fatto.
“ Senti Carlo, sai che batosta ho avuto...” adesso le parole le uscivano dalla bocca senza che lei sapesse esattamente dove l’avrebbero portata. “...sarei un ipocrita se dicessi che non mi aspettavo questo momento, ma non mi ero mai chiesta cosa ti avrei risposto. Mi piaci molto come persona, sei stato molto caro con me e sei rimasto al mio fianco senza chiedermi nulla. Solo per darmi conforto. Penso ancora a Mario, ma so che è una storia finita. Se solo mi dessi ancora un po’ della tua pazienza...”
Sul volto di Carlo apparve un velo di delusione che toccò il cuore di Monica. Chissà, forse l’amore di cui lei aveva bisogno era sempre stato lì davanti ai suoi occhi e lei non l’aveva voluto vedere. Non era mai stata fisicamente attratta da Carlo, non aveva mai desiderato toccarlo come succedeva con Mario quando ancora amici si battevano in discussioni animate solo per il gusto di stuzzicarsi. Quando poi avevano fatto l’amore per la prima volta era stato come volare... ed era stato uguale anche fino all’ultima volta che avevano giaciuto nel loro letto. Lui era un amante dolce, eccezionale e lei si dava completamente col trasporto di una donna desiderosa di non perdersi neanche un briciolo di quel volo, di quello sbattere di ali nello stomaco. Tuttavia il sentimento che provava per Carlo doveva essere molto simile all’amore. Con Mario era una combinazione unica. Fortunata. Irripetibile. Forse quello che provava per quell’uomo che forse l’aveva capita più di tutti era l’amore di cui tutti parlano... o forse no, ma la voglia di non rimanere sola e di tornare a sentirsi amata oltre che quell’espressione disarmante le fece aggiungere: “...dovrai aiutarmi a tornare ad amare”
e si alzò dalla sedia per accogliere il suo abbraccio.
Carlo era in cucina seduto accanto al padre di Monica, guardavano il telegiornale commentando di tanto in tanto le notizie lette dal conduttore. Carlo era ormai di casa, quasi ogni sera passava anche pochi minuti da Monica e per i genitori di lei era una figura rassicurante. Più volte Monica si era sentita chiedere dalla madre se fra loro c’era qualcosa, se per caso non stessero già insieme. Carlo appariva una persona rassicurante, con un lavoro stabile presso il negozio di elettrodomestici del padre, al contrario di Mario, di cui non capiva bene cosa facesse per vivere e che non amava molto intrattenersi con loro se non in alcuni inevitabili ricorrenze. Per una martire della casa come lei ci sarebbe voluto un genero più disponibile, che non allontanasse la figlia dalla casa natia e che magari li aiutasse nelle piccole manutenzioni di casa. La verità era che non sopportava l’idea di sapere che la sua unica figlia condividesse la casa con un uomo senza essere regolarmente sposata. Al padre, invece, Mario non dispiaceva per niente, conosceva il carattere spigoloso di Monica e lo stimava per come fosse riuscito ad ammansire quella figlia che quando perdeva le staffe era capace di provocare un terremoto. Lui sapeva come prenderla, la lasciava sbollire per poi farla sorridere con una battuta disarmante. Si capiva che erano innamorati e questo gli bastava. Per questo non volle sapere nulla sulla loro separazione, Monica era grande abbastanza per prendere una decisione e se ne aveva presa una così drastica niente e nessuno l’avrebbe fatta tornare indietro. Né lui né Mario che erano gli uomini che Monica amava di più. Carlo... beh Carlo lo avrebbe certo accettato, ma non sarebbe stato molto contento.
Quando Monica fece capolino dalla porta della cucina e salutò tutti, vide il volto di Carlo illuminarsi, ma allontanò da se il pensiero. Si dette subito da fare a prepararsi qualcosa da mangiare mentre la madre le apparecchiava un lato del tavolo.
“Mangi con me, Carlo?” Esordì lanciandogli un sorriso
”No, grazie, ho già cenato” rispose lui educato. ”Hai fatto tardi stasera”
“Ah si? Non me ne sono resa conto. Avevo voglia di fare due passi e così...”
”Potevi dirmelo, sarei passato a prenderti.”
“È stata una decisione improvvisa, sai com’è, e comunque ho un sacco di lavoro da fare”
Monica mangiò in fretta e si ritirò in camera seguita da Carlo. Si strofinò gli occhi e accese il computer.
“Come è andata la tua giornata?” chiese all’amico.
“Al solito, tutto normale. Ti ho mandato una mail stamattina, l’hai letta?”
“No, non ne ho avuto il tempo. Di che si tratta?”
“Magari la leggerai dopo, ora vorrei parlarti.”
Monica sollevò il capo lanciandogli uno sguardo incuriosito.
“Che è successo?” Gli chiese, ma in un attimo capì che ancora una volta Mario aveva avuto ragione.
Osservò l’amico. Lui evitò i suoi occhi, probabilmente aveva da un bel po’ a mente quello che voleva dirle e finalmente aveva raccolto il coraggio di manifestare quello che provava per lei.

Monica quella sera decise di fare un giro più lungo per tornare a casa, si avvicinò a due isolati da dove aveva abitato con Mario. C’era passata altre volte anche se con l’auto, sotto il portone e sempre quando sapeva che Mario era al lavoro. Era molto orgogliosa, e l’incontrarlo avrebbe significato un suo imbarazzo, adesso che il sangue era raffreddato, si chiedeva cosa avrebbe fatto se mai si fossero incontrati faccia a faccia. Probabilmente non sarebbe riuscita a frenarsi dall’aggredire a parole Mario, che non avrebbe potuto far altro che annuire e subire... cosa che la faceva andare in bestia. Ma d’altro canto, cosa avrebbe potuto dire? Lui era il ... ma perché me l’ha voluto confessare? Si era chiesta centinaia di volte. Forse voleva lasciarmi per... ma no, non l’ha più frequentata, lo so.... ma allora?... Non riusciva a farsene una ragione. Istintivamente si mordicchiò il labbro, lo faceva spesso ma fu Mario il primo a farle notare quel vezzo.
Mostra la bambina che ti sforzi di nascondere... diceva. Se l’avesse vista adesso, mentre si mordeva il labbro, con le guance rosa per la salita che aveva percorso per arrivare lì, i neri capelli gradevolmente spettinati sul davanti per il suo modo di spostarli dagli occhi: quegli occhi in cui si perdeva, gli occhi di cerbiatto come li chiamava lui, che l’avevano catturato; Mario non avrebbe potuto fare a meno di aggiustarle il collo della camicetta come si fa ai piccini prima che questi entrano in classe e lasciarle un caldo bacio sulle labbra senza staccarle gli occhi da dosso.
La serata nonostante fosse calma, era fresca, il golfino che aveva sulle spalle sarebbe bastato a riscaldarla, i suoi brividi però non dipendevano dalla fresca serata, quanto dalla solitudine e dalle sue troppe domande che affollavano la sua mente.
Non dovevo passare da qui... si disse mentre passò davanti il portone e alzò la testa. Osservò quel balcone del secondo piano dove innaffiava i gerani. Adesso sul quel balcone da un po’ non c’erano più piante. Sorrise, Mario non era mai stato un “pollice verde”. Si rideva spesso del fatto che si ostinasse a piantare qualcosa che inevitabilmente sarebbe seccato.
Fu un vero caso se i due non si incontrarono.
Mario svoltò l’angolo si casa quando lei ancora sorridente girò dall’altro lato. Anche per Mario fu inevitabile guardare in alto quel balcone. Non la sentiva più casa sua da quando lei era via, tornare tuttavia, anche se dopo qualche settimana gli procurò una stretta al cuore. Era come se il tempo si fosse riavvolto e lo avesse riportato alla prima sera senza di lei.
Drugo salì senza indugio i due piani e docilmente si adagiò sul pavimento della cucina. Mario provvide a dissetarlo con dell’acqua versata in una pentola che non usava più e non si era mai deciso di buttare.
Servirà a qualcosa prima o poi... Era arrivato quel momento.
Fece una doccia e indossò una felpa col cappuccio e un paio di jeans. Non aveva bisogno di essere elegante per andare al pub di Pino. Solo quando uscì di casa col suo grosso cane si rese conto che non sarebbe potuto entrare nel locale con lui. Indugiò un pò, poi si incamminò lo stesso in quella direzione.
Si affaccerà al porta del locale per fumare una sigaretta... si disse accendendone una con un po’ di difficoltà visto che con la mano destra reggeva il guinzaglio. Itaca, il pub di Pino, non era vicinissimo a casa, ma camminare avrebbe sgranchito le zampe massicce di Drugo, anche se più volte, durante il viaggio, Mario aveva fatto soste nelle piazzole degli autogrill per passeggiare col cane, visto che si sentiva in colpa per averlo portato con se, per chilometri, nel cofano dell’auto.
Era davvero una bella serata, magari un po’ fresca, ma piacevole. Monica ne respirò una boccata prima di entrare nel portone di casa e istintivamente si scoprì a guardare dietro di se. Chissà chi si aspettava di vedere, magari nascosto nell’ombra. Dominò quel pensiero.
Che scema, avrei dovuto imparare la lezione, invece...
e salì per le scale.
CAPITOLO X
“Allora, Pino, non ne abbiamo più parlato, hai trovato il modo di uscirne fuori da questa storia?”
“Non ancora, Mario, ma siamo sulla strada giusta...”
“È un po’ che te lo sento dire, non vorrei che...”
“...Drugo come stà?”
“Cazzo, Pino, la smetti di cambiare discorso? Stai attraversando un momentaccio e non lasci a nessuno lo spazio per aiutarti.”
“ Ehi, fratello! Apprezzo il tuo interesse, ma... lascia stare.”
“Certo, e magari ti metti in mano agli usurai per farti spolpare a dovere, e...”
“...............”
”Pino?”
”...............”
“Pino?”
“..Ti ho detto di lasciar stare...”
“Cazzo, ci sei già dentro! Di quanto? Ho dei soldi da parte, lo sai ho venduto la casa dei miei tre anni fa, i soldi sono vincolati ma...”
“Sei un amico, lo apprezzo molto, ma lasciami fare.”
“Non fare cazzate, piuttosto. Io arrivo stasera”
”Ma sei scemo? Io...”
“Clic.”
Con una velocità sbalorditiva Mario cominciò a raccogliere le sue cose, sarebbe partito subito per raggiungere l’amico. Era il sabato che preludeva le Palme e probabilmente avrebbe trovato traffico sulla strada, in molti scelgono l’Abruzzo per le loro gite fuori porta, e tanto valeva partire presto.
Sistemò Drugo nel bagagliaio risistemando per sicurezza la retìna che separava il cane dai sedili davanti, caricò i pochi bagagli sul sedile accanto al suo e partì verso quella che era stata la sua casa, con un groppo in gola.
Certo, non è giustificabile per uno che fugge dal suo luogo di nascita e si rifugia in una città diversa in tutto e per tutto dalla propria, affezionarsi tanto a quest’ultima tanto da sentirne il distacco in modo così violento. Capiva ora quanto il mare, come il canto delle sirene di Odisseo richiamasse a se le creature ignare del suo richiamo.
Magari fosse con me Monica... si scoprì a pensare.
Chissà se avrebbe condiviso le sue emozioni...
Ma certo, è pur sempre la mia donna, anche se lontana... lo sarà sempre.
Drugo con la testa fuori dal finestrino, attirava gli sguardi della gente e costringeva Mario ad andare lento; meglio così, non amava la velocità e ora aveva un buon motivo per non correre.
Percorse il ponte di Punta Penna che attraversava il Mar Piccolo e ancora una volta si perse nel mare e nei pensieri. Sarebbe ritornato lì, lo sapeva, ma adesso doveva pensare all’amico.
Accese la stufa per scaldare la stanza da letto e andò in bagno sbadigliando. La giornata era stata faticosa, ma doveva cominciare a pensare a quello che avrebbe dovuto fare della sua vita. Con Luca aveva affrontato l’argomento, lui conosceva diverse persone che lavoravano il emittenti radiofoniche, televisioni private o studi pubblicitari. A Taranto era difficile che chi si occupasse di qualsiasi forma d’arte non conoscesse l’aquilone, Luca si era offerto di presentarglieli per parlare di lavoro, ma al momento Mario non riusciva a pensare di rimettersi davanti ad un microfono e riprendere a lavorare.
Aspettiamo ancora un pò, E poi, non so mica se mi fermerò qui abbastanza a lungo per doverci lavorare. Ora ho anche un cane che attira gli sguardi, potrei fare il vagabondo come quello alla stazione e chiedere dignitosamente l’elemosina...
No.
Era troppo pigro per questo genere di vita.
Lasciamo fare i barboni a chi lo sa fare!
E si mise a letto dopo aver spento la stufa. Fra le riviste acquistate da Pino l’estate prima e qualche libro edizione tascabile, c’era qualche Almanacco di Topolino, era tanto che non leggeva un fumetto. Un tempo era stato un divoratore di fumetti, poi i libri avevano preso tutto il tempo dedicato alla lettura. Prese il giornalino e si infilò nel letto, accese la lampada che era sul comodino ma la spense subito per lasciare spazio ai suoi pensieri. Ripensò alla sua esibizione da Luca, sorrise lasciando che il sonno lo avvolgesse con le sue morbide braccia e in quel momento VIDE Monica. La vide distintamente e in tutti i particolari del viso, la sua fronte... tutto come se gli fosse di fronte. Ebbe voglia di allungare la mano per accarezzarle i capelli, ma la ragione oltre che la paura di far svanire quel momento, gli fece reprimere quell’impulso. Lei lo guardava e lui si sentiva bagnato da quel suo sguardo, lo stava vivendo ed era bellissimo. Una lacrima scorse lentamente sulla guancia di Mario, una lacrima che gli fece chiudere gli occhi, un attimo, quando li riaprì lei era lì ma quello sguardo era diventato quello di disprezzo, lo stesso disprezzo che la sua donna aveva quando andò via da casa e che ora pesava più di un macigno sulla sua coscienza. L’aveva tradita , non si era nemmeno sforzato di negarlo, l’aveva fatto perché voleva sentirsi ancora desiderato, quell’avventura avrebbe soddisfatto il suo ego, la sua voglia di piacere, ma fu lui per primo a non riuscire a tacere quella verità; le confessò tutto, l’approccio nato come un gioco, il suo compiacimento quando quella ragazza cominciava a cedere alla sua corte, il suo sentirsi un verme quando fecero l’amore, il bisogno irrefrenabile di raccontarle tutto anche a costo di perderla.
In tanti gli dissero che era stato uno sciocco, che quell’episodio doveva rimanere sepolto, nascosto per sempre; lei non doveva saperlo e lui... già, lui come si sarebbe comportato? Se mai l’avesse fatta franca, ci avrebbe riprovato? Non erano pochi i colleghi e amici che tradivano impunemente mogli o fidanzate passando da una storia all’altra. Una specie di droga da cui lui non voleva dipendere. Doveva dirglielo, anche a costo di perderla. E anche ora, su quel letto, con le lacrime che gli bruciavano gli occhi e il cuore caldo per un ricordo così reale, non lo rimpianse. Nascose il viso sotto il braccio e gridò il suo nome, ma lo sentì solo Drugo lì fuori.
Monica spense la cicca.
...Il formicolio che avvertì lungo la schiena non appena Luca iniziò con la sua chitarra a scandire le prime note di Marriage Madness, non spaventò Mario che scoprì di voler cantare quella canzone. Chissà, forse la stanchezza, la voglia di ricordare gli occhi che aveva Monica quando lo ascoltava, la voglia di evocarla in modo chiaro nei suoi pensieri, la consapevolezza di volerla ancora e ancora e ancora...
Chiuse gli occhi poggiandosi a quel blues e modulando la sua voce per la prima volta da che si erano lasciati. La gente lo ascoltò in silenzio, quasi avesse avvertito e rispettato quel suo momento. Lasciò scorrere la sua voce nella direzione di un cuore di chi forse non l’avrebbe ascoltata, ma lo avrebbe avvertita... e Dio solo sa che io sia maledettamente romantico se dico che in quel momento Monica davanti al suo computer avvertì una stretta al petto e lottò duramente con se stessa per non andare da Pino e chiedergli dove ora fosse il suo uomo.
Solo una piccola pausa intercorse tra la canzone e l’applauso del pubblico che pareva essersi scrollata di dosso quella ventata di sensazioni. A volte le canzoni fanno strani effetti, lasciano passare messaggi inconsci, gli stessi che diedero l’urgenza a Roberta di abbracciare il suo uomo che la ripagò con un bacio.
quando Mario lasciò L’aquilone la città taceva, l’auto parcheggiata in divieto di sosta davanti al locale lo fece sorridere. Mise in moto e non accese lo stereo.
La musica di Marriage Madness suonava ancora nelle sue orecchie.
Dopo aver corretto l’ultima pagina della ricerca a cui si stava dedicando, Monica decise di andare a letto. Fece per alzarsi ma si lasciò cadere sulla sedia concedendosi un'ultima sigaretta.
Chissà se Mario non fuma ancora... Si chiese, poi, come guidata da un impulso mise sù il cd su cui aveva fatto incidere le canzoni che Mario aveva su musicassetta. Pensare che voleva fargli una sorpresa...
lo mise nel lettore, mise la cuffia e riascoltò la sua voce dopo due anni. Ripensò a lui che la faceva sentire a casa, a lui che col suo abbraccio la faceva sentire al riparo da tutto, a lui che non capiva quando il gioco doveva finire e si difendeva dicendo che era lei ad essere permalosa, a lui che non era riuscito a sostituire, al profumo della sua pelle che la faceva infiammare, alla sua voce, alla sua ironia, A lui che ancora non era ancora riuscita a cancellare.