MIMMO FORNARO RACCONTA...
POSSO CHIEDERVI UN FAVORE?
STANOTTE HO FINITO DI SCRIVERE
QUEL FAMOSO MONOLOGO CON CUI VORREI PARTECIPARE AD UN CONCORSO...
MI DARESTE UN PARERE SPASSIONATO?
SONO MOLTO INDECISO SE PARTECIPARE O MENO...
NIENTE PAURA
SONO SOLO POCHE RIGHE
ECCHECCAVOLO!
PROFUMO DI NUOVO
Il mondo girava lento allora. Sembrava un’enorme giostra che piano piano faceva passare in rassegna sempre le stesse facce, gli stessi abiti le stesse case... lo stesso falso benessere, la stessa felicità tinta di sacrificio e la stessa volontà di farcela a vivere in una casa decorosa di due camere, cucina ed un tramezzo dove con la scala di legno si andavano a riporre le bottiglie di salsa che a settembre si faceva rendendo le camere pregne di odore di pomodoro fresco.
Era il 1969. Da lì cominciano i miei ricordi.
Estate 1969. ricordo che quando scrivevo la data sul mio quaderno di bella scrittura scandivo fra me e me i numeri uno alla volta. 1- 9- 6 -9
Il caldo quella estate era torrido, non era raro vedere in giro bambini rapati a zero, senza maglietta, che portavano a domicilio le bombole del gas. Fuori dai biliardi, ragazzi in attesa di lavoro, aspettavano che qualche camion di traslochi li ingaggiasse alla giornata per salire sugli alti gradini che portavano ai pianerottoli i mobili di qualcuno che andava ad abitare nel quartiere.
Mio padre comprò una Fiat 1100 R, bianca... non credo che a quei tempi le auto avessero tante opzioni di colori, non ricordo di averne viste in giro altre 1100 di una tinta che non fosse il bianco. I sedili erano di vilpelle rossa e col sole l’odore che emanava faceva girare lo stomaco:
“è profumo di nuovo"...Diceva mio padre come per dire che sapeva di buono...
Noi tutti ce ne convincemmo e, anche se spesso e soprattutto col sole a picco la vilpelle si scaldava liberando un odore insopportabile tanto da reprimere i conati di vomito, lo apprezzavamo. “È odore di nuovo”
... e tutto ciò che sapeva di nuovo, non poteva farci male.
Forse per mio padre quella 1100 R, era la prima cosa nuova della sua vita.
Quando percorrevamo via Capecelatro, i ragazzini si attaccavano dietro al cofano accompagnandosi con tre note, sempre uguali, ridendo. Mio padre li lasciava fare, era un po’ godere di quell’attimo di notorietà. Poi prendeva velocità e li lasciava dietro, ai loro giochi per la strada o negli androni di quei palazzi coi portoni di legno senza citofono.
Con i miei fratelli giocavamo fuori al balcone. Mi sembrava enorme allora, allora era tutto enorme... e immobile.
Quando ormai adulto rividi quella casa, mi resi conto che non era affatto così; ma non erano stati gli occhi del bambino che mi avevano ingannato, erano gli occhi di chi come me, i miei fratelli, i miei genitori, aveva voglia di far girare quella giostra il più lentamente possibile, per non perdere neanche un attimo di quel momento di... benessere.
Mio padre era nato in un paese vicino e lavorava a Taranto da quando aveva 14 anni. Era stato un ottimo congegnatore in un cantiere navale, quando gli passò sul piede un autotreno. Per questo comperò la 1100. non poteva fare lunghi tratti a piedi. In ospedale riuscirono a rattoppargli il piede, se così si poteva chiamare quella specie di polpettone che si portava dietro con finta disinvoltura. Gli amici lo chiamavano “Il barone” per quel suo modo di oscillare quando camminava. E a lui piaceva.
Poverino, conviveva con gli infortuni: in guerra una granata gli costò un occhio, al cantiere gli saltò un dito. L’episodio del piede però lo segnò. La paura che l’infortunio potesse aspettarlo ancora, non riusciva a togliersela dalla testa.
Aprì un magazzino di olio, ma non ci volle molto a capire che non sarebbe durato a lungo. La gente a quei tempi non aveva molti soldi, chi pagava, lo faceva con la “libretta” a fine mese, a prendere l’olio da mio padre, però, erano di più quelli che non pagavano, c’era chi spariva dalla
circolazione, chi andava a mendicare da lui pregandolo di dargli dell’olio senza neanche promettergli il pagamento.
Sarebbe facile dire che fosse un buono, forse facile come dire che era fesso. Chissà, forse semplicemente non sapeva dire di no a nessuno. Non essendo tra l’altro del mestiere, i grossisti gli rifilavano un bidone dietro l’altro... di olio scadente intendo. Quando chiuse, l’unica cosa che gli rimase erano qualche bidone di olio cattivo e quaderni pieni di crediti che mai avrebbe recuperato.
Eravamo in serie difficoltà economiche insomma.
Mia madre, anch’essa di paese, con la corriera andava a prendere delle provviste o i miei nonni gliele mandava tramite qualche compaesano che veniva a Taranto.
Intanto mio padre continuava a mettere in un cassetto le lettere che l’Italsider, il nuovo colosso della siderurgia che nasceva a Taranto gli mandava per assumerlo. Chissà, forse per paura che qualche autotreno carico di bramme d’acciaio potesse finire l’opera che aveva cominciato ai cantieri... Tanti posti furono occupati, perlopiù posti da manovali, mio padre però lo cercavano per compiti migliori, visti i suoi ottimi trascorsi al cantiere. Fu per caso che mia madre scoprì quelle lettere, e quando tornò a casa il marito, gliene parlò con garbo, come solo una moglie di allora poteva parlarne.
Lui tagliò corto. Niente da fare, il siderurgico poteva produrre acciaio senza di lui.
Fu mio zio Vittorio, lui lavorava alla ferrovia, che lo convinse a vedere di cosa si trattasse. Lo chiamavo zio pur essendo il fidanzato di una zia Eride, nipote di mio padre. Un tempo chiamavamo zio chiunque avesse un pò di anni di più di te.. “Ma ccè sì fesse, ‘u zì, vavvide almene de ccè se tratte!”...
E mio padre andò a vedere... gli autoreni c’entravano, si, ma il suo compito sarebbe stato quello di pesarli attraverso una cabina. Bisognava solo pigiare il bottone e segnare il peso del mezzo vuoto e a pieno carico.
Tornò a casa col contratto di lavoro... com’era facile allora trovare lavoro...
L’atmosfera in casa cambiò, una volta rimessoci in piedi, anche noi avvertimmo un’aria più serena in casa. Si continuavano a fare sacrifici, ma questo era alla base di qualsiasi famiglia allora. Felici? Non lo so, ancora non afferro appieno il significato di questa parola..
Riconosco però che ci eravamo vicini. Vicino a scuola c’era una giostrina, mia madre quando mi veniva a prendere mi ci portava. A pensarci bene, si.
Vera o falsa, eravamo felici.
Era estate, mia madre preparò delle focacce con cui avremmo cenato al ritorno, ed insieme uscimmo a fare spese.
Avevamo un evento da festeggiare... zio Vittorio e zia Eride si sarebbero sposati.
Organizzarono un’uscita per comprare i vestiti per la cerimonia. Dovevamo apparire garbati e per fortuna eravamo tutti d’accordo. Mio padre, mia madre, noi...
Non stavo più nella pelle, quella sarebbe stata la mia prima occasione di avere un paio di pantaloni che non mi venissero passati da mio fratello. Un pantalone che non mi sarebbe arrivato alle ginocchia come quei pantaloncini all’inglese con i tre bottoni ai lati ma sopra le scarpe, e soprattutto, avrebbe portato con se quell’odore di nuovo che desideravamo tanto.
I vestiti allora spesso venivano passati da cugino a cugino, e da fratello a fratello. Io su tre fratelli ero il 2° ma con mio cugino da cui cominciava ‘sta catena, ero il terzo.
Andammo in un magazzino in via Mazzini e dopo un’estenuante tira e molla sul prezzo fra mia madre ed il proprietario, riuscimmo a portarci gli indumenti che io e i miei fratelli sognavamo... i vestiti per la festa... camicia bianca, giacca blu e pantalone lungo della stessa tinta della giacca.
Per le scarpe ci spostammo in città vecchia, lì c’era sulla scalinata della postierla Via Nova un deposito più che un magazzino, enorme con i muri intonacati, con tante scarpe a buon mercato sparse un po’ ovunque, ne vedemmo tante, ma quelle classiche scarpe nere di vernice con suola di cuoio erano di prassi quelle giuste. Altra contrattazione e l’aria di mare una volta fuori da quel deposito che puzzava di umido ci avvolse. Il sole era già quasi tramontato e regalava a quel cielo ancora azzurro delle striature rosso scuro. Uno spettacolo che non si sarebbe ripetuto spesso in seguito, quando il siderurgico cominciò a regalarci quel fumo che seppure sapesse di nuovo, non riuscimmo mai a sentircelo nostro, ... anzi, la gente da allora si convinse che non era poi vero che tutto ciò che sa di nuovo, non poteva farci male. Il polverino rosso del minerale lo schifammo subito, altrettanto presto di quando, capimmo che a Bari forse avevano avuto ragione quando rifiutarono l’impianto perché troppo vicino al centro abitato...
ANCHE AL CENTRO IL SIDERURGICO!
Inneggiavano i nostri lungimiranti politici di allora...
Forse un po’ tutti per qualche attimo restammo lì, davanti a quello spettacolo di colori, di emozioni...
SILENZIO...
Fu un grido di zio Vittorio a riportarci alla realtà...
Il suo sguardo era rivolto alla 1100 bianca e ad una persona che aveva appena forzato il deflettore e apriva la portiera arraffando i pacchi che contenevano i vestiti appena acquistati.
Il ladro che era assorto nel suo atto criminoso ebbe un attimo di smarrimento, girò il volto verso di noi, prese un pacco alla rinfusa e cominciò a correre. Fu un attimo, sufficiente per me a riconoscere il pacchetto in cui erano incartati i miei pantaloni lunghi e la camicia.
Mio padre ebbe l’impulso di andargli dietro, ma il suo piede... gli lessi la sconfitta e la disperazione.
Zio Vittorio invece non ci pensò due volte. Si precipitò all’inseguimento del ladro nonostante zia Eride, senza nascondere un certo orgoglio verso l’uomo che avrebbe sposato, lo esortasse a tornare.
Quasi senza rendermene conto udii altre voci fare eco a quelle di zia Eride. Erano i miei genitori che mi chiamavano, perché, senza rendermene conto, anch’io mi misi a correre dietro lo zio, a svoltare fra i vicoli stretti di una città vecchia di cui poco conoscevo. Avevo nove anni appena compiuti, e sebbene corressi veloce, ero almeno quattro cinque metri dietro mio zio.Dentro quei vicoli stretti, quel po’ che era rimasto di luce fu assorbito dalle, pareti pregne di umido, dove le facce non erano quelle che si vedevano al rione tre carrare, era come se fosse un mondo a se stante dove ci potevano vivere solo i legittimi abitanti. Solo dopo ricordai che zio Vittorio era nato e cresciuto lì. Quelle vie le conosceva alla perfezione.
Percorremmo degli stretti dove a stento ci passava una persona. e sfociammo in una via più larga ma sempre stretta se rapportata alla pur stretta via Capecelatro... ma lo zio era scomparso. Probabilmente non si era neanche accorto che non era solo nell’inseguimento che c’ero anch’io...
Ero solo. Non ho mai avuto un grande senso dell’orientamento, non sarei riuscito a raccapezzarsi. Mi guardavo attorno chiedendomi in che modo avrei fatto a tornare indietro. Ero atterrito, senza fiato per la corsa e per la paura. Rallentai il passo, guardando i vicoli e le postierle che cominciavo ad incontrare. Finalmente vidi una luce in un locale a piano terra, un po’ distante dall’idea che oggi abbiamo dei bar, ma di certo era aperto. Mi guardai alle spalle sperando che mio zio comparisse alle mie spalle...
Niente. Timidamente entrai in quel posto. Il bancone di marmo con qualche bottiglia a fare da contorno al locale che sembrava disabitato. Mancava anche il banconista che come avevo visto nei films asciuga i bicchieri... non sapevo se tirare un respiro di sollievo o... sulla destra c’era una tenda fatta con tubicini di latta da cui arrivava una voce amplificata. L’inequivocabile voce della televisione che cominciava ad essere presente in tutte le case. Evidentemente lì c’era una sala in cui si andava a vedere la televisione.
Non so perché entrai.
Non per coraggio.
Forse perché avevo bisogno di non sentirmi solo.
Entrai...
Zio Vittorio era lì, in piedi, con in mano il pacchetto, dietro una fila di sedie occupate da uomini intenti a guardare il televisore, e lo sguardo fisso avanti a se, mentre affianco a lui c’era il ladro che guardava nella sua stessa direzione. Erano tutti in silenzio ad ascoltare quello che un cronista con degli enormi occhiali da vista sul naso diceva... mi avvicinai allo zio, lui meccanicamente mi accarezzò i capelli ma non disse niente.
“Ecco che finalmente scende dalla navicella... Si, Neil Armstrong...il primo uomo che mette il piede sulla sulla luna!!!“
È bello vedere un uomo che piange per un sogno... beh, ci crediate o no, mio zio piangeva... non so bene perché, era lì, immobile con gli occhi fissi allo schermo che gli gocciolavano sulla camicia sudata dal caldo e dalla corsa, anche quando il silenzio fu rotto dai commenti degli spettatori. Non gli chiesi mai il motivo di quelle lacrime, so solo che da allora il mondo cominciò a girare tanto... troppo in fretta. Ad una velocità che non avevamo scelto e che col tempo avrebbe travolto tutti. Non lo so perché pianse mio zio. Forse quelle lacrime significavano la fine di un sogno e l’inizio di una nuova realtà in cui più niente, più niente avrebbe profumato di nuovo.
FINE
POSSO CHIEDERVI UN FAVORE?
STANOTTE HO FINITO DI SCRIVERE
QUEL FAMOSO MONOLOGO CON CUI VORREI PARTECIPARE AD UN CONCORSO...
MI DARESTE UN PARERE SPASSIONATO?
SONO MOLTO INDECISO SE PARTECIPARE O MENO...
NIENTE PAURA
SONO SOLO POCHE RIGHE
ECCHECCAVOLO!
PROFUMO DI NUOVO
Il mondo girava lento allora. Sembrava un’enorme giostra che piano piano faceva passare in rassegna sempre le stesse facce, gli stessi abiti le stesse case... lo stesso falso benessere, la stessa felicità tinta di sacrificio e la stessa volontà di farcela a vivere in una casa decorosa di due camere, cucina ed un tramezzo dove con la scala di legno si andavano a riporre le bottiglie di salsa che a settembre si faceva rendendo le camere pregne di odore di pomodoro fresco.
Era il 1969. Da lì cominciano i miei ricordi.
Estate 1969. ricordo che quando scrivevo la data sul mio quaderno di bella scrittura scandivo fra me e me i numeri uno alla volta. 1- 9- 6 -9
Il caldo quella estate era torrido, non era raro vedere in giro bambini rapati a zero, senza maglietta, che portavano a domicilio le bombole del gas. Fuori dai biliardi, ragazzi in attesa di lavoro, aspettavano che qualche camion di traslochi li ingaggiasse alla giornata per salire sugli alti gradini che portavano ai pianerottoli i mobili di qualcuno che andava ad abitare nel quartiere.
Mio padre comprò una Fiat 1100 R, bianca... non credo che a quei tempi le auto avessero tante opzioni di colori, non ricordo di averne viste in giro altre 1100 di una tinta che non fosse il bianco. I sedili erano di vilpelle rossa e col sole l’odore che emanava faceva girare lo stomaco:
“è profumo di nuovo"...Diceva mio padre come per dire che sapeva di buono...
Noi tutti ce ne convincemmo e, anche se spesso e soprattutto col sole a picco la vilpelle si scaldava liberando un odore insopportabile tanto da reprimere i conati di vomito, lo apprezzavamo. “È odore di nuovo”
... e tutto ciò che sapeva di nuovo, non poteva farci male.
Forse per mio padre quella 1100 R, era la prima cosa nuova della sua vita.
Quando percorrevamo via Capecelatro, i ragazzini si attaccavano dietro al cofano accompagnandosi con tre note, sempre uguali, ridendo. Mio padre li lasciava fare, era un po’ godere di quell’attimo di notorietà. Poi prendeva velocità e li lasciava dietro, ai loro giochi per la strada o negli androni di quei palazzi coi portoni di legno senza citofono.
Con i miei fratelli giocavamo fuori al balcone. Mi sembrava enorme allora, allora era tutto enorme... e immobile.
Quando ormai adulto rividi quella casa, mi resi conto che non era affatto così; ma non erano stati gli occhi del bambino che mi avevano ingannato, erano gli occhi di chi come me, i miei fratelli, i miei genitori, aveva voglia di far girare quella giostra il più lentamente possibile, per non perdere neanche un attimo di quel momento di... benessere.
Mio padre era nato in un paese vicino e lavorava a Taranto da quando aveva 14 anni. Era stato un ottimo congegnatore in un cantiere navale, quando gli passò sul piede un autotreno. Per questo comperò la 1100. non poteva fare lunghi tratti a piedi. In ospedale riuscirono a rattoppargli il piede, se così si poteva chiamare quella specie di polpettone che si portava dietro con finta disinvoltura. Gli amici lo chiamavano “Il barone” per quel suo modo di oscillare quando camminava. E a lui piaceva.
Poverino, conviveva con gli infortuni: in guerra una granata gli costò un occhio, al cantiere gli saltò un dito. L’episodio del piede però lo segnò. La paura che l’infortunio potesse aspettarlo ancora, non riusciva a togliersela dalla testa.
Aprì un magazzino di olio, ma non ci volle molto a capire che non sarebbe durato a lungo. La gente a quei tempi non aveva molti soldi, chi pagava, lo faceva con la “libretta” a fine mese, a prendere l’olio da mio padre, però, erano di più quelli che non pagavano, c’era chi spariva dalla
circolazione, chi andava a mendicare da lui pregandolo di dargli dell’olio senza neanche promettergli il pagamento.
Sarebbe facile dire che fosse un buono, forse facile come dire che era fesso. Chissà, forse semplicemente non sapeva dire di no a nessuno. Non essendo tra l’altro del mestiere, i grossisti gli rifilavano un bidone dietro l’altro... di olio scadente intendo. Quando chiuse, l’unica cosa che gli rimase erano qualche bidone di olio cattivo e quaderni pieni di crediti che mai avrebbe recuperato.
Eravamo in serie difficoltà economiche insomma.
Mia madre, anch’essa di paese, con la corriera andava a prendere delle provviste o i miei nonni gliele mandava tramite qualche compaesano che veniva a Taranto.
Intanto mio padre continuava a mettere in un cassetto le lettere che l’Italsider, il nuovo colosso della siderurgia che nasceva a Taranto gli mandava per assumerlo. Chissà, forse per paura che qualche autotreno carico di bramme d’acciaio potesse finire l’opera che aveva cominciato ai cantieri... Tanti posti furono occupati, perlopiù posti da manovali, mio padre però lo cercavano per compiti migliori, visti i suoi ottimi trascorsi al cantiere. Fu per caso che mia madre scoprì quelle lettere, e quando tornò a casa il marito, gliene parlò con garbo, come solo una moglie di allora poteva parlarne.
Lui tagliò corto. Niente da fare, il siderurgico poteva produrre acciaio senza di lui.
Fu mio zio Vittorio, lui lavorava alla ferrovia, che lo convinse a vedere di cosa si trattasse. Lo chiamavo zio pur essendo il fidanzato di una zia Eride, nipote di mio padre. Un tempo chiamavamo zio chiunque avesse un pò di anni di più di te.. “Ma ccè sì fesse, ‘u zì, vavvide almene de ccè se tratte!”...
E mio padre andò a vedere... gli autoreni c’entravano, si, ma il suo compito sarebbe stato quello di pesarli attraverso una cabina. Bisognava solo pigiare il bottone e segnare il peso del mezzo vuoto e a pieno carico.
Tornò a casa col contratto di lavoro... com’era facile allora trovare lavoro...
L’atmosfera in casa cambiò, una volta rimessoci in piedi, anche noi avvertimmo un’aria più serena in casa. Si continuavano a fare sacrifici, ma questo era alla base di qualsiasi famiglia allora. Felici? Non lo so, ancora non afferro appieno il significato di questa parola..
Riconosco però che ci eravamo vicini. Vicino a scuola c’era una giostrina, mia madre quando mi veniva a prendere mi ci portava. A pensarci bene, si.
Vera o falsa, eravamo felici.
Era estate, mia madre preparò delle focacce con cui avremmo cenato al ritorno, ed insieme uscimmo a fare spese.
Avevamo un evento da festeggiare... zio Vittorio e zia Eride si sarebbero sposati.
Organizzarono un’uscita per comprare i vestiti per la cerimonia. Dovevamo apparire garbati e per fortuna eravamo tutti d’accordo. Mio padre, mia madre, noi...
Non stavo più nella pelle, quella sarebbe stata la mia prima occasione di avere un paio di pantaloni che non mi venissero passati da mio fratello. Un pantalone che non mi sarebbe arrivato alle ginocchia come quei pantaloncini all’inglese con i tre bottoni ai lati ma sopra le scarpe, e soprattutto, avrebbe portato con se quell’odore di nuovo che desideravamo tanto.
I vestiti allora spesso venivano passati da cugino a cugino, e da fratello a fratello. Io su tre fratelli ero il 2° ma con mio cugino da cui cominciava ‘sta catena, ero il terzo.
Andammo in un magazzino in via Mazzini e dopo un’estenuante tira e molla sul prezzo fra mia madre ed il proprietario, riuscimmo a portarci gli indumenti che io e i miei fratelli sognavamo... i vestiti per la festa... camicia bianca, giacca blu e pantalone lungo della stessa tinta della giacca.
Per le scarpe ci spostammo in città vecchia, lì c’era sulla scalinata della postierla Via Nova un deposito più che un magazzino, enorme con i muri intonacati, con tante scarpe a buon mercato sparse un po’ ovunque, ne vedemmo tante, ma quelle classiche scarpe nere di vernice con suola di cuoio erano di prassi quelle giuste. Altra contrattazione e l’aria di mare una volta fuori da quel deposito che puzzava di umido ci avvolse. Il sole era già quasi tramontato e regalava a quel cielo ancora azzurro delle striature rosso scuro. Uno spettacolo che non si sarebbe ripetuto spesso in seguito, quando il siderurgico cominciò a regalarci quel fumo che seppure sapesse di nuovo, non riuscimmo mai a sentircelo nostro, ... anzi, la gente da allora si convinse che non era poi vero che tutto ciò che sa di nuovo, non poteva farci male. Il polverino rosso del minerale lo schifammo subito, altrettanto presto di quando, capimmo che a Bari forse avevano avuto ragione quando rifiutarono l’impianto perché troppo vicino al centro abitato...
ANCHE AL CENTRO IL SIDERURGICO!
Inneggiavano i nostri lungimiranti politici di allora...
Forse un po’ tutti per qualche attimo restammo lì, davanti a quello spettacolo di colori, di emozioni...
SILENZIO...
Fu un grido di zio Vittorio a riportarci alla realtà...
Il suo sguardo era rivolto alla 1100 bianca e ad una persona che aveva appena forzato il deflettore e apriva la portiera arraffando i pacchi che contenevano i vestiti appena acquistati.
Il ladro che era assorto nel suo atto criminoso ebbe un attimo di smarrimento, girò il volto verso di noi, prese un pacco alla rinfusa e cominciò a correre. Fu un attimo, sufficiente per me a riconoscere il pacchetto in cui erano incartati i miei pantaloni lunghi e la camicia.
Mio padre ebbe l’impulso di andargli dietro, ma il suo piede... gli lessi la sconfitta e la disperazione.
Zio Vittorio invece non ci pensò due volte. Si precipitò all’inseguimento del ladro nonostante zia Eride, senza nascondere un certo orgoglio verso l’uomo che avrebbe sposato, lo esortasse a tornare.
Quasi senza rendermene conto udii altre voci fare eco a quelle di zia Eride. Erano i miei genitori che mi chiamavano, perché, senza rendermene conto, anch’io mi misi a correre dietro lo zio, a svoltare fra i vicoli stretti di una città vecchia di cui poco conoscevo. Avevo nove anni appena compiuti, e sebbene corressi veloce, ero almeno quattro cinque metri dietro mio zio.Dentro quei vicoli stretti, quel po’ che era rimasto di luce fu assorbito dalle, pareti pregne di umido, dove le facce non erano quelle che si vedevano al rione tre carrare, era come se fosse un mondo a se stante dove ci potevano vivere solo i legittimi abitanti. Solo dopo ricordai che zio Vittorio era nato e cresciuto lì. Quelle vie le conosceva alla perfezione.
Percorremmo degli stretti dove a stento ci passava una persona. e sfociammo in una via più larga ma sempre stretta se rapportata alla pur stretta via Capecelatro... ma lo zio era scomparso. Probabilmente non si era neanche accorto che non era solo nell’inseguimento che c’ero anch’io...
Ero solo. Non ho mai avuto un grande senso dell’orientamento, non sarei riuscito a raccapezzarsi. Mi guardavo attorno chiedendomi in che modo avrei fatto a tornare indietro. Ero atterrito, senza fiato per la corsa e per la paura. Rallentai il passo, guardando i vicoli e le postierle che cominciavo ad incontrare. Finalmente vidi una luce in un locale a piano terra, un po’ distante dall’idea che oggi abbiamo dei bar, ma di certo era aperto. Mi guardai alle spalle sperando che mio zio comparisse alle mie spalle...
Niente. Timidamente entrai in quel posto. Il bancone di marmo con qualche bottiglia a fare da contorno al locale che sembrava disabitato. Mancava anche il banconista che come avevo visto nei films asciuga i bicchieri... non sapevo se tirare un respiro di sollievo o... sulla destra c’era una tenda fatta con tubicini di latta da cui arrivava una voce amplificata. L’inequivocabile voce della televisione che cominciava ad essere presente in tutte le case. Evidentemente lì c’era una sala in cui si andava a vedere la televisione.
Non so perché entrai.
Non per coraggio.
Forse perché avevo bisogno di non sentirmi solo.
Entrai...
Zio Vittorio era lì, in piedi, con in mano il pacchetto, dietro una fila di sedie occupate da uomini intenti a guardare il televisore, e lo sguardo fisso avanti a se, mentre affianco a lui c’era il ladro che guardava nella sua stessa direzione. Erano tutti in silenzio ad ascoltare quello che un cronista con degli enormi occhiali da vista sul naso diceva... mi avvicinai allo zio, lui meccanicamente mi accarezzò i capelli ma non disse niente.
“Ecco che finalmente scende dalla navicella... Si, Neil Armstrong...il primo uomo che mette il piede sulla sulla luna!!!“
È bello vedere un uomo che piange per un sogno... beh, ci crediate o no, mio zio piangeva... non so bene perché, era lì, immobile con gli occhi fissi allo schermo che gli gocciolavano sulla camicia sudata dal caldo e dalla corsa, anche quando il silenzio fu rotto dai commenti degli spettatori. Non gli chiesi mai il motivo di quelle lacrime, so solo che da allora il mondo cominciò a girare tanto... troppo in fretta. Ad una velocità che non avevamo scelto e che col tempo avrebbe travolto tutti. Non lo so perché pianse mio zio. Forse quelle lacrime significavano la fine di un sogno e l’inizio di una nuova realtà in cui più niente, più niente avrebbe profumato di nuovo.
FINE