MIMMO FORNARO RACCONTA...
Questo è l'ultimo capitolo
ora sta a voi commentarlo.
io mi rimetto al vostro giudizio e
risponderò alle eventuali domande.
aspetto...
CAPITOLO XV
Valeria aveva appena finito di mettere a posto i giocattoli di Valentina quando il citofono suonò tre volte. Riconobbe subito quel modo di suonare, era Massimo e il suo cuore ebbe un sobbalzo.
“Sono io, posso salire?”
“Sali” rispose e si diede una sistemata ai capelli guardandosi nello specchio dell’ingresso. Era una bella donna, forse un po' minuta ma questo le dava l’aria di una ragazzina; in effetti non dimostrava per niente i suoi trentatré anni.
Massimo si era innamorato subito dei suoi occhioni grandi e lei era stata catturata dal suo modo di fare: un po' strafottente e distaccato all’inizio e deliziosamente dolce quando si sentiva sicuro.
Aveva adorato tutto di lui: la sua borsa, la sua sciarpa rossa il suo eschimo e soprattutto i suoi consigli. Lui invece era stato rapito soprattutto dalla sua capacità di affrontare i problemi. Insomma erano proprio due persone in gamba che si amavano. Forse si amavano ancora quando nacque Valentina ma subito dopo le cose precipitarono. Massimo si sentiva trascurato da lei che senza rendersene conto riversava le attenzioni sulla piccola Valentina e la stanchezza su di lui. Le cose cambiano, purtroppo, e ora lui era al citofono e le chiedeva di entrare in quella casa che un tempo era anche la sua. Valentina corse incontro al padre che la prese in braccio divorandola di baci. Era molto attaccato alla bambina e appena possibile andava a prenderla per portarla al mare o in campagna, dove nessuno potesse distoglierlo nemmeno un momento dai loro giochi, o semplicemente a vederla, come quel pomeriggio.
Erano d’accordo che, nel rispetto della privacy di Valeria, lui poteva vedere sua figlia quando voleva.
“Ciao Valeria” disse scansando dalla bocca le mani di Valentina. “Mi offri un caffè?”
“Lo faccio subito”, e lo precedette in cucina.
Quando vivevano sotto lo stesso tetto, nessuno dei due beveva caffè, tantomeno insieme; ora lo usavano come alibi per nascondere l’imbarazzo. La vera ragione della visita di Massimo era la necessità di doverle parlare di Sara, non se la sentiva di nasconderle questa relazione, non sarebbe stato onesto nei suoi confronti e forse sarebbe servito a lui per non sentirsi un traditore quando abbracciava la sua nuova compagna. Sara da ora doveva esistere per tutti; una storia deve iniziare per poter finire; ora tra lui e quella ragazza stava iniziando la storia.
“Sto con una ora” disse senza preamboli guardando la tazza.
“Ah, auguri. Vedo che non hai perso tempo” replicò lei acidamente.
“Valeria” ammonì lui.
“Scusami. Ci vivi insieme?”
“No, è ancora presto”.
“La conosco?”
“No” e si alzò per togliere la tazzina e per nascondere le lacrime che da lì a poco sarebbero uscite.
“Ti ringrazio per avermelo detto, mi avrebbe dato fastidio saperlo da un’altra persona. Spero non ti soffochi come ho fatto io”.
“Speriamo. Comunque non penso che durerà”.
“Perché?” chiese lei un po' sollevata.
“È una storia lunga” rispose e si stese sul pavimento con Valentina che le saltava sullo stomaco.
“Quando troverai pace?” gli chiese lei, lui però fece finta di non sentire.
Un nodo allo stomaco prese Massimo quando uscì da quella casa.
“Perché tutto è così difficile?” pensò mentre apriva la macchina e chiudeva fuori la ragione, la voglia di risalire su con le sue cose nella valigia.
Ora avrebbe dovuto chiarire le cose con Sara. Era proprio una giornata difficile, come avrebbe fatto a dirle che ora era importante che lei lo seguisse alla panchina?
Avrebbe potuto farlo dire a Mimmo che era il più indicato per queste cose, ma, anche se lui avesse accettato di dirglielo, non avrebbe potuto in quanto quel giorno lei non aveva palestra. In qualche modo ci riuscì, e Sara, dopo aver fatto un po' la ritrosa, si ritrovò a far parte del gruppo.
Tempo ormai ne è passato da quel giorno e Sara da un pezzo non frequenta più la panchina. E non vede più i tre amici.
Ha fatto il pieno di schegge e le divide con la sorella e un’amica a Bari, dove studia. Ha avuto altri uomini, ma non ne ha amato nessuno. Forse non troverà nessuno come quei tre “ragazzoni” o forse sì; ha smesso di cercare, non sempre solo chi cerca trova.
Valeria aspetta sempre che suo marito torni a casa mentre Grazia ha capito che Franco correrà per sempre.
E i nostri tre eroi? Sono sempre lì, dal lunedì al venerdì su quella panchina. Ormai parlano poco e quasi sempre parlano assieme. Se qualcuno li sentisse forse non riuscirebbe a capire niente, ma loro si intendono alla perfezione. Lì inverno e estate, con l’aria di mare e la luna che li illumina disegnando sull’asfalto la sagoma di una sola persona con tante schegge da poter costruire un diamante diverso, con tanti riflessi nuovi mai visti né immaginati prima.
Sto rileggendo schegge di diamante
mentre lo pubblico
qui per voi...
Fa bene rileggersi.
Fa male sapere che niente è cambiato da allora...
CAPITOLO XIII
I giorni passarono e Sara da allora non era più andata alla panchina. Lei e Massimo non erano ritornati sull’argomento; lui l’accompagnava a casa e lei diligentemente evitava di fare domande, di intromettersi, anche se desiderava tanto poterlo seguire e far parte definitivamente del loro gruppo.
Aveva pensato di far cadere il discorso come per caso con Mimmo, che vedeva in palestra, ma respinse l’idea.
Con loro doveva essere sincera a tutti i costi, e comunque non avrebbe cavato un ragno dal buco; Mimmo era molto discreto e con lei si comportava come ci si comporta con una normale iscritta. Del resto perché avrebbe dovuto trattarla in modo diverso? Si erano visti solo un paio di volte al di fuori della palestra. Questo, comunque, non andava giù a Sara.
“Dopotutto sono la ragazza del suo amico” pensava, ma la verità era che provava gelosia verso quelle “gallinelle” che lo corteggiavano e nello spogliatoio ricorrevano alle mille astuzie femminili per apparire provocanti agli occhi dell’istruttore. Lui, comunque, non filava nessuna. Il suo comportamento era assolutamente professionale; severo, a volte, ma tutti lo adoravano, anche perché sapevano che in giro non c’erano (e non ci sono ancora) tanti istruttori qualificati che seguivano scrupolosamente i propri allievi come Mimmo faceva con loro.
Sara era molto attratta dal suo corpo. Le canotte che usava mentre si allenava mettevano in risalto la muscolatura possente. Non era esasperatamente muscoloso, non con tutte le vene in evidenza, per intenderci; era un atleta “natural” che non prendeva nessun tipo di farmaco per gonfiarsi artificialmente i muscoli e, sebbene lamentasse qualche chilo in più, lei non poteva immaginarselo meglio di così.
Sara prese coscienza di questa sua attrazione verso Mimmo una mattina, quando incontrò il suo sguardo nello specchio dello spogliatoio mentre era intenta a sgambarsi lo slip sotto l’aderente fuseau.
Era sola e questo pensiero la fece arrossire. Si sedette e guardandosi nello specchio non riusciva a spiegarsi come potesse succedere una cosa simile: amava un uomo e ne desiderava un altro senza provare il minimo rimorso. “Devo essere impazzita” pensò e uscì senza risistemarsi lo slip.
Massimo, come al solito, andò a prenderla all’uscita dal corso e aveva una sorpresa: aveva composto la sua prima canzone e l’aveva incisa su una cassetta con un registratore, nel pomeriggio; chitarra e voce, ma rendevano benissimo l’idea sia della musica che del testo che si sposavano alla perfezione. Aveva messo la cassetta nell’autoradio e mentre uscivano da Taranto la fece sentire.
All’inizio lei ebbe un sussulto, poi seguì la canzone in religioso silenzio e solo quando l’ultima nota fu suonata urlò: “Ci sei riuscito!”.
“Grazie a te” rispose Massimo.
“Il mio cantautore” gli sussurrò nell’orecchio lei.
Andarono a casa di Massimo e quella sera fecero l’amore.
Era la prima volta per lei e Massimo fu molto dolce. Sara si sentiva protetta dal suo sguardo che l’accarezzava e esprimeva l’amore che lei chissà da quanto cercava ed ora aveva trovato. Lui era dentro di lei e finalmente lo possedeva tutto. “Ora sei tutto mio”, gli sussurrò, “un minuto che dura una vita, vero? Era questo che intendevi?” e si abbandonò a quell’uomo che non sarebbe mai stato suo.
CAPITOLO XIV
Quella volta Massimo arrivò un po' più tardi. Mimmo e Franco avevano finalmente deciso di parlargli chiaro.
Era passato un mese ormai da quando Sara era andata l’ultima volta alla panchina e in questo tempo nessuno dei due aveva saputo il motivo per il quale non era più intervenuta ai loro appuntamenti. Avevano immaginato ma Massimo non aveva aperto bocca in proposito.
Era ora che parlasse.
“Una cosa bisogna ammetterla: è speciale” riconobbe Mimmo parlando di Sara.
“È vero” ribadì Franco “ha una marcia in più, Massimo è fortunato. Ah, a proposito! mi sono fidanzato!”
“Anche tu?” esclamò Mimmo scoppiando in una forte risata. Questa era la seconda volta che gli succedeva di fidanzarsi nello stesso giorno.
“Chi è, la conosco?” chiese per primo Franco.
“Ve ne parlai tempo fa, ricordi? Quella che pur di stare con me si faceva i chilometri di corsa; credevo si fosse scoraggiata, invece ieri è venuta a prendermi dalla palestra.
“Ricordo male o dicesti che non ti piaceva?”
“È vero, ma alla fine ho ceduto e poi, diciamocelo francamente: ha un bel culo”
“L’ho sempre detto che tu ragioni con i muscoli” proruppe Franco “la mia invece l’ho conosciuta una settimana fa’. Non ero molto in vena e si è trovata nel bel mezzo di considerazioni pessimistiche del sottoscritto. Ti sembrerà strano ma mi ha detto che le ho fatto tenerezza. È proprio vero che stiamo invecchiando”.
“Parla al singolare” premise Mimmo “io sono in fiore” e presero a spingersi e a rincorrersi proprio come due bambini.
“Penso che berrò un po' della tua bevanda puzzolente” disse Franco abbandonandosi sulla panchina.
“Penso che ne berrò un po' anch’io!” esclamò Massimo che era appena arrivato.
“Non dovrei darvi neanche un goccio del mio nettare, ma ho il cuore debole e vi grazierò. Prima però voglio sapere il motivo che ti spinge a brindare, Massimo”
“Non mi sembra di essere il solo a voler brindare” replicò sorridendo.
“Festeggiamo il nostro fidanzamento” lo informò Franco
“Tutti e due? Avevo notato qualcosa di sospetto tra voi!” scherzò Mssimo.
“Non noi due, fesso! Ci siamo fidanzati nello stesso giorno con due ragazze diverse” invece Mimmo che intanto preparava i bicchieri di carta che aveva nello zaino.
“Allora noi stiamo aspettando”
“ho fatto l’amore con Sara”
“allora puoi bere” disse Mimmo “è energetico e ti farà bene. Alla tua età il sesso può uccidere” e corse via insieme a Franco, entrambi inseguiti da Massimo che avevano scompigliato.
Finalmente un po' di allegria su quella panchina. Franco e Mimmo però avevano qualcosa da dire.
“Scusami Massimo, ma penso che io e Mimmo abbiamo diritto a qualche spiegazione per quanto riguarda Sara”.
“Lo so, avrei dovuto dirvelo subito, ma ho voluto vedere fino a che punto lei era influente su di noi. Le ho impedito di venire perché cominciavo a sentirmi minacciato, non per gelosia, intendiamoci, vedevo vacillare il nostro equilibrio. Il fatto stesso che solo dopo un mese mi avete chiesto di lei dimostra una cosa sola: ci siamo messi alla prova e abbiamo fallito. Non siamo ancora tanto forti da non sentirci in pericolo per quella ragazzina. Ormai lei si è insinuata tra noi ed è stupido ignorare il problema. Ora non so se la decisione la devo prendere io o la dobbiamo prendere insieme”.
“Quale decisione?” chiese Mimmo.
“Io sono pronto a lasciarla anche subito se volete, ma se decidete che posso continuare la mia storia con Sara, lei deve poter venire qui regolarmente”.
“Troppo comodo” rispose Mimmo “tu vieni oggi a scaricarci addosso le tue responsabilità. No, Massimo, devi decidere tu. Che tu la porti qui o no, la lasci o continui a vederla, sono scelte che non ci riguardano. Io non pongo veti su Sara. capisco i tuoi timori perché sono anche i miei, ma non posso importi delle scelte che solo tu devi fare”.
“Capisci che potresti perdere tutto, vero?” chiese Franco che aveva seguito in silenzio i due amici.
“Devo rischiare. Devo riuscire a capire se lei vale tutto questo e soprattutto se io l’amo fino a questo punto”.
“Portala allora, forse hai ragione tu; la prima prova è stata un disastro, ma se sul serio vogliamo il vero equilibrio tra noi, dobbiamo superare questa sfida” disse Franco.
“E se ci innamorassimo di lei?” chiese Mimmo
“Siamo già tutti innamorati di lei” affermò Franco.
“Lei però ama te” continuò l’atleta verso Massimo.
“No, lei ama la ruota con tutti i suoi tre raggi” rispose.
E aveva ragione. Era una decisione da prendere insieme e insieme decisero che da quel momento sarebbero diventati quattro.
Spero che in qualche modo
questo racconto vi stia intrigando...
ma non è ancora finito!
CAPITOLO XI
La teoria delle schegge, Franco l’aveva maturata da tanto e l’aveva tenuta per sé un bel po' prima di esternarla ai suoi amici.
Loro però non l’avevano compresa e lui non si stupì più di tanto. Quel giorno gli venne spontaneo spiegarla a Sara mentre si discuteva di quante persone pensano di vivere quando invece “si lasciano vivere”.
Lei sosteneva che tutti hanno una parte nella vita e prima o poi l’avrebbero recitata. Anche la comparsa, con una piccola “uscita” avrebbe avuto una parte importante nel contesto della vita, secondo lei.
“Monnezza” disse quasi fra sé Franco mentre Sara parlava a raffica.
“Come dici?” chiese lei fermando il discorso.
“Monnezza, quella gente è monnezza”.
Una delle prerogative di Franco era quella di creare intorno a sé un alone di mistero.
“Voglio dirti come la penso io” e cominciò a parlare in un silenzio irreale. Tutti lo ascoltavano attenti.
“La vita è come un grosso diamante. Un gran bel diamante che fa gola a tutti per quanto è bello. Molte persone prendono il loro bel diamante, stando attenti a non scheggiarlo e lo mettono in cassaforte.
Ogni tanto lo tirano fuori e se lo guardano. Lo custodiscono gelosamente e lo mostrano di rado solo qualcuno di cui ci si possa fidare e magari più in là, i diamanti in cassaforte diventeranno due. Una bella coppia con due diamanti come nuovi da esibire agli intimi. Monnezza. Questa gente, che rappresenta la stragrande maggioranza, probabilmente vivrà tranquilla tutta la vita.
È gente che non si metterà mai in discussione, che metterà per sempre la testa sotto la sabbia e penserà che così deve essere e non vale la pena lottare.
Ci sono persone, invece, che non resistono al fascino del loro diamante e dopo averlo guardato per bene, prendono un martello e lo frantumano.
Un colpo secco o più colpi; quanto basta per ridurlo in schegge. Non si può essere gelosi delle schegge, sono tante e tutte diverse. Il tempo poi, mette a disposizione un numero infinito di tasche per mettere dentro le proprie schegge e quelle di chi come loro hanno avuto lo stesso coraggio. Le persone che hanno fatto a pezzi il loro diamante si riconoscono subito e rubano l’uno all’altro schegge nuove, esperienze che non conoscono, da riporre in qualche tasca nata per l’occasione oppure lasciata libera dalla scheggia che contemporaneamente gli è stata sottratta.
Schegge. Schegge di vita che ognuno di noi col tempo cataloga e ricorda in quale tasca ha riposto. Schegge di vita che due amanti si scambiano anche per poco, frammenti che possono diventare minuscoli se si insiste a colpirli e che nascondono un pericolo: ti possono lasciare solo”.
E terminò scrollando le spalle. Questa volta era convinto che tutti avessero capito la sua teoria, lo leggeva sui loro volti.
“Cavolo, Frà, questa volta mi hai convinto” disse Massimo che solitamente controbatteva le sue rivelazioni.
“Brindo a noi, custodi di schegge chissà quanto minuscole. Sara ne vuoi un po'?” Mimmo era in piedi e le porgeva un bicchiere di carta con la sua bevanda. Lei lo prese quasi senza rendersene conto.
Non riusciva a staccare gli occhi da Franco che sentiva il suo sguardo addosso, ma questa volta non si sentiva studiato. Lei lo guardava come una donna guarda il suo uomo dopo aver fatto l’amore.
Con gli occhi umidi, Sara aveva avidamente ascoltato le sue parole e ora doveva metterle in opera. Adesso sapeva e doveva decidere se vivere da comparsa circondata da gente inutile (”monnezza” come diceva lui), o prendere il martello e infierire sul suo diamante col rischio di rimanere sola.
“Come ti accorgi se hai rotto il diamante?” gli chiese.
“Ti ho appena prestato il mio martello” rispose felice di aver ritrovato momentaneamente il suo equilibrio e di aver “iniziato” Sara. Non si sentiva più fuori posto come aveva confessato a Mimmo. Aveva trovato il suo triangolo e ricavato il baricentro. Quello era il suo posto. Ci fu silenzio dopo la sua risposta e Franco ne approfittò ancora:
“Un’altra cosa: solo i fortunati riescono a costruire un diamante nuovo fatto da tutte le schegge che sono riusciti a conservare” e cambiò discorso senza dare a Sara nessuna possibilità di replica.
Quella sera, Sara vide lo spettacolo vero. Poteva ritenersi soddisfatta ma non gli bastava quello che aveva visto, voleva di più.
“Voglio le loro schegge” si disse mentre alzava il bicchiere che Mimmo le aveva dato. Ora il pericolo lo avvertiva anche Massimo.
“Ciao ragazzi, noi ce ne andiamo, ci vediamo domani”.
Mimmo e Franco si congedarono e, come la sera prima, lasciarono Sara e Massimo soli sulla panchina. Sara lo baciò con passione e Massimo aveva già deciso che non l’avrebbe più portata lì.
CAPITOLO XII
“La storia delle schegge ce l’avevi già raccontata, vero?” chiese Mimmo appena entrato in macchina.
“Già, ma allora non ebbi lo stesso successo di stasera”.
“Cosa pensi che accadrà quando ci saremo scambiati tutte le schegge?”
“Considerato che siamo delle anime elette possono succedere due cose: o ci divideremo e incontrandoci per strada gireremo la testa dall’altra parte per non salutarci o accadrà che una sera su questa panchina, tre persone diventeranno una sola persona. Una persona con tante schegge da poter costruire un diamante diverso, con riflessi nuovi, mai visti ne immaginati prima”.
“E Sara?” insistette Mimmo
“Conoscerà le due persone che la completeranno e occuperà una nuova panchina”.
Quando Massimo disse a Sara che dalla sera dopo sarebbe andato solo all’appuntamento, lei non riusciva a credere alle sue orecchie.
“Perché?” riuscì solo a dire.
“Penso sia meglio così” rispose Massimo.
“Ti hanno detto qualcosa?”
“No”
“E allora? Ci sarà un motivo!”
“No, ma preferisco così”.
Lei aveva accettato la sua decisione e cercava di non apparire risentita, ma i suoi occhi non riuscirono a guardare serenamente Massimo che ormai aveva accostato in doppia fila di fronte al suo portone.
“Per quanto tempo mi terrai il muso?” le chiese con un sorriso.
“Non lo so, ma me la pagherai” rispose lei tirandosi su il bavero del giaccone.
“Ti vengo a prendere domani, ok?”
“Ok, ma bada che sarò arrabbiata”.
Corse via verso il portone. Era l’una meno dieci e quando Sara aprì la porta si stupì nel vedere la cucina illuminata. Era sua sorella che l’aspettava davanti al televisore.
“Ancora in piedi?” disse Sara aprendo il frigo.
“Aspettavo te”.
Sara ebbe un attimo di tensione allo stomaco.
Aveva un buon rapporto con Angela e a parte la sua storia con Massimo non c’erano stati altri segreti tra loro. Era due anni più piccola e per quella sorella aveva da sempre avuto una sorta di adorazione per via del suo coraggio e dell’indipendenza che si era creata. Angela viveva a Bari (dove studiava psicologia) buona parte dell’anno.
Sara aveva intenzione di raggiungere la sorella all’università l’anno dopo. Non aveva ancora deciso che facoltà prendere ma era entusiasta all’idea di poter dividere la casa con lei e chissà...lavorare come faceva lei, in un ristorante per mantenersi agli studi, superando brillantemente tutti gli esami senza saltarne uno e zittire i genitori che volevano sempre di più. Ora tutti quei progetti erano messi in discussione da tante cose. Probabilmente si sarebbero realizzati ma la scala dei valori che un mese prima era chiara, ora era saltata. Franco aveva colpito ancora.
“Cosa è successo?” chiese Sara fiutando il motivo per cui era aspettata.
“Non ti sembra un po' troppo grande per te?”
“Si è già sparsa la voce?”
“Così pare, sorellina. Il bello è che anche la mamma ne sa qualcosa”
“Qualcosa di che tipo?”
“Sospetti, per questo ha mandato me ad indagare”
“Farai la spia?”
“No se mi dici tutto”
Quella notte Angela seppe tutto, dal primo incontro con Massimo alla panchina con i suoi abitanti notturni e ancora le parlò delle schegge che la gente speciale si scambia.
“Cavoli, avrei voluto incontrarli io, questi ragazzacci”.
“Non ci provare, sono miei”.
“Tutti e tre?”
“Tutti e tre; sono gelosa” replicò Sara lanciandole l’orsacchiotto di peluche che aveva sul letto.
“Ma lui ti ama?”
“Penso di si, ma temo che tornerà dalla moglie e la figlia”.
“E cosa farai allora?”
“Sarò felice di aver avuto per un po' un uomo meraviglioso”.
“È triste però”.
“Sarei stata più infelice se non l’avessi avuto per niente”.
“Già” sospirò Angela.
“Lo dirai a mamma?” chiese Sara certa della complicità della sorella.
“No che non lo dirò, ma tu stai attenta, ok?”
“Attenta a cosa?”
“Non lo so, ma stai attenta”.
“Angela”
“Si?”
“Posso dormire nel tuo letto?”
“Vieni, anch’io ho voglia di abbracciarti”.
E dormirono così, abbracciate come quando erano bambine e si raccontavano le loro storie sotto le coperte.
Chissà se qualcuno non aspetti il seguito...
buona lettura!
CAPITOLO IX
La macchina percorreva lentamente il lungomare. Franco non amava correre, specialmente la notte, lui godeva la città con le vie sgombre. A volte gli capitava di girare intorno ad un isolato due o tre volte prima di accorgersi di aver sbagliato strada tanto si astraeva nei suoi pensieri. In macchina Mimmo non aveva neanche tentato di parlare con Franco, sperava che solo la sua presenza sarebbe bastata a farlo aprire, confidarsi se avesse voluto, e Dio solo sapeva se ne aveva bisogno. Non ne poteva più, voleva capire anche lui cosa gli stava accadendo; ora Mimmo era lì, almeno era certo che qualcuno l’avrebbe ascoltato e si sarebbe sforzato di trovare il modo di farlo sentire meglio. Ma cosa avrebbe potuto dirgli, che si sentiva vecchio?
Che soffriva nel vedere una comitiva di ventenni che rumorosamente entrava in discoteca o che era già da un pezzo che gli davano del “signore”, e non più del “ragazzo” e tutto questo lo mandava in bestia? Si sentiva solo e vecchio a trentatré anni, nonostante avesse la fortuna di avere per amici un fanatico dello sport con l’anima del boy-scout e un romanticone incapace di vivere senza essere dominato da una donna. Avrebbe voluto gridare: “Qualcuno mi aiuti!” ma non lo sussurrò nemmeno. Mimmo lo anticipò. “Che ti prende?” gli chiese. “da un po' non sei più lo stesso”
“Stiamo crescendo sul serio Mì?” domandò Franco senza neanche provare a tergiversare.
“Che vuoi dire?”
“Siamo gli stessi di dieci anni fa’, secondo te?”
“Non penso” rispose Mimmo che ancora non riusciva a capire dove l’amico andasse a parare.
“Io penso proprio di si, invece. Il problema sta nel fatto che non possiamo essere gli stessi per i nostri dannati capelli che cominciano a farsi bianchi”.
“I miei capelli non cominciano a farsi bianchi” ironizzò l’amico guardandosi allo specchio del parasole.
“Non ancora” rispose Franco che non aveva raccolto l’ironia di Mimmo “ma non hai neanche lo stesso aspetto di dieci anni fa’” ormai la diga era sfondata e i pensieri di Franco rotolavano travolgendo tutte le sue convinzioni acquisite per convenienza. “Ecco qual è il vero problema, ora lo so. Non siamo né giovani né vecchi. Sicuro irresponsabili, ma coscienti che non ci piace la realtà. Insomma, per collocarci dobbiamo aspettare altri dieci anni!”.
Ormai era un’ora che aveva spento il motore sotto casa di Mimmo e aveva parlato sempre lui. Quel colosso in tuta sapeva proprio ascoltare. L’aveva fatto sfogare senza dire una parola. Piano piano Franco sedeva tra i “mortali” e confessava le sue paure. La sua filosofia, la sua freddezza e rapidità di analisi avevano ormai lasciato il posto alle ansie di una persona che si è smarrita perché ha seguito la strada di altri, dimenticando che un giorno avrebbe dovuto percorrere la sua, con gli stessi ostacoli, gli stessi problemi forse, ma senza aiuti. Non poteva averne bisogno lui che ne aveva viste tante.
Ora era stanco, aveva detto tutto e si abbandonò sbuffando sul sedile, guardando il tettuccio della macchina.
“Pensi di essere l’unico ad avere questi problemi?”
Pensò di chiedergli Mimmo che per la prima volta vedeva “Il grande Franco” ridotto ai minimi termini, ma non gli fece questa domanda.
“Serve a qualcosa parlarne?” disse.
“Non ora, Mimmo è tardi e non terrei conto di quello che diresti. Credi che non sappia che vivi il mio stesso incubo?”
Mimmo fu colpito ma non raccolse la provocazione. Si limitò a fargli l’occhiolino e a uscire sorridendo.
“Sarebbe bello riprendere il discorso quando siamo tutti e tre” disse prima di chiudere la portiera.
“Chissà, se Massimo riesce a seminare la sua fidanzatina”.
“Non essere cattivo, Frà, almeno lui è felice”.
“Ne sei convinto? È proprio vero quel che si dice: tutti muscoli e niente cervello. Non capisci niente Mimmo”
“Vaffanculo” rispose allontanandosi con un mezzo sorriso. Quella sera però c’era poco da ridere.
CAPITOLO X
Massimo si addormentò raggiante di contentezza; Sara era stata accettata dai suoi amici, o almeno lo credeva. Franco, finalmente svuotato in parte dei pensieri che solo ora aveva confessato, prese sonno pensando a come quel marpione di Mimmo lo aveva saputo “spremere”.
“Non penso che avrei saputo fare meglio”.
Mimmo non mangiò e questo era strano; ancora più strano però fu il fatto che se ne accorse la mattina dopo. Era troppo stanco e crollò dopo aver poggiato la testa sul cuscino.
Sognarono. Tutti e tre quella notte fecero lo stesso sogno, con situazioni diverse, ma tutti e tre sognarono di volare. Tutti e tre nel sonno sentivano il vento tra i capelli, con le braccia aperte vedevano la gente e le cose giù, immobili nella loro corsa quotidiana.
Strano? Ci sono cose ancora più strane di queste e come queste mai rese note. Perché stupirsi, allora?
La giornata che seguì non passò tanto in fretta per Mimmo che ne trascorse buona parte dimostrando a se stesso che non era ancora invecchiato e che poteva dare “punti” ad atleti più giovani di lui, ma anche se questo era vero non lo faceva stare bene. Franco faceva il sindacalista e quella mattina aveva tenuto un’assemblea che come al solito gli aveva abbassato il tono della voce. Questo almeno non gli diede modo di pensare a nient’altro che alla sua reazione. Massimo, infine, che lavorava in Arsenale, scrisse durante la pausa del pranzo una lettera a Sara. Una bella lettera che non avrebbe mai strappato se rileggendola non si fosse reso conto di aver più volte scritto Valeria invece che Sara. Il tempo era bello, il cielo sereno e non faceva neanche freddo.
“Speriamo non si guasti stasera” pensò Mimmo mentre preparava un programma di allenamento; proprio in quel momento entrò Sara. Mancava poco a mezzogiorno e la palestra era quasi vuota.
“Come mai da queste parti?” chiese cordiale lui alzando lo sguardo e notando solo allora quanto evidente fosse la differenza di età fra lei e Massimo.
“Avevo pensato di iscrivermi in palestra già da un po' e ieri mi hai fatto venire la voglia di ginnastica”.
“Speriamo non ti passi”.
“Speriamo. Quando posso iniziare?”
Era un po' emozionata e si capiva da quel leggero tremolio della sua voce. Quel suo maledetto istinto, al quale non voleva sottrarsi, l’aveva spinta ad entrare quando, per curiosità, era passata davanti alla palestra e l’aveva visto intento a scrivere. Ora continuava a parlare e lui iniziava a capire come Massimo potesse aver perso la testa per lei. Non era bellissima, ma l’entusiasmo che spargeva intorno a sé contagiava chiunque.
Era viva e aveva tutti i motivi per i quali gli uomini si innamorano sul serio delle donne.
Era pericolosa. “Troppo giovane per non avere la tentazione di rubarci l’anima” pensò Mimmo. Lei sarebbe andata nel primo pomeriggio ad allenarsi e poi la sera l’avrebbe rivista sulla panchina.
“È furba, non si è accontentata dello spettacolo per turisti che gli abbiamo inscenato ieri. Ci vuole vedere da dietro le quinte e non si accontenta di Massimo. Vuole tutti”.
Potrebbe sembrare che Mimmo esagerasse, ma non era il solo a pensarla così.
Franco arrivò in anticipo all’appuntamento per parlare con Mimmo prima che Massimo e Sara arrivassero. Non aspettò neanche due minuti che sul ponte girevole vide la sagoma dell’amico che in tuta e cappello di lana dava le ultime falcate fino a raggiungerlo. “Sogno o sono desto!?! Sei in anticipo!” esclamò ironicamente preoccupato Mimmo che col fiatone cacciava fuori dallo zaino che aveva sulle spalle l’asciugamano e il fedele thermos.
“Taglia corto, Rambo, sono venuto prima per parlarti da solo”.
Mimmo allargò le braccia come per dire “eccomi” e Franco senza mezzi termini:
“Quella ragazza non mi piace”.
“Non è a te che deve piacere” ribatté Mimmo per vedere di approfondire il discorso.
“Non far finta di niente. Proprio tu sei stato il primo a capire che non doveva venire qui”.
“Cosa ti ha fatto cambiare idea, Franco?”
“Ieri sera mi sono sentito osservato, quasi studiato”.
“Ho avuto la stessa sensazione” confermò Mimmo. “Oggi è venuta in palestra; si è iscritta”
“Ha chiesto di Massimo? Si vuol servire di te per sapere qualcosa di lui?”
“No. Non ancora almeno, ma è affascinata da noi tre; dal nostro rapporto intendo...”
“Tanto da demolirlo?” chiese con rabbia Franco.
“Lei non si rende conto di questo, non può” sospirò Mimmo.
“Ma Massimo si!”
Franco aveva ragione. Come poteva essere possibile che Massimo non si accorgesse di questo?
Intanto la macchina dei due era arrivata. Avrebbero voluto essere un po' sulle loro quella sera ma non ci riuscirono. L’allegria di Massimo e la simpatia di Sara inibivano qualsiasi sentimento ostile.
Inutile nascondersi, ora tutti e tre succhiavano la giovinezza di Sara per non sentirsi “trentenni” e in cambio lei si arricchiva di “schegge di vita“ come le avrebbe spiegato più tardi Franco.
Le previsioni sul tempo di Mimmo erano azzeccate. Il freddo come al solito aveva colto di sorpresa la città che si ritirava presto a casa per uscire dall’armadio la coperta più pesante e il maglioncino per l’indomani. Lui comunque non rinunciò al movimento e arrivò a Piazza Castello in bici. Come ogni Lunedì i tre amici facevano il bilancio del loro week-end appena trascorso e quella sera il resoconto più atteso era quello di Massimo.
“Beh, vi siete fidanzati?” chiese Franco non appena l’amico aveva iniziato a raccontare il suo Sabato con Sara. “Fidanzati” era il termine che Franco usava quando “rimorchiava” qualche ragazza.
Alla sua età era una parola che sembrava suonare strana e per questo la dissacrava in quel modo.
“Uffa, Frà, non rompere!” disse Mimmo per evitare che Massimo interrompesse la storia, e solo dopo che questi ebbe finito di raccontare il suo Sabato romantico, disse a bruciapelo:
“Ieri da Giulia e Giampiero ho visto Valeria”
Fu di nuovo freddo su quella panchina.
“Come sta?”
“Mi ha chiesto la stessa cosa di te”
“E tu che hai risposto?”
“Che ti sei fidanzato”
“Allora sei stronzo!” replicò Massimocon uno scatto.
“Scherzo, gli ho detto che stavi riordinandoti la vita”
“Scusa Massimo, perché ti scaldi tanto? Che problema ci sarebbe stato se Mimmo le avesse detto che stai con Sara? Siete separati da un po' mi sembra”
Intervenne Franco a metà tra il provocatorio e l’indagatore.
“Preferirei che lo sapesse da me” rispose secco Massimo. Per evitare la replica di Franco, Mimmo intervenne con tono grave:
“Lei sta a terra Massimo, secondo me dovresti parlarle”
“Di cosa Mimmo? Io e Valeria non parliamo più da anni”
“stalle vicino, lo sai che Valeria non si confida con nessuno tranne che con te”
“Ci proverò” rispose, ma Franco era già pronto con un’altra domanda:
“Sara sa di tua moglie e di tua figlia?”
Massimo sbuffò.“Sara sa tutto, sa anche di due rompiballe che da un po' di tempo non si fanno i fatti loro”
Franco fu toccato dalla violenza con cui Massimo aveva parlato.
“Scusa tanto” rispose alzando le mani
“Hai sbagliato” intervenne Mimmo rompendo i due secondi di silenzio che si erano creati.
“Fessi è forse il termine più esatto per definirci, non rompiballe, visto che crediamo ancora che tra noi ci si possa aiutare parlando dei nostri problemi senza paura di sputtanarci o di esporci al giudizio di altre due persone che riteniamo degne delle confidenze che ognuno terrebbe per se. Beh caro Massimo, se per te il ritrovarsi su questa panchina serve solo a scambiarsi opinioni sul calcio, qui qualcuno ha capito male. Siamo troppo diversi per essere amici, ma proprio per questo ci sentiamo raggi della stessa ruota”.
Era proprio arrabbiato, le parole di Massimo e il suo atteggiamento avevano avuto su Mimmo lo stesso effetto di uno schiaffo, probabilmente esagerava ma ormai era partito. “...se poi ad aver capito male sono io; chiedo scusa a tutti ma non mi interessa fare sette chilometri di corsa per parlare di calcio” e fece per andarsene, ma Franco gli aveva fermato la bici afferrandola dal portapacchi.
“Ti sei calmato ora? Che succede Mì, non ti sembra di esagerare?”
“No ha ragione” Convenne Massimo che aveva incassato il colpo “sta succedendo tutto troppo in fretta: Valeria, Sara. Sono a pezzi e vorrei capirci qualcosa...scusatemi ragazzi”. E tirarono fino all’una e mezza tra consigli, battute e risate. Questi erano: tre raggi della stessa ruota.
“Sara vorrebbe conoscervi”
“Davvero le hai parlato di noi?” chiese Franco
“Già, e devo essermi sbagliato a parlare, perché vi considera meravigliosi. Allora? Che ne dite, la faccio venire o no?”
“Io preferirei di no” rispose Mimmo.
“Non abbiamo mai fatto venire nessuno qui”
“Sara non è nessuno”
“Neppure Valeria era nessuno eppure la lasciavi per venire qui”
“Io non ci trovo niente di male” interruppe Franco “anche se trovo che una donna è sempre pericolosa, penso che prima o poi dobbiamo metterci alla prova”
“Neanche fosse Satana!” esclamò ridendo Massimo.
“Va bene che questa panchina è nata anche per non avere donne tra i piedi e per poter parlare male di loro, ma non vedo come Sara possa far cadere il castello che abbiamo costruito”.
“Forse non lo farà cadere ma lo scuoterà parecchio” pensò Mimmo preoccupato, comunque prese atto della maggioranza e accettò la loro decisione. Sara sarebbe andata all’appuntamento quando avrebbe voluto.
CAPITOLO VIII