MIMMO FORNARO RACCONTA... racconto quando arriveranno i de | Mimmo Fornaro racconta...

martedì, 26 settembre 2006, ore settembre 26, 2006 13:48

un breve racconto al femminile?

...si può provare...

magari voi mi darete una mano, ok?

Se avessi potuto urlare

CAPITOLO I

 

 

Lei era una strana ragazza, non aveva i caratteri che distinguono i giovani della sua età. Amava pensare e questo le serviva per far passare il suo tempo libero più in fretta o rallentarlo fino a scomporlo in parti tanto piccole da perdersi dentro. Non sognava, neanche ad occhi aperti. Rifletteva. Si interrogava e si rispondeva. Questo le bastava. Il giudizio della gente non la incuriosiva più di tanto.

“Ognuno vede la vita con occhi diversi” pensava stringendo le spalle, quando ascoltava le idee strampalate che le scivolavano addosso senza lasciare traccia.

Tollerava tutto, non si arrabbiava mai e se lo faceva si sfogava scrivendo poesie, solitamente tristi, un concentrato di sentimenti che probabilmente pochi avrebbero capito se mai le avesse fatte leggere a qualcuno. A questo punto si potrebbe immaginare che una persona così, non avesse amici; ma non era così.

Certo, amici non è il termine con cui definiva quelle persone che le giravano intorno: erano conoscenti. L’amicizia per lei era un sentimento tanto sublime che a volte metteva a dura prova la convinzione dell’esistenza stessa.

“Con una vera amica, a cosa serve l’amore?” si chiedeva, ma a questa domanda non si era ancora data una risposta visto che non aveva conosciuto ancora né l’uno né l’altro sentimento.

Era una piovosa giornata di febbraio e lei si preparava alle ultime interrogazioni prima degli esami di stato, quando sua madre entrò nella stanza.

“Teresa, ti vogliono al telefono”

Odiava il suo nome, non le era mai piaciuto e tollerava a stento i suoi parenti che si ostinavano a chiamarla così, nonostante più volte avesse detto che preferiva essere chiamata Terry.

“Vengo!” rispose sbuffando. Non amava parlare al telefono. Spesso le compagne di scuola la costringevano lì anche ore a farsi spiegare le lezioni che non erano molto chiare.

A scuola lei era sempre stata una delle più brave. Non era quel che si dice: una secchiona; studiava quanto basta per non fare brutte figure e non essere colta impreparata. Con il suo fare timido ma deciso, influenzava positivamente gli insegnanti che l’interrogavano, traendone bei voti.

“Ciao Terry, sono Marina, cosa fai?” la voce di Marina uscì a raffica dalla cornetta tanto da far scostare l’orecchio a Terry che sorridendo rispose:

“Studio, hai dimenticato che domani c’è la professoressa di ragioneria che interroga?”

“E che bisogno hai di studiare tu; chi vuoi che ti neghi i sessanta sessantesimi, sei la più brava!”

“Bando alle ciance, cosa vuoi?” chiese decisa Terry interrompendo il fiume di lodi che Marina era in procinto di tessere.

“Vuoi fare teatro?”

“Teatro?”

“Proprio così, c’è un gruppo di persone che hanno costituito una compagnia teatrale e cercano ragazze per una commedia. Perché non proviamo?”

“Ma io non ho mai recitato” replicò Terry ridendo.

“Neanch’io, ma ho una gran voglia di farlo”

“D’accordo, ma tu li conosci?”

“Sono gli amici di Stefano, mio fratello. Io ne conosco un paio, di vista, ma cosa c’entra; pensa al palcoscenico, alla gloria!”

“Vacci piano, Eleonora Duse. Ricordati che siamo a Taranto”

“Ma non vuol dire che ci resteremo!” rispose eccitata Marina che ormai svuotava le sue fantasie nel telefono facendole arrivare all’altro capo del filo a Terry che ormai non sapeva come fare per interrompere quella valanga di parole.

Terry e Marina si erano conosciute al quarto anno di ragioneria. Marina ripeteva l’anno e Terry rimase colpita dalla sicurezza che quella ragazza esprimeva nel muoversi, parlare e nell’affrontare le situazioni solo quando le si paravano davanti.

 

Il suo opposto insomma, chissà perché però si trovavano simpatiche e in seguito era capitato che uscissero insieme; serate passate a parlare superficialmente di scuola o dei ragazzi dell’istituto che filavano l’appariscente Marina che con i suoi vaporosi capelli biondi ed il fisico da “super-fica” attirava come api al miele.

Terry al contrario non suscitava l’interesse dei ragazzi, non perché non fosse carina, probabilmente però il suo modo di fare scoraggiava sul nascere tutti gli eventuali corteggiatori. Forse aveva l’aria di una che guarda gli altri dall’alto verso il basso e questo la rendeva antipatica, ma lei non se ne curava più di tanto.

L’anno prima aveva conosciuto un ragazzo che le piaceva, aveva accettato di starci insieme, ma non ne era innamorata e provò quasi sollievo quando si lasciarono.

Non era la prima volta che provava ad impegnarsi sentimentalmente con qualcuno ma dopo quell’esperienza, aveva promesso a se stessa che sarebbe stata l’ultima se non fosse stata sicura di provare l’amore: quel sentimento fino ad allora sconosciuto.

“Ok allora? Ci vediamo alle diciannove davanti alla Concattedrale, tanto è lì vicino”

“D’accordo, ci vediamo”

Erano ancora le sedici e trenta e Terry finì di studiare comodamente ed accese lo stereo.

Aveva voglia di sentire musica italiana e mise su un vecchio disco contenente una raccolta di brani di Lucio Dalla che, a suo parere, era quell’autore che meglio immortalava i sentimenti incollandoli alle note. Aveva già deciso cosa indossare per quella sera. Un paio di jeans ed una camicia di flanella a quadri con su un gilet, era l’abbigliamento ideale per un provino.

Questo appunto si chiedeva mentre scendeva di casa:” Cosa ci faranno fare?”

mimmofornaro





venerdì, 11 agosto 2006, ore agosto 11, 2006 00:26

ANCHE SE SIETE TUTTI IN FERIE

IO VADO AVANTI CON LA STORIA...

CAPITOLO  IX

 

Luca uscì dal portone convinto di aver dato a Gianna il consiglio migliore e con un po' di malinconia negli occhi ricordò i suoi momenti con Rita; quella che in assoluto lo aveva conosciuto bene. Anzi, troppo bene visto che lui stesso si era mostrato a lei senza difese, senza maschere. Con lei aveva vissuto un sogno: quello di poter parlare senza temere di non essere quello che gli altri si aspettavano che fosse. "Una storia deve cominciare per poter finire o continuare" aveva detto alla cognata poco prima, e la sua storia era finita. Logico, del resto; Rita così dolce e lui così perso dietro i suoi camaleontici travestimenti fuori di casa, non potevano coesistere. Era una sirena e lui

 un pescatore che tuffandosi nel suo mare, aveva accettato di vivere con lei la sua favola...la loro favola. Una sirena, appunto perché fantastica non può capire le imprevedibili e inutili pazzie che in superficie la gente normale compie per darsi un tono. Sott' acqua non è logico mascherarsi per sentirsi migliore.

 Il pescatore e la sirena nuotarono nel loro mare amandosi intensamente per attimi che per loro sarebbero durati nei loro ricordi, una vita: quando si ama, il tempo non conta, ma il pescatore, una notte quando insieme alla sua compagna-sirena, salì in superficie a guardare la luna, non seppe resistere alla tentazione di nuotare verso la sua barca, lasciando lì il suo amore, la sua sirena. La barca era il suo ossigeno, il suo inutile quotidiano, falso e ipocrita ma indispensabile a lui per sentirsi un pescatore, un uomo.Luca non volle seguire Rita per costruire con lei il loro futuro, la lasciò andare dopo che con troppa naturalezza le aveva detto che proprio di quelle sciocchezze  aveva bisogno per essere o sentirsi vivo.

 Le parole di lei echeggiavano nella loro casa mezza vuota e lui più sensibile alle luci al neon che al canto di una sirena non le rivolse neanche una parola. Continuò a soffiare nella sua armonica conscio di dover chiudere lì quella bella favola in cui viveva felicemente, per riprendere a vivere solo, con tante cose da fare per essere uomo. Mille volte Luca rimpianse il suo gesto. Mille volte rivisse il gelo di quella camera della clinica dove lei abortì per suo volere. Mille volte ripensò a quel silenzio, agli occhi di Rita che si riempirono di lacrime quando lui disse che un figlio avrebbe rovinato tutto. In quel momento Luca era ridiventato il pescatore, per paura, egoismo o semplicemente per nostalgia. "Ho un sacco di cose da fare" aveva detto sua madre, e lui aveva risposto "anch' io!" ma non sapeva certo a cosa si riferiva!

Lui, pescatore, un giorno graziato del più bel miracolo che ad essere umano poteva essere concesso, ed ora costretto a navigare sul suo mare senza potersi tuffare. Cercò in tasca la lista della spesa che la madre gli aveva preparato e pensò all' eventualità di ristabilirsi a Taranto.

 "È meglio che resti" si disse riconoscendo che ormai non aveva più senso vivere lì, tanto Rita non sarebbe tornata e comunque non sarebbe stato lo stesso.

Si diresse al mercato, aveva imparato a fare la spesa e sebbene un tempo non era la cosa che amava fare di più, a Bologna aveva scoperto il piacere di girare fra i banchi, a scegliere la frutta migliore immergendosi tra la gente che frettolosamente fa i suoi acquisti per scappare: chi a prender i bambini da scuola, chi a cucinare prima che la famiglia torni a casa. Sicuramente anche Gianna faceva così, magari sognando emozioni adolescenziali che con Toni si erano sopite, o sperando di incontrare Franco per ritornare ad essere importante, desiderata, amata. Chissà quante persone lì al mercato provavano le stesse sensazioni; tante sicuramente, chi arrese, chi come lei ribellate all' appiattimento del suo rapporto. "Chissà come sarebbe stato per noi, oggi

 con un figlio" si chiese. A suo fratello un figlio aveva messo in pericolo il suo

rapporto, a lui, il non volerlo lo aveva distrutto. Strana la vita! Ogni cosa sembra fatta apposta per complicartela e nonostante le storie siano sempre terribilmente uguali, si finisce inesorabilmente per ricalcarle e continuare a sbagliare. Ritornò a casa e ricordò l' imbarazzo ed il piacere provato quando aveva abbracciato Gianna; quel contatto gli aveva dato una sensazione piacevole, è bello abbracciarsi quando se ne sente il desiderio, ti fa sentire ricco, mai solo e in quel periodo, Luca aveva un gran bisogno di gente da abbracciare. Decise di farlo con sua madre, ma la vergogna prevalse e lo costrinse a rinunciare all' idea, riservandosi di farlo alla prima occasione.

Andò in camera e prese il racconto di suo padre. Il blocco sul quale non c' era titolo, lo aveva probabilmente riservato per ultimo.

C'era una data: "Taranto 15/9/'68". Luca ebbe un brivido, suo padre aveva scritto quel racconto un anno prima di morire e solo allora considerò il fatto che quello che ancora oggi riteneva il suo punto di riferimento, l' àncora di salvezza a cui affidarsi nei momenti difficili, l' aveva lasciato quando aveva la sua stessa età. Le parole di quell' uomo scorrevano veloci sulle righe di quei fogli e lasciavano Luca senza fiato per come così bene avesse saputo rendere vere e reali le situazioni da lui descritte. Non era lunga, quella storia, ma fino all' ultima riga, all' ultima parola, Luca capì che non finiva lì, continuava dentro di noi con la nostra vita. Descriveva tre persone apparentemente diverse fra loro che per una sorta di inspiegabili motivi, si incontravano ogni sera su una panchina di Piazza Castello in città vecchia. Per Luca non fu difficile capire che quei tre personaggi rappresentavano i tre lati del suo

 carattere, del suo essere. Parlava della vita come di un grosso diamante che solo se si frantuma può dare all' uomo la possibilità di riformarlo, magari arricchito da altre schegge che altra gente come lui ha seminato per la strada. Quei tre amici erano la stessa persona e solo alla fine forse erano riusciti a rimettere insieme le schegge del nuovo diamante, pronto a frantumarsi per loro stessa mano ed essere reso ancora più prezioso. Aveva finito di leggerlo dopo pranzo ma lo avrebbe riletto ancora per studiare ogni parola e cogliere ogni emozione che il padre aveva provato nello scrivere quel suo primo e unico racconto. Uscendo nella camera vide nel cestino della carta straccia, il suo aquilone distrutto, si fermò un attimo e ripensò a quella sera in cui accarezzava l’idea del suicidio. È curioso che quel sentimento si facesse vivo così forte, improvviso e così repentinamente ritornava da dove era venuto. "Ho ancora tanta voglia di vivere, evidentemente" si disse sorridendo ma non sottovalutò

 per niente la pericolosità di quel pensiero, sapeva bene che in un momento di

 debolezza avrebbe potuto fare quello sbaglio, basta così poco a volte farsi prendere dai sentimenti, a volte, solo un attimo e... Luca gelò a quel pensiero e pensò al padre.

E se lo avesse fatto di proposito? Se avesse lui stesso deciso di cadere in quel pozzo di fuoco? Se si fosse accorto di non poter mai ricomporre il suo diamante? Era sconvolto e voleva qualche conferma che i suoi fossero solo pensieri infondati e così si precipitò dalla madre che si era appena svegliata dal suo riposo pomeridiano. Lei era intenta ad innaffiare le piante e Luca smorzò il suo impulso non sapendo come iniziare il discorso. Fu accolto da un bel sorriso; quella donna era davvero contenta che lui fosse lì, le si leggeva sul viso la gioia di vedere quel figlio per casa come un tempo e dividere con lui quell' appartamento troppo grande per una sola persona.

«Sono davvero belle le tue piante» disse ammirandole «anche io a Bologna ho

provato a farne crescere qualcuna, ma non avevo il tuo pollice verde e seccavano non appena si accorgevano di me!»

 «Le avrai trascurate» lo ammonì lei, «le piante vanno curate non solo con l' acqua, ci vuole amore, bisogna farle sentire parte della nostra vita, non semplici

 soprammobili»

«Sarà così sicuramente» rispose e intanto pensava che doveva ritornare lì a disdettare l' affitto e a prendere la sua roba.

 «A proposito, penso che dovrai abituarti a curare anche me, ho deciso di rimanere qui a Taranto»

«Luca, io...»

«Non dire niente, ho deciso! E comunque non ti illudere, non lo faccio per te»

 «Non ci credo, Luca io non voglio che ti sacrifichi per me»

«Mamma ti ho già detto che non lo faccio per te, sotto sotto, Toni ha ragione, lì non ho niente che qui non possa avere, anzi, qui posso contare su mia madre; scusa se è poco!»

Sapeva di averle regalato un momento di felicità e anche lui lo era, ancora una volta avrebbe girato pagina e chissà che questa volta non gli sarebbe andata bene.Questa occasione era irripetibile, sua madre era lì con gli occhi lucidi e lui le era di fronte.

L' abbracciò forte, sentiva il corpo di sua madre aderire al suo, lo sentiva

vivere vicino al suo e fu bellissimo, si lasciò persino sfuggire dalla bocca un "ti

voglio bene" senza vergognarsene. Si. D' ora in poi le cose dovevano andare bene; lo sentiva, stava partendo col piede giusto.    

mimmofornaro





martedì, 08 agosto 2006, ore agosto 08, 2006 00:56

MA COSA NE DITE VOI DI QUESTA STORIA?

NESSUNO DI VOI SI E' SENTITO MAI COME LUCA?

(continuate a darmi pareri e consigli su "Profumo di nuovo"... CIAO!!!!)

 CAPITOLO VI 

Il suono del citofono scosse Luca che istintivamente coprì con la mano il foglio di quel quaderno quasi per vergogna. Non era solito mostrare le sue debolezze e in quel momento era molto vulnerabile per qualsiasi discorso. Mise a posto quel tesoro che solo a lui la madre aveva affidato e si preparò ad accogliere suo fratello e la sua famiglia.

Nuova cravatta e nuova giacca per Toni, ma sempre gli stessi discorsi. Ormai

nessuno lo sentiva più: la moglie, la madre e persino il piccolo Andrea lasciavano

scivolare senza farci caso le ambizioni misere di un impiegatuccio con il mito  dell' industriale. Luca l' ascoltava incredulo:

"Neanche per lui il tempo non è mai passato, siamo rimasti tali e quali ai ragazzini che così diversi si parlavano appena. Niente è cambiato in noi... Io con il vuoto al posto del cervello e lui con la merda. Uguali... Perfettamente uguali"

Sua madre però solo a lui aveva dato quei quaderni ed ora si chiedeva perché: forse Toni ne aveva più bisogno di lui. Forse anche lui doveva far volare il suo aquilone ma, anche se con un pizzico di sofferenza riconobbe che doveva valere la pena aver toccato l' idea del suicidio se così si può trovare il bandolo della propria matassa, e non passare una vita a seguire un destino che non esiste perché ci si illude di vivere.

Toni rientrava nella categoria che suo padre definiva: inutili, monnezza, coloro che vivono senza coraggio per non avere troppe sorprese; insomma, quelli senza

 speranza, destinati ad essere spettatori passivi di tutte le storie che la vita riserva, comprese le loro.

Luca in quel momento capì che a differenza del fratello, lui non era così passivo.

Forse vigliacco perché si accontentava di un ruolo marginale e anonimo nella messa in scena della vita, ma il fatto che ora soffrisse tanto dimostrava che era pronto ad interpretare ruoli più importanti.

Sua madre l' aveva capito.

 

Gianna fu molto silenziosa a tavola, i suoi interventi erano tutti rivolti ad Andrea per invogliarlo a mangiare. Luca la osservava e come la sera prima, la curiosità (strana per lui) di saperne di più, lo rodeva.

«Scusatemi, mentre esce il caffè, vado fuori a fumare una sigaretta» disse alzandosi e rovistando nella tasca del gilet per trovare l' accendino.

«Me ne offri una?» Gianna aveva agito di impulso, lo si capiva da come la sua

domanda era venuta fuori: ad alta voce, quasi per paura di non poterla dire più, se non in quella occasione.

«Ora che fai, fumi?». Lo sguardo di Toni era a metà tra lo stupito e il rimprovero.

«Mi è venuta voglia di fumare» ribatté lei rimpostando la voce e restituendogli uno sguardo duro. Fermo.

«Basta che fumi fuori» disse Toni arrendendosi al gelo di quegli occhi. Meglio

evitare liti di fronte ai parenti e continuare a dare l' immagine di una coppia perfetta.

 Meglio nascondere la testa sotto la sabbia e aspettare che ci sia tregua prima di

 uscirla fuori.

«Complimenti, hai vinto il primo round» affermò sorridendole Luca appena fuori nel balcone.

«Grazie, ma come al solito, l' incontro lo vince lui per K.O.» ammise lei aspirando a fondo una boccata dalla sigaretta che aveva appena accesa.

«Fumo da tanto sai? Di nascosto da loro. E' il mio piccolo segreto. Magra consolazione, vero?» e tirò fuori un sorriso amaro mentre Luca immobile la guardava. Era ancora bella e se un tempo e aveva dato l' impressione che dimostrasse più dei suoi anni, ora una luce

fanciullesca nei suoi occhi la rendeva più vera, triste ma vera.

«Senti Luca, è ancora valido il tuo invito a parlare?»

«Si»

«Mi vieni a prendere domattina alle nove?»

«Ok, domattina alle nove»

La sigaretta si consumava in fretta e misero fine a quei pochi minuti di complicità fra i due cognati che rientrarono per bere il caffè appena uscito. Entrambi non erano convinti che vedersi l' indomani fosse una buona idea, ma ormai lei glielo aveva chiesto e lui aveva accettato. Inutile pensarci.

«Allora, fricchettone, volevo dirti qualcosa» Toni aveva la faccia delle grandi

occasioni. «Tempo fa ho parlato con il tuo vecchio datore di lavoro, il quale mi ha detto ti avrebbe ripreso in qualunque momento. Dice che di arredatori come te ce ne sono ben pochi e sarebbe felice se tornassi a lavorare per lui»

Luca rise tra sé e sé e rispose schietto:

«Lo credo bene, non è facile trovare chi ti lavora nove ore al giorno per quattro soldi e senza essere nemmeno assicurato»

«Lo sai che ti avrebbe assicurato se fossi rimasto lì» continuò Toni con una vena di rimprovero nella sua voce stridula da mezze-maniche.

«Erano cinque anni che me lo prometteva, comunque ti prometto che ci penserò

prima di morire di fame»

Luca aveva creduto di poter mettere fine a quella discussione, ma suo fratello non si accontentò di quella affermazione spiritosa e, indispettito volle restituirgli la provocazione.

«Non mi sembra che a Bologna tu abbia un lavoro stabile; e comunque, cosa credi di realizzare lì? Quanto ti ha fruttato fin ora la tua chitarra?»

«Lascia perdere Toni, non roviniamoci il pranzo» interruppe la madre che fino a quel momento aveva sperato che non si facessero quei discorsi.

«Non c'è problema mà, stiamo solo ragionando» la rassicurò Luca, ma Toni aveva perso il controllo; la calma di suo fratello lo indispettiva.

«Magari si potesse ragionare con lui; il superuomo non si ribassa a rispondere a noi, miseri mortali, lui prende e parte lasciandoci qui due anni ai nostri casini senza degnarci di una telefonata! Lo sai che tua madre è malata?"

«Basta Toni» sussurrò Gianna

«No, non basta! Cosa è successo mamma?»

Solo allora Luca si era accorto che la madre piangeva.

«Te lo dico io grand' uomo!» continuò Toni per niente calmato.

«Tua madre due mesi fa ha avuto il secondo infarto. Il secondo Luca, visto che tu non sai niente neanche del primo!»

Ora tutti tacevano, l' atmosfera era gelida, tutti erano lì, intorno al tavolo senza

emettere suoni.

Strano come con il passar del tempo ci si abitui alla presenza di persone, credendole punti fermi, inamovibili dalla nostra vita. Quei due fratelli avevano perso il padre quando erano bambini e la presenza di quella donna rappresentava forse l' unico legame fra loro. Nessuno dei due aveva pensato che anche quella donna d' acciaio un giorno avrebbe potuto ammalarsi e anche morire. Toni aveva affrontato tutto questo da solo fino a quel giorno e ora toccava a Luca misurarsi con questa angosciosa realtà. Sapeva bene che nessuno è eterno e sapeva anche che sua madre non era più una ragazzina, con i suoi settantacinque anni e la pressione costantemente alta.

Toni aveva ragione; in quei due anni dove nulla sembrava essere cambiato, lui non solo non era stato capace di dare un senso alla sua vita, ma aveva completamente ignorato gli altri, cullandosi del fatto che apparentemente tutto era rimasto immutato.

Era imbarazzato, la sua maschera impassibile era in frantumi e lasciava il posto a quella più vera, di un uomo che ha ancora bisogno di certezze, di punti fermi per andare avanti, di sapere che anche da solo, da qualche parte c'è qualcuno che ti appartiene e ti pensa. Questo lo confortava, ma durante quelle poche telefonate che aveva fatto, non aveva mai pensato di chiedere e di chiedersi "Come stai mà?".

 Niente doveva cambiare, la sua città, la sua famiglia, il locale dove suonava; persino Battista doveva sicuramente essere rincoglionito prima che lui se ne andasse. Tutto doveva rimanere al suo posto. Aveva ragione Toni. Luca nel suo egoismo da grand' uomo ignorava tutto e si lasciava immergere nel vuoto dei suoi pensieri pretendendo che tutto girasse intorno al suo niente.

 

«Ok Toni, hai sputato il tuo veleno e hai fatto bene. Ora scusatemi». E si rifugiò nella sua stanza, l' aquilone era ancora lì, sulla mensola, lo ruppe. Non era ancora pronto per farlo volare.

(continuate a darmi pareri e consigli su "Profumo di nuovo"... CIAO!!!!)

mimmofornaro





lunedì, 07 agosto 2006, ore agosto 07, 2006 01:03

un capitolo al dì per continuare a parlarvi di...

COME UN VOLO D'AQUILONE

CAPITOLO V 


Sono certo che in queste pagine non è stato facile capire chi è e cosa vuole Luca sul
serio. Cosa è tornato a fare a Taranto, cosa gli vieta di ristabilirsi nella sua città...

 Spero di riuscire in seguito a rendere il suo ritratto quanto meno comprensibile.

 Non è facile descrivere delle emozioni che tutti abbiamo e quotidianamente

 ignoriamo, rendere presente il passato e immobile il futuro. Luca ha trentaquattro anni, o dodici (quando Battista parlava dei suoi sogni), o sei (quando il padre lo stringeva forte), o diciotto (quando non ricordava dove aveva parcheggiato la macchina) o ancora trentadue (quando la sua donna andò via). È una valanga di ricordi così freschi nella memoria da sembrare presente.

 Luca si cerca in questi ricordi, non vuole privarsi di niente, vuole vivere la sua vita senza vegetare, senza timori di doverla vivere ipocritamente. È vittima della sua coerenza, delle sue paure, dei suoi ricordi e deve affrontarli a Taranto: lì era

 cominciato tutto. E solo lì poteva continuare davvero la sua storia.

Uscì dal locale verso mezzanotte, le orecchie gli fischiavano ed entrò in macchina sbuffando. Poggiò la schiena alla spalliera e chiuse gli occhi. La voglia di suonare era stata appagata, ma ormai questo non bastava più per farlo sentire vivo. I suoi ricordi, il suo presente vuoto di qualunque contenuto e il suo futuro sempre identico al passato e al presente, giravano in tondo da tempo, e quel cerchio era maledettamente piccolo e si restringeva sempre di più.

"Cos' è la libertà?" si chiedeva spesso quando come stasera si sentiva più che mai schiavo della sua vita senza battiti.

"Mi è sfuggita la vita! Ho perso la mia vita, non sono nessuno!" La sua voce

 soffocata era rimasta catturata nell' abitacolo dell' auto ma il suo sguardo usciva fuori dal parabrezza e toccava la luna e le stelle che in cielo offrivano uno spettacolo grandioso.

Il suo lamento terminò con l' affanno dei singhiozzi che volle provare a frenare senza successo. Non una lacrima uscì dagli occhi di Luca il quale già maturava un altro pensiero. Si allontanava spesso da sé, quando il pensiero del suicidio rumorosamente si faceva largo nella sua mente (istinto di conservazione?).

 "Non ho mai visto un aquilone volare di notte" rifletté conscio dell' inutilità di quella constatazione "Non ho più fatto volare un aquilone da quando mi fecero quella foto con papà!".

Mise in moto l' auto. Quel pensiero bizzarro, l' aveva sollevato.

"Ridatemi il mio aquilone!" gridò e pensava già a come costruirne uno.

La mattina si alzò presto e cominciò a procurarsi l' occorrente. Sua madre fu

 incuriosita da quel movimento ma aspettò di capire da sola le intuizioni di Luca che, preso freneticamente da quella idea, tagliava a metà delle canne che lei usava per sostenere le piantine che altrimenti si sarebbero spezzate.

«Mamma, dove tieni la carta regalo?» Sapeva che la conservava da qualche parte, faceva parte delle manie di sua madre.

 «Nel cassetto del mobile del telefono» rispose lei mentre l' odore delle polpette fritte si espandeva sempre più: era il profumo delle domeniche mattina.

Luca finì il suo aquilone e se lo guardava, fuori dal balcone, seduto a fumare con aria soddisfatta.

«Bello, lo darai ad Andrea?»

«No mamma, penso di averne bisogno io»

«Vuoi farlo volare?»

 «A papà, piacevano gli aquiloni, vero?» Luca sembrava non aver sentito le parole di sua madre, ma aveva letto nei suoi pensieri, e sapeva che i movimenti che quella mattina aveva fatto, costruendo l' aquilone, avevano fatto rivivere in lei i momenti passati con suo marito.

«Si, piacevano molto. A volte ci giocava più lui che voi»

«Parlami di lui, mà» Luca la guardava serio mentre con le mani non smetteva di

manipolare il suo aquilone, per i ritocchi finali.

Fu spiazzata da questa domanda. Solo lei conservava il segreto di quell' uomo, solo lei sapeva la sua verità, ma fino a quel momento, nessuno le aveva chiesto di rivelarlo. Ora Luca voleva sapere, e dal suo sguardo, lei capì che non poteva non raccontargliela.

«Non potrei mai descrivertelo, forse neanche lui ci sarebbe riuscito. Tu gli somigli molto, ma ti manca qualcosa che faceva di lui un artista e possiedi quello che ha sempre sognato: la libertà (Luca fece un sorriso amaro) per poter volare via, in un mondo che non è questo. Lui non era di questa terra. Tuo padre ci viveva, ma non respirava la stessa aria che respiriamo noi»

 «Cosa mi manca, cosa non ho mamma?»

 «Non so Luca, forse il fatto di non averlo potuto conoscere bene, ti ha fatto ignorare la rabbia, quella che serve ad avvelenare il sangue ma evita che questo si fermi nelle vene rendendoti inevitabilmente comune.  Che strano, parlo con le stesse parole di tuo padre. Quante volte ho visto la sua rabbia, quante volte ho sentito scorrere velocissimo il sangue nelle sue vene mentre con le sue piccole cose si illudeva di essere nel suo mondo ideale. Sapevo che ero io il suo freno, lo sapevamo entrambi, ma nonostante tutto volevamo diventare famiglia. Mai ho sentito da lui il rimpianto di questa decisione, ma neanche per un minuto ho sentito la sua rabbia placarsi, o il suo sangue rallentare. Il tuo sangue è fermo Luca. Forse lui ti avrebbe insegnato a farlo scorrere, io non sono stata capace di farlo, ma forse qualcosa posso fare».

 Luca era rimasto seduto con il suo aquilone in mano quando sua madre si alzò per andare in camera da letto. Non riusciva ad articolare nessun pensiero e non fu capace di reagire alla constatazione che la madre aveva appena fatto sul suo conto. Forse da tanto lei aveva capito tutto ma lui non le aveva mai permesso di esprimersi.Tornò con tre grossi quaderni.

 «Queste sono le poesie e il racconto che scrisse tuo padre. Leggili. Chissà che non abbia scritto qualcosa per te»

 Poesie, Racconto! Chi se l' aspettava che avesse scritto altre cose, oltre quelle che sia lui che Toni conoscevano. Quelle storie dedicate a loro che la madre gli diede quando il marito morì ed erano riposte nella libreria. Questi tre quaderni dovevano essere davvero importanti se per tanti anni sua madre li aveva tenuti per sé.Luca li prese senza dire una parola e si alzò per andare in camera sua. Sua madre riaccese il gas per continuare a friggere le polpettine per la pasta al forno.

 «Luca!»

 «Si?» rispose lui sporgendo la testa dalla porta

 «Liberami il tavolo da quell' aquilone»

 «Subito. Ah, senti»

 «Cosa?»

 «Se dovessi vedere mia madre...Ringraziala da parte mia!»

 «Lo farò» rispose con un sorriso al figlio che più che mai aveva bisogno di volare

con il suo aquilone per capire come è possibile vivere quaggiù.

Aprì subito le pagine di quei quaderni e cominciò a leggere le poesie.
Avidamente si
gettò sui versi del padre, sui suoi stati d' animo. Si lasciò trasportare da quelle brevi poesie, nel mondo di una persona a cui non avrebbe mai potuto replicare o parlare per capire meglio i contenuti che venivano fuori  copiosi da quei quaderni. Lui capiva tutto... Quasi tutto quello che suo padre provava. Si palpava nell' atmosfera che quella lettura creava, ma quello che a Luca sfuggiva erano i contorni di quell' uomo.

 Chi era? Come era possibile che in una sola persona convivesse un esemplare padre di famiglia e lo spirito inquieto di chi si lascia trasportare dalle sensazioni? Come può il saggio essere nella stessa pelle dell' incoerente?

 Rabbia, aveva detto sua madre. Suo padre aveva vissuto con rabbia per essere se stesso, ma la convinzione che non fosse solo quella la componente che fa di una persona l' artista, faceva largo dentro di sé. Fu molto colpito da una poesia in particolare: parlava di un appuntamento mancato, forse questo poteva aver sfasato tutto il corso di una vita.  Il fatto di essere arrivato prima o dopo al posto concordato, poteva far sentire fuori luogo un modo di esistere che sarebbe stato, al tempo giusto, del tutto appropriato.

Suo padre, a dispetto di quanto credeva sua madre, era libero, aveva deciso di esserlo nonostante il tempo gli segnasse inesorabile il suo anticipo rispetto alla vita reale, pratica, e in ritardo con i suoi sogni.Luca si chiese se lui avesse mai concordato il suo appuntamento con il suo destino, forse sì, e probabilmente tutti e due erano arrivati in orario prefetto. Questo rendeva limitata la sua vita, le sue aspirazioni, questo lo rendeva schiavo.


Ora sento il gelo di una nota 
mentre attraversa l' anima del mio interprete,  
 

quello che muove i fili dei tanti burattini

 che cambiano trucco se cambia la scena 

Ora sento la rabbia di una nota 
mentre rimuove in me la polvere di una scelta,

di una strada già percorsa da altri
da troppi.
 

Ora sento il pericolo di quella nota 
che stride come una frenata d' auto alle mie
spalle

troppo vicina per poterla evitare 

 e troppo in ritardo ad un appuntamento mai dato.

Ora sento il tempo esausto di una nota 
e mi fa capire che ho corso troppo

per non arrivare tardi al mio appuntamento e di essere stato lì, fermo, 

in anticipo di tanti anni

 

Dovette leggerla tante volte quella poesia, non riusciva a  capire come quell' uomo fosse riuscito a piegare il tempo diventando artista, sempre e fino in fondo. Forse la voglia di scrivere gli era venuta mentre faceva volare qualche aquilone che insieme ai figli costruiva nella cucina di quella piccola casa di Via Diego Peluso; forse, stringendo i suoi bambini facendo finta di dormire, si sarà reso conto che il saggio e  l' incoerente lungo il suo cammino non potevano vivere l' uno senza l' altro.

Luca non era un artista, non ancora almeno. L' artista per essere tale, deve vivere da artista, sentire le pene di sé stesso, degli altri e lottare con la propria coscienza per affogare il saggio che è sempre presente e invita alla calma. L' artista intraprende con l' incoerenza che convive in lui, sempre la strada meno facile e l' abbandona quando questa diventa pericolosa, dando retta alla saggezza vigliacca che limita  l' arte ma genera la rabbia che permetterà all' artista di rimuovere il suo spirito.Luca aveva dato il suo appuntamento al saggio e all' incoerente, e tutti e tre si muovevano in perfetta sincronia per rispettare gli altri. Questo cominciava a capire quella mattina, con i versi di un padre con la sua grafia larga, che dopo tanti anni ritornava più vivo che mai a cambiare la sua vita, fino a quel momento vuota e inignificante.

"Sarò un artista papà!" si disse chiudendo gli occhi, ma doveva ancora capire

 qualcosa. Non era così facile; e se ne sarebbe accorto presto.

 

(continuate a darmi pareri e consigli su "Profumo di nuovo"... CIAO!!!!)

mimmofornaro





domenica, 06 agosto 2006, ore agosto 06, 2006 03:55

perdonate la parentesi teatrale...
CONTINUATE PERO'
A DARMI CONSIGLI O COMMENTI!

continuiamo con

"RIDATEMI IL MIO AQUILONE"

   CAPITOLO IV

 

Luca rimase lì per un' ora circa. Giusto il tempo di capire come gli anni potessero appiattire anche i sentimenti più forti. I figli poi completano l' opera di annullamento del rapporto, succhiandosi tutto l' amore e l' attenzione disponibile, anche a costo di rendere estranei i genitori.

 Queste cose rifletteva in macchina, mentre con il finestrino aperto fumava la seconda sigaretta consecutiva. Le lacrime soffocate di Gianna e la superficialità di Toni catturavano i suoi pensieri facendogli dimenticare il piacere che aveva provato nel rivedere suo fratello, sempre uguale, con le sue giacche e le sue convinzioni ma così tanto familiare che, anche se non l' avrebbe mai riconosciuto, a volte gli somigliava pure.

 Lasciò scorrere i suoi pensieri sulle lancette dell' orologio che, senza fretta, girarono fino alle ventidue: l' ora giusta per sentire un po' di musica. Chissà se in quel locale in cui aveva suonato tante volte, avrebbe incontrato qualche vecchio amico, chissà chi avrebbe suonato quella sera; qualche band conosciuta o giovani formazioni, nate per soppiantare le vecchie. Girò molto prima di trovare un parcheggio e percorse senza fretta un bel po' di strada prima di arrivare alla porta del club. Entrò senza emozioni, pronto a qualsiasi situazione, c' era poca gente, quando scese le scale ricordò che quello era il periodo peggiore per quel locale. I Tarantini infatti non appena il sole comincia a scaldare un po', si riversano verso la litoranea che offre quantomeno refrigerio, visto che il fastidioso scirocco rende asfissiante l' aria.

Riconobbe Alberto: il barista e gli si avvicinò sorridendo.

 «Chi non muore si rivede eh?» esclamò il barman sgranando gli occhi e sporgendosi per dare la mano a Luca.

«Ce l' hai una birra per me oste?»

«Sempre; come mai da queste parti?»

«Sono in vacanza. Che aria tira?»

«La solita. L' acqua è ferma. Hai fatto bene ad andare via»

Il palchetto era allestito e l' amplificazione da lì a poco avrebbe scandito le note degli strumenti.

 «Chi suona stasera?»

 «I tuoi amici. Tirano ancora; hanno fatto furore quest' inverno... Certo, senza di te il gruppo ha perso tanto, ma il nuovo chitarrista non è male»

Alberto lo provocava e forse ci era riuscito. Luca cominciava ad essere impaziente e non vedeva l' ora di sentire all' opera la sua vecchia band e il nuovo chitarrista.

Non era abituato a fare da spettatore. A Bologna girava per locali con la chitarra nel fodero pronto ad uscirla alla prima occasione per unirsi ad altre band (meglio se sconosciute) e dimostrare la sua versatilità verso la musica.

 Quella sera non aveva la chitarra e non avrebbe neppure potuto averla, visto che era rimasta a Bologna. L' aveva lasciata forse per darsi la giustificazione per tornare.

Senza che Luca se ne fosse accorto, i tavolini erano stati occupati quasi tutti e, contro ogni previsione, la gente continuava a scendere in quel locale. Finì la sua birra e si girò appena in tempo per vedere arrivare i suoi vecchi compagni. Fu riconosciuto subito da Gino: il batterista, che passò la voce agli altri. Venne subito circondato da quei pazzi furiosi e costretto a raccontare in pochi minuti, due anni di vita; comunque a loro interessavano poche cose: musica, serate e donne. Luca fu molto abile a dire quello che voleva senza mentire, eludendo con naturalezza quelle domande che riguardavano le donne. Quelli erano affari suoi.

«Questo è il nuovo chitarrista» proruppe Aldo il tastierista mettendo il braccio al  collo di un ragazzo con i capelli lunghi e il giubbotto jeans.

 «Ciao, sono Ezio, mi hanno detto che sei un mago della chitarra»

 «Ho sentito dire la stessa cosa di te»

 «Resti qui a sentirci?» disse Ezio tradendo un po' di emozione

 «Certo che resta qui!» esclamò Fabio prima che Luca riuscisse ad aprire la bocca.

 Fabio era il bassista e continuò ammiccando: "Se vuoi, puoi anche suonare"

 «Perché no» rispose «Ho sempre la mia armonica pronta all' uso» e la tirò fuori dalla tasca del gilet. La portava con sé ovunque, forse era più affezionato a lei che alla chitarra e la suonava anche discretamente bene; non come la sua Ghibson, ma a volte, da solo, a casa o vicino al mare, si rilassava a soffiarci dentro e tirare fuori da quella scatoletta di metallo nero, suoni lunghi, prolungati, saturi dei suoi pensieri mai  risolti. Questo da un po' era il suo problema: era triste, non depresso; malinconico come un blues che mette inevitabilmente addosso la sofferenza della rassegnazione.

 Luca, che sebbene si lasciasse vivere senza emozioni, poteva naturalmente godersi i suoi anni, si macerava ormai sempre più nel desiderio di capire a cosa serviva la sua vita.

Non combinerai mai niente nella vita si era sentito gridare in faccia, e il rumore della porta che sbatteva aveva messo il punto a quella frase e fine a quella storia. Lui aveva continuato a suonare l' armonica e per strada lei lo avrà sentito sicuramente. Certo, avrà capito che era triste, ma nessuno poteva aiutarlo perché era lui la causa dei suoi problemi. Per questo non tornò più indietro.

 Salì sul palchetto senza tradire emozioni particolari. Era tanto che non provava più il brivido dietro la schiena, prima di suonare  e la cosa lo preoccupava un po' "Avrò perso l' anima?"  si era chiesto una sera "Pazienza" rispose, "la cercherò dopo".

Fabio lo presentò con entusiasmo al pubblico annunciando una bella serata all' insegna della musica e cominciarono a suonare.

La gente si zittì e la musica dominò sovrana per un bel po'. 

Ezio era davvero bravo e Luca apprezzò la sua tecnica, forse gli mancava quel tocco di fantasia che fa di un chitarrista un protagonista, ma aveva voglia di diventarlo e forse quella sera avrebbe capito come si faceva. L' armonica vibrava e Luca si lasciò trasportare dal suo suono chiudendo gli occhi. Era bello stare lì, si sentiva bene, a casa e suonò senza risparmiarsi guadagnando molti applausi.

«All' armonica se l'è cavata bene, vero? Ora vediamo alla chitarra!»

La voce di Ezio uscì dagli altoparlanti e colse di sorpresa Luca che si girò  

interrogandolo con lo sguardo.

«Insegnami qualcosa» gli disse porgendogli la chitarra, lui la prese sorridendo e  ricambiò offrendogli la sua armonica che Ezio rifiutò. Ora sentì il brivido "Ecco che l' anima si fa viva" si disse compiacendosene mentre il basso gli diede l' ingresso per cominciare. Fece un pezzo poi un altro poi un  altro e un altro ancora: era bravissimo e gli occhi di tutti erano su di lui.

«Sei sempre un mostro» gli sussurrò Fabio all' orecchio ma Luca non lo sentì,

raccolse gli applausi e si slacciò la cinghia per restituire la chitarra al suo proprietario che ammirato lo invitò a continuare.

«Vogliono te, suona ancora, non mi dispiace» gli disse Ezio sincero.

«Meglio lasciarli con un po' di appetito» rispose e continuò: «Vado a bere una birra,  vi aspetto?»

 «Ok» risposero tutti e annunciarono un break.

 Sedettero sul trespolo vicino al banco e Alberto gli servì le birre.

Erano ancora lì, dopo due anni, seduti con le loro sigarette accese ed una birra da sorseggiare. Fabio, Aldo, Gino e Luca a ricordare vecchi aneddoti. Ezio si teneva un po' in disparte e ascoltava le loro storie.

«Hai sentito il nostro nuovo chitarrista? Niente male eh?» chiese Gino a Luca che finiva la sua birra.

«Bravo davvero» rispose Luca fissando Ezio. Non si era mai sprecato in complimenti  

però quella sera avrebbe voluto dire qualcosa di più al suo sostituto, lo aveva colpito quell' atto di umiltà che aveva ricevuto da lui quando gli aveva offerto la chitarra.

Lui  non l' avrebbe fatto. Restò zitto e lasciò che i suoi amici raccontassero della loro fortunata stagione musicale, ma quei discorsi erano tutti così maledettamente uguali! Chissà quante volte li aveva sentiti uscire dalle bocche di tutti i musicisti, che aveva incontrato e chissà da quanto tempo non li ascoltava più e, sorridendo di tanto in tanto, pensava ad altro cercando l' espediente per fuggire.La via d uscita la diede Ezio che andandogli vicino gli chiese:

«Sul serio non vuoi suonare più la chitarra stasera?»

«E' giusto che suoni tu, io se volete farò ancora un paio di pezzi con l' armonica e poi vado a letto, sono arrivato stamattina e sono un po' stanco».

 «Stasera mi sono reso conto che ho tanto da imparare, mi ha impressionato il tuo modo di suonare. Dammi un consiglio!» Ezio lo guardava ammirato e Luca si sentì lusingato.

 «Quanti anni hai?»

«Ventitré» rispose il giovane chitarrista tirandosi dietro i capelli.

«Sono pochi?»

«No, è l' età giusta. Sei bravo e suoni meglio di tanti altri che si danno arie da grandi geni. Non ho consigli da darti, almeno, che riguardino la tecnica; quei consigli non servono, servono solo a chi li dà per sentirsi importanti ma, una cosa mi va di dirti: non pensare quando suoni, non farti prendere dalla precisione di un passaggio, suona e basta, per il gusto di farlo, senza cercare di accontentare il pubblico o questi tre psicopatici dei tuoi compagni e quando lo fai, fallo come se fosse l' ultima volta.»

Tutti si erano ammutoliti a sentire Luca, forse era la prima volta che il suo gruppo sentiva dalle sue labbra qualcosa di così importante. Non erano mai stati tanto amici da scambiarsi le loro emozioni e le rivelazioni di Luca lasciarono tutti interdetti«Domani suoniamo ancora qui, vieni?» Ezio voleva di più da lui e senza pudore cercava di attingere quanto più possibile da quell' uomo con lo sguardo così complesso. Voleva conoscerlo meglio per capire bene quello che gli aveva detto.

Secondo lui, quel consiglio nascondeva sicuramente qualcosa di più importante.

«Non lo so, vedremo, ora andiamo; la gente aspetta».

 

mimmofornaro