MIMMO FORNARO RACCONTA...
-CAPITOLO IX-
“Drugo seduto!... seduto...SEDUTO! ma vaff...!”
Mario non pretendeva di essere un padrone per Drugo, dovevano essere due compagni di viaggio che si confrontano alla pari, l’idea però che il cane potesse giocare con gli altri come giocava con lui lo spaventava. I suoi sessantacinque chilogrammi sarebbero stati mal sopportati da chiunque avesse avuto sulle spalle le zampe di quel grosso cane giocherellone. Alla sera era distrutto dalle passeggiate che erano delle vere e proprie marce forzate visto che non imponeva il suo passo per timore di tirare troppo il guinzaglio e fargli male. Il veterinario, dal quale passò per fargli fare altre due flebo ricostituenti, gli consigliò di imporsi su Drugo per mitigare il suo carattere strafottente e esuberante, per risposta però ricavò che Mario sostituì il collare a soffocamento con uno meno offensivo che aveva il gancio suo dorso e non sul collo del cane.
Dobbiamo abituarci l’uno all’altro. Prima o poi andremo ad un passo che non sarà né il mio né il suo. Basta trovare l’accordo.
Intanto andava dietro quel colosso che di tanto in tanto lo faceva rotolare nella terra e lo leccava dappertutto. Una volta gli capitò che al telefono lo chiamasse Pino proprio non momento in cui Drugo gli manifestava le sue coccole. A stento riuscì a rispondere qualcosa di senso compiuto all’amico che sentendolo affannato gli chiese con chi fosse. Lui rispose che era solo con un cane ma Pino capì come un cane e intuendo un momento di crisi cambiò presto discorso. Vide tanto mare. Le spiagge deserte della litoranea tarantina furono esplorate da quella strana coppia ogni giorno fino al primo pomeriggio, poi, tornati alla villa, gli toglieva tutta la sabbia che rimaneva incastrata fra i peli, con una spazzolata energica come tanto piaceva a Drugo. E poi dopo una cena veloce andava da Luca che aveva imparato a conoscere.
quel locale si popolava verso le undici di sera e chiudeva alle tre nei giorni normali e il sabato fino a colazione. Lì Mario passava le sue serate chiacchierando con chiunque avesse voglia di parlare. Il locale di Luca era davvero simile a quello di Pino, un ritrovo di gente giusta che si ritrova la sera e parla di qualunque cosa senza timore di essere frainteso o giudicato. All’aquilone (così si chiamava il club) erano tutti in un’isola felice, e quella sera c’era anche musica dal vivo con la band di Luca.
La bravura di Luca alla chitarra sorprese Mario che ammirò la maestria che aveva nel personalizzare i brani. Aveva ragione Pino quando diceva che era grande. Brani di blues, funky e jazz venivano conditi dalla sua chitarra in un modo raffinato e graffiante allo stesso tempo. Roberta cantava ed era anche brava, un ottimo mix di voce e suono. Stava godendo di quella bella musica sorseggiando la sua birra quando fu chiamato a cantare. Non aveva rivelato a nessuno i suoi trascorsi canori e si stupì fino a che non gli fu chiaro che Pino aveva colpito ancora. Doveva aver avvisato Luca in qualche discorso a base etilica. Tutti quelli che ormai se non di persona, almeno di vista lo conoscevano, cominciarono a reclamarlo e imbarazzato salì sul soppalco.
“Che canti?” Gli chiese svelta Roberta. Neanche il tempo di rispondere per Mario che fece in tempo a proporre il titolo di un vecchio brano di John Mayall. Che in quel momento pareva idoneo alla serata.
-CAPITOLO IX-
“Drugo seduto!... seduto...SEDUTO! ma vaff...!”
Mario non pretendeva di essere un padrone per Drugo, dovevano essere due compagni di viaggio che si confrontano alla pari, l’idea però che il cane potesse giocare con gli altri come giocava con lui lo spaventava. I suoi sessantacinque chilogrammi sarebbero stati mal sopportati da chiunque avesse avuto sulle spalle le zampe di quel grosso cane giocherellone. Alla sera era distrutto dalle passeggiate che erano delle vere e proprie marce forzate visto che non imponeva il suo passo per timore di tirare troppo il guinzaglio e fargli male. Il veterinario, dal quale passò per fargli fare altre due flebo ricostituenti, gli consigliò di imporsi su Drugo per mitigare il suo carattere strafottente e esuberante, per risposta però ricavò che Mario sostituì il collare a soffocamento con uno meno offensivo che aveva il gancio suo dorso e non sul collo del cane.
Dobbiamo abituarci l’uno all’altro. Prima o poi andremo ad un passo che non sarà né il mio né il suo. Basta trovare l’accordo.
Intanto andava dietro quel colosso che di tanto in tanto lo faceva rotolare nella terra e lo leccava dappertutto. Una volta gli capitò che al telefono lo chiamasse Pino proprio non momento in cui Drugo gli manifestava le sue coccole. A stento riuscì a rispondere qualcosa di senso compiuto all’amico che sentendolo affannato gli chiese con chi fosse. Lui rispose che era solo con un cane ma Pino capì come un cane e intuendo un momento di crisi cambiò presto discorso. Vide tanto mare. Le spiagge deserte della litoranea tarantina furono esplorate da quella strana coppia ogni giorno fino al primo pomeriggio, poi, tornati alla villa, gli toglieva tutta la sabbia che rimaneva incastrata fra i peli, con una spazzolata energica come tanto piaceva a Drugo. E poi dopo una cena veloce andava da Luca che aveva imparato a conoscere.
quel locale si popolava verso le undici di sera e chiudeva alle tre nei giorni normali e il sabato fino a colazione. Lì Mario passava le sue serate chiacchierando con chiunque avesse voglia di parlare. Il locale di Luca era davvero simile a quello di Pino, un ritrovo di gente giusta che si ritrova la sera e parla di qualunque cosa senza timore di essere frainteso o giudicato. All’aquilone (così si chiamava il club) erano tutti in un’isola felice, e quella sera c’era anche musica dal vivo con la band di Luca.
La bravura di Luca alla chitarra sorprese Mario che ammirò la maestria che aveva nel personalizzare i brani. Aveva ragione Pino quando diceva che era grande. Brani di blues, funky e jazz venivano conditi dalla sua chitarra in un modo raffinato e graffiante allo stesso tempo. Roberta cantava ed era anche brava, un ottimo mix di voce e suono. Stava godendo di quella bella musica sorseggiando la sua birra quando fu chiamato a cantare. Non aveva rivelato a nessuno i suoi trascorsi canori e si stupì fino a che non gli fu chiaro che Pino aveva colpito ancora. Doveva aver avvisato Luca in qualche discorso a base etilica. Tutti quelli che ormai se non di persona, almeno di vista lo conoscevano, cominciarono a reclamarlo e imbarazzato salì sul soppalco.
“Che canti?” Gli chiese svelta Roberta. Neanche il tempo di rispondere per Mario che fece in tempo a proporre il titolo di un vecchio brano di John Mayall. Che in quel momento pareva idoneo alla serata.