MIMMO FORNARO RACCONTA...
Il cane era davvero grosso, il lungo pelo lo rendeva molto simile ad un orso Mario gli si avvicinò con cautela, il cane respirava affannato e con gli occhi semichiusi lo guardava bastò per farlo avvicinare senza temere una sua reazione violenta, lo accarezzò e sotto le dita avvertì il tremore del corpo dell’animale. Decise di non perdere tempo, corse all’auto, aprì il cofano e caricò quel corpo tremante per portarlo a Leporano (il paese lì vicino), in cerca di un veterinario.
Durante il tragitto ripensò al suo rapporto con i cani.
Da piccolo era solito portare a casa tutti i randagi che gli si paravano davanti. Purtroppo però, dopo la prima notte in casa e il divieto da parte dei genitori, gli toccava trovare un padrone per la bestia. Adesso però l’importante era far curare quel cane con quello sguardo rassegnato. Ricordava d’aver visto a Leporano un ambulatorio di veterinario, ma non ricordava esattamente dove fosse, pensò dunque di non rischiare di perdere la strada e chiese a delle persone che passavano ad un incrocio appena nel paese.
Il veterinario era un ragazzo sulla trentina che accolse l’animale con amore oltre che con la cautela professionale. Gli svelò la razza che pare sia pregiata: Alaskan malamute. Per Mario era solo un cane che aveva bisogno di cure, non avrebbe agito diversamente se fosse stato un meticcio. Aveva un microcip che avrebbe potuto ricondurlo al padrone se questi avesse fatto denuncia di smarrimento, ma a quanto pareva nessuno aveva inoltrato la denuncia. Dopo che si fu rifocillato con grossi bocconi di croccantini, aspettò che il veterinario lo lavasse. Il pelo ora era splendente e gonfio nonostante il veterinario affermasse che avrebbe avuto meno di un anno e mezzo, aveva davvero una figura imponente. Si avvicinò a Mario che cominciava a chiedersi cosa fare di quell’enorme cane e in un attimo lo conquistò appoggiando il muso alla sua gamba e guardandolo teneramente.
Ora doveva solo trovargli un nome, quell’orso travestito da cane era entrato nella sua vita.
Drugo in onore al protagonista del film “Il grande Lebowski” per via della tranquillità nel fare solo quello che gli andava di fare e come i drughi dell’arancia meccanica perché era pericoloso quando gli arrivavano dei momenti di gioco e gli saltava addosso senza rendersi conto del peso.
Aspettò una decina di giorni prima di dichiararlo come suo e, stranamente per lui, ne fu felice; l’idea di ritirarsi a casa e trovare qualcuno a cui pensare, lo faceva stare meglio. Poca cosa, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.
Il cane era davvero grosso, il lungo pelo lo rendeva molto simile ad un orso Mario gli si avvicinò con cautela, il cane respirava affannato e con gli occhi semichiusi lo guardava bastò per farlo avvicinare senza temere una sua reazione violenta, lo accarezzò e sotto le dita avvertì il tremore del corpo dell’animale. Decise di non perdere tempo, corse all’auto, aprì il cofano e caricò quel corpo tremante per portarlo a Leporano (il paese lì vicino), in cerca di un veterinario.
Durante il tragitto ripensò al suo rapporto con i cani.
Da piccolo era solito portare a casa tutti i randagi che gli si paravano davanti. Purtroppo però, dopo la prima notte in casa e il divieto da parte dei genitori, gli toccava trovare un padrone per la bestia. Adesso però l’importante era far curare quel cane con quello sguardo rassegnato. Ricordava d’aver visto a Leporano un ambulatorio di veterinario, ma non ricordava esattamente dove fosse, pensò dunque di non rischiare di perdere la strada e chiese a delle persone che passavano ad un incrocio appena nel paese.
Il veterinario era un ragazzo sulla trentina che accolse l’animale con amore oltre che con la cautela professionale. Gli svelò la razza che pare sia pregiata: Alaskan malamute. Per Mario era solo un cane che aveva bisogno di cure, non avrebbe agito diversamente se fosse stato un meticcio. Aveva un microcip che avrebbe potuto ricondurlo al padrone se questi avesse fatto denuncia di smarrimento, ma a quanto pareva nessuno aveva inoltrato la denuncia. Dopo che si fu rifocillato con grossi bocconi di croccantini, aspettò che il veterinario lo lavasse. Il pelo ora era splendente e gonfio nonostante il veterinario affermasse che avrebbe avuto meno di un anno e mezzo, aveva davvero una figura imponente. Si avvicinò a Mario che cominciava a chiedersi cosa fare di quell’enorme cane e in un attimo lo conquistò appoggiando il muso alla sua gamba e guardandolo teneramente.
Ora doveva solo trovargli un nome, quell’orso travestito da cane era entrato nella sua vita.
Drugo in onore al protagonista del film “Il grande Lebowski” per via della tranquillità nel fare solo quello che gli andava di fare e come i drughi dell’arancia meccanica perché era pericoloso quando gli arrivavano dei momenti di gioco e gli saltava addosso senza rendersi conto del peso.
Aspettò una decina di giorni prima di dichiararlo come suo e, stranamente per lui, ne fu felice; l’idea di ritirarsi a casa e trovare qualcuno a cui pensare, lo faceva stare meglio. Poca cosa, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.