MIMMO FORNARO RACCONTA...
Storia di un aquilone
di
Mimmo Fornaro
C’era una volta un aquilone chiuso in un cassetto di un mobile, in una casa con le porte che non si chiudevano mai come dovrebbero essere chiuse... spesso venivano sbattute e altrettanto spesso venivano accostate delicatamente, con attenzione affinché non ne venissero sbattute altre. L’aquilone non sapeva come mai fosse capitato lì; lui era colorato mentre in quel cassetto tutto era di un solo colore... il nero...si sforzava di ricordare il giorno in cui fu portato lì... aveva un’idea di quelli che potevano essere i colori, la luce... aveva voglia di sapere di che colore fosse il cielo, se mai ci fossero state nuvole che colore e magari che forma avrebbero avuto. A volte, la sera, tra una porta accostata e una sbattuta ricevette una visita... un ciondolo a forma di un orsetto. Un portachiavi, forse buttato lì distrattamente e tanto velocemente che non riuscì neppure a vedere la mano che lo aveva scaraventato sul fondo del cassetto. Pensare che passava giornate appostato con la speranza che il cassetto si aprisse e rivelasse a lui qualche colore nuovo.
L’orsetto sorrideva e gli sembrò talmente bello che si convinse che le nuvole avrebbero avuto la sua forma paffuta... il colore era ignoto per immaginarlo, ma gli bastava quello per farlo volare... con la fantasia.
Erano passati anni da quando era stato chiuso in quel cassetto e anni erano passati da quando divideva il buio con l’orsetto, proprio quando cominciava a convincersi che la vita gli aveva giocato un brutto scherzo... una mano aprì quel cassetto.
Non erano mani frettolose, anzi, timide, che esplorarono il cassetto. Quando lo vide in faccia esplose di gioia... era un bambino! Chi meglio di lui avrebbe potuto farlo volare?!
Quel bimbo lo tolse dal cassetto e lui fece appena in tempo ad accarezzare con le sue ghirlande la guancia paffuta dell’orsetto che, come a volerlo salutare, era girato verso di lui e lo guardava mentre il cassetto si richiudeva...
“Ci ritroveremo!”
Sentì l’aquilone... mentre il cassetto si richiudeva... che imbroglione quell’orsetto... tanto tempo insieme... e mai una parola!
Convenne però col fatto che non c’era poi mica tanto da dire chiusi in un cassetto e al buio per giunta!... ma era solo un modo per giustificare l’orsetto... Per carattere, infatti, l’aquilone giustificava tutto e tutti. E quell’orsetto con quattro chiacchiere avrebbe contribuito a farlo sentire meno solo...
Questo pensiero però apparteneva al passato... ora che era fra le dita di quel bambino e aveva capito che di lui ci si poteva fidare osservava colori, vedeva il cielo, le nuvole, il sole!|
Si divertiva a inventare nuovi colori, accostandoli ai volti o agli atteggiamenti... o semplicemente agli stati d’animo... era quella la vita... e non aveva ancora volato... tremava un po’ all’idea, si, insomma, era un aquilone, quindi volare doveva essere per lui la cosa più naturale del mondo... ma quel bambino...
“Chissà” Pensava...
“Sarà capace di farmi volteggiare?... Dopotutto sono stato tanto tempo in un cassetto, qualche difettuccio potrei averlo...”
Forse ci pensò troppo e finì per darlo per scontato, ma quando il bimbo lo lanciò su con una corsetta e approfittò di un bel soffio di vento... l’aquilone volò, si... ma non superò mai quell’altezza che a suo giudizio avrebbe pregiudicato la rottura della sua struttura, delle sue ghirlande...o peggio ancora: del suo foglio colorato.
Il bimbo, sembrò subito adattarsi a quel modesto volo, anzi, se ne compiacque. Stava lì ad osservarlo, a volte stendeva le mani verso di lui quasi per toccarlo e l’aquilone lo guardava felice che anche il bimbo apprezzasse la sua scelta di volare appena sopra le case basse di quella campagna. A volte si addormentava e lui gli faceva ombra sul viso giustificando la sua disattenzione con...
avrà dormito male stanotte
oppure...
Povero bimbo, mangia troppo a pranzo e poi fa la pennichella!
Giustificò anche il fatto che dal giorno in cui lui volò per la prima volta, il bimbo non lo recuperò mai.
Assicurò il suo filo ad una pietra e lo lasciò a volteggiare senza di lui finché poi a suo comodo tornava. In quei momenti di assenza, l’aquilone, che ormai aveva imparato tutti i colori e forse avrebbe voluto conoscerne altri magari volando più in altro, si sentiva solo... sapeva di essere strano... Si fidava del bimbo, si, gli era grato... ma avrebbe saputo recuperarlo se più in alto qualche corrente ascensionale l’avesse sbatacchiato... allora si diceva che era meglio così. Dopotutto, quel bimbo, seppur pigrone era l’unico ad avergli voluto bene, così nei suoi momenti di malinconia gli bastava ricordare le sue mani protese verso di lui che con la sua ombra lo riparava dalla luce del sole
C’erano giorni in cui gli mancava l’orsetto, proprio lui, che non aveva gli mai parlato e che non rispondeva mai quando pensava a voce alta...
Fu un caso quando lo vide... o forse fu proprio l’orsetto a farsi vedere la prima volta. Era lì, in alto che sbucava da una nuvola. L’aquilone sapeva che era da matti credere che da una nuvola potesse sbucare l’orsetto... fatto anch’egli di nuvola! Aveva già visto nuvole che rassomigliavano ad animali, alberi... ma quell’orsetto era proprio perfetto. Era lui! E era lui tutte le volte che lo rivide, steso, sorridente, solo un occhio e un orecchio che spiava dalle nuvole... il suo amico orsetto aveva mantenuto la promessa...
Ci ritroveremo!
Ed era lì... non sempre.
quando serviva.
Il tempo passava e la distrazione del bimbo fece si che dal rocchetto del filo che periodicamente prendeva in mano per controllare che il filo non fosse danneggiato (in tal caso rimediava facendo un nodo eliminando la parte che poteva spezzarsi. curiosità dell’aquilone lo portava ad allontanarsi) si liberasse qualche metro di filo in più.
L’aquilone si accorse subito di quei metri di altezza in più, il bimbo no e seguitò a dare per scontato che l’aquilone non sarebbe mai caduto e sarebbe stato alla sua portata per sempre. Anzi, un pomeriggio, lasciandosi sfuggire una lacrima, gli confessò che avrebbe voluto passate tutta la vita con lui a guardarlo svolazzare mentre steso col capo sull’erba avrebbe goduto di quel benessere.
All’aquilone da una ghirlanda sfuggì un luccichio. Il primo che lui identificò come lacrima e si sentì davvero felice. Il bimbo non avrebbe mai saputo dei suoi momentacci di solitudine, ma l’aquilone avrebbe volato verso l’orsetto e tutta la sua varietà di colori per mostrargli i suoi tesori. Gli avrebbe mostrato tutto e sarebbero stati felici.
La felicità però finì presto per l’aquilone... una sera, la pioggia cominciò a battere sul suo foglio che si svuotava grazie al vento. Non era la prima volta che accadeva e, anche se un pò si arrabbiava pensando che dopotutto il bimbo poteva ritirarlo a terra in quelle giornate... e nottate!
Fu proprio in una notte di pioggia che conobbe il fulmine. Ne fu subito colpito dalla luce e dalla sua danza. Il fulmine danzò vicino finché anche lui non cominciò a danzare. L’aquilone era soggiogato da quel nuovo amico, tuttavia lo temeva. Per questo, se da un verso era attratto da quella danza, l’aspetto a tratti troppo consenziente e a tratti minaccioso del fulmine lo rendeva poco affidabile.
Di solito il mattino il fulmine svaniva lasciando spazio o a piccole pioggerelline o a giornate uggiose che passate da soli rendono grigi anche i pochi colori che sono intorno.
Se solo ci fosse il bimbo... pensava... ma a dispetto arrivava il fulmine come evocato dal quel desiderio a farlo danzare. E lui danzava e avrebbe danzato a lungo se solo il fulmine non si fosse rivelato per quello che era... una luce che può rivelarsi solo nei giorni di pioggia per preludere un tuono in cui tutto pare crollare.
Si scollò di dosso il tuono grazie al suo vecchio amico orsetto che facendosi vedere anche nelle giornate di pioggia tranquillizzava l’aquilone finché la stagione delle piogge terminò... e quando c’era il bimbo, si sforzava di non mostrava mai un angolo in cui si era bruciato quando durante la danza il fulmine aveva provato ad avvicinarsi troppo.
Se avesse saputo che in quelle sere il bimbo guardava con ammirazione il fulmine che avrebbe potuto incendiarlo...
È strano come quando si cresce insieme si diano per scontate le cose che dovrebbero alimentarsi quotidianamente. Il bimbo non controllava quasi più il filo dell’aquilone e si faceva vivo solo quando era certo che l’erba non gli avrebbe bagnato le scarpe con la rugiada.
Alla stagione delle piogge seguì quella in cui il vento cessò...
Fu solo un caso che l’aquilone non cadde. Si fermò sul cornicione proprio vicino il tetto di una casa. Il bimbo lo vide e si disse che prima o poi l’avrebbe recuperato (Dopotutto era casa sua quella!) e rimesso in volo. Intanto l’aquilone aspettava.
Un po’ più su c’era su un palo un filo di corrente dove uno strano movimento di uccelli di tutte le razze si avvicendava. Era proprio il filo a richiamarli con i suoi consigli di che ne ha visti di pennuti durante le migrazioni e aeroplani e aquiloni... all’inizio gli sembrò uno sbruffone, poi , quasi naturalmente si sforzava di ascoltare le storie di quel filo. Ma le sentiva solo in parte e spesso, quando il vento era contrario non riusciva a sentire nulla. Solo un giorno udì nitide le parole del filo...
Non sei stanco di stare su quel cornicione?
Non fu capace di mentire per darsi un tono...
Credo proprio di si, intanto non saprei come fare... il mio padrone...
E da quando in qua chi vola ha un padrone?
Effettivamente, era la prima volta che lui attribuiva il titolo di padrone al bimbo.
Lo so, tuttavia...
Tuttavia non permettere a nessuno di impedirti di volare. È un po’ che ti osservo, sai?
Davvero? Disse l’aquilone sconcertato
Certo, perché te ne stupisci?
Beh, non sono un uccello... non so neanche se è normale che noi due si parli... dopotutto diamo solo due oggetti...
DUE OGGETTI??? Quando voli senti vibrare la carta che hai sul dorso? Ti sei mai chiesto se è solo per il vento o perché c’è quel tuo padroncino che ti guarda e sei felice di essere lì?
Non siamo oggetti se trasmettiamo energia... io elettrica, e tu... di emozioni. A me spesso le hai date...
Sul serio?
Uffa! Rispose il filo elettrico non celando un sorriso. Ora è tempo per te di volare!
Ma come faccio, il filo... gira intorno a te, nella caduta io...
Ti lasci mai andare?
Una frase buttata lì.
Apparentemente.
L’aquilone ebbe un attimo di smarrimento... “Che domande sono queste?” pensò!
Ma la voce decisa del filo elettrico stranamente pareva pretendesse la verità in un modo talmente naturale che si sentì sciocco a dover tergiversare:
Mai... Rispose
Bene! Sentenziò il cavo elettrico. Imparerai a farlo. E scosse il filo dell’aquilone
Il filo è libero, anzi, guarda. Per dimostrarti che non ti farai male, sarò proprio io a guidarti. E ti libererò quando vorrai. Ti fidi?
No che non mi fido! Avrebbe voluto rispondere l’aquilone. Ciononostante anche stavolta trovò naturale palesarsi a lui con tutte le sue paure.
Sai... fino a qualche tempo fa ho passato la vita in un cassetto, non ci vorrei tornare, è vero, ma ho paura di volare alto...
Il filo però si mostrò comprensivo. Mi basta sapere che lo desideri. Al resto, se vuoi ci penso io...
E passarono un pò di tempo a parlare.
Di tutto, di come può essere triste vivere in un cassetto, di come fu felice quando il bimbo lo fece volare, di come fu grato all’orsetto per essere stato salvato dalla danza del fulmine, di come si sentiva quando il bimbo non lo degnava della sua presenza affidandolo ad un sasso...
Il filo lo ascoltava. Interveniva di tanto in tanto facendo dei paralleli con i suoi aneddoti e lasciando trasparire un pò di malinconia che l’aquilone recepì fra le tante parole che alternava a silenzi.
Nacque un legame strano fra i due, non ci fu più diffidenza nell’aquilone e spesso, quasi senza rendersene conto affidava al vento il suo filo quando questo lo portava in direzione del cavo lasciando che si attorcigliasse. Era certo che si sarebbe districato. Si fidava del cavo elettrico e il cavo si affezionò all’aquilone tanto che a per un attimo desiderò tenerlo attaccato a se con un nodo... ma non fece mai quel nodo e aspettò qualche giorno che il bimbo tornasse per recuperare ciò che credeva fosse rimasto al suo posto. Il bimbo tornò e con gli occhi cercò l’aquilone. Quando lo vide si preoccupò, ma una volta sincerato che era sano lo lasciò dov’era ripromettendosi di farlo volare quanto prima.
Il cavo elettrico vide tutto e l’aquilone non aveva il coraggio di parlare con lui... provò a giustificare il bimbo, dicendo che forse aveva tanto da fare, che i suoi genitori potevano aver bisogno di lui...
Il filo tacque... quando poi l’aquilone cominciò a sentir vuote le sue stesse giustificazioni, si abbandonò ad un pianto.
Il suo filo ormai era stretto al cavo elettrico.
Così, stranamente, visto che neanche il vento soffiava in quella direzione.
Finalmente il cavo parlò:
Tu vali molto disse... e non permettere a nessuno di guidare le evoluzioni che farai nell’aria. Un tempo ero un cavo avvolto in spire. La vita per me girava in tondo e così ho avuto modo di conoscere tutto me stesso: centimetro per centimetro. Avrei potuto scegliere di fare ciò che volevo... non tutti conoscono se stesso Io l’ho fatto così come lo hai fatto tu in un cassetto... il risultato? Cammino appeso su dei tralicci che qualcuno a tracciato per me. Porto luce ma non ne ricevo se non dal sole che secca e arrugginisce le mie fibre. Non è bello conoscersi, mio caro, sapere tutto di se è come non sapere nulla... di nulla.
Fu un attimo, l’aquilone sentì quasi vacillare il cavo che però si riprese immediatamente.
Con una scarica elettrica districò il filo dell’aquilone lasciando solo una volta intorno a se e tuonò:
Adesso basta con le chiacchiere! È tempo di volare!
L’aquilone fu scosso da quel vocione e non poté fare a meno di indietreggiare cercando il solido del muro alle sue spalle.
So di non aver perso tempo con te...
VOLA!
Il vento sembrò alimentarsi nell’attimo in cui il cavo urlò il quell’ordine e accolse l’aquilone tendendo il suo rombo colorato. i tralicci che segnavaono il percorso del suo amico erano puntini visti da così in alto, ma il contatto del suo filo col cavo faceva si che lui sentisse nitidamente le sue parole. La voce dell’aquilone era compiaciuta e scandiva calde rassicurazioni verso di lui che adesso godeva di un volo diverso, più consapevole. Guardava giù, i tetti delle case, le cime degli alberi, altri posti che non aveva mai visto... era eccitatissimo e quando per la prima volta vide l’arcobaleno, sentì una lacrima scivolare calda.
Poi un pensiero...
Ma sto volando altissimo! Gridò allarmato! Se dovesse venire il bimbo, non lo rivedrei più e io... dopotutto ne sono affezionato!
Il cavo sorrise lasciandosi sfuggire un:
mmmmmmmh! Stai tranquillo, non ti ho liberato da lui, ti ho solo dato delle ali che tu non sapevi di avere...
Infatti, il cavo inviando delle scariche elettriche, aveva fatto saltare il masso che teneva fermo il rocchetto.
Il rocchetto una volta liberato cominciò a donare i suoi metri di filo srotolandosi velocemente
Ma il cavo, che avrebbe potuto inimicare i due, lasciando che il bimbo si ritrovasse senza il filo del suo aquilone... non approfittò mai della distrazione dell’aquilone (che ora respirava l’idea di libertà) tanto meno dell’ascendente che avrebbe potuto ottenere sull’aquilone. Man mano che il rocchetto si avvicinava alla fine, il cavo rendeva possibile il recupero per il bimbo... e senza sforzo.
L’aquilone conobbe il volo che lui sognava di fare da sempre: e con la voce del cavo, sempre benevola accanto, stava vivendo il sogno.
A volte cercava di volare più in su, ma il cavo glielo impedì per non far allontanare il rocchetto. Doveva essere sempre a portata di mano per il bimbo... proprio lui che non riusciva più a immaginare la propria giornata senza aver guardato il suo amico aquilone, ora favoriva il bimbo facendo si che quel piccolo contatto non potesse dissolversi fra loro.
L’aquilone si lasciò andare e volò come solo chi sogna può fare.
Le scarichette di tensione che arrivavano sotto il telaio dell’aquilone rinvigorivano il volo; il cavo elettrico se ne compiaceva ma... era davvero quello che lui voleva???.
Senza dire nulla allentò la volta che facevano tenere il loro contatto e lo lasciò volteggiare libero... veramente liberò.
L’aquilone volò alla grande e decise che quello era volare e lui era in grado di farlo. Ringraziò il cavo e gli mandò un riflesso colorato
Lui era confuso, non gli era mai capitato di avere un’amicizia come la loro, e si dissero che sarebbero rimasti amici per sempre.
Poi un giorno tornò il bimbo.
L’aquilone non lo vide arrivare e continuò a volteggiare. Al cavo elettrico non sfuggì il ritorno del bimbo. Col vento lo aiutò a recuperare il rocchetto e soffrì quando lo vide che recuperava il filo dell’aquilone facendolo calare di quota. . A quelli strattoni, l’aquilone si girò e lo vide.
Non so che faccia abbia un aquilone felice, ma fu quella, che mostrò quando vide il bimbo.
Di rimando l’aquilone guardò il suo amico cavo elettrico. Il cavo aveva osservato quel sorriso e si convinse che aquilone e bimbo sarebbero stati perfetti. Bastava a loro solo incontrarsi a metà strada.
Creature meravigliose come gli aquiloni per quanto incomprensibili per gli umani, lasciano sempre una traccia nel cuore di chi li osserva col naso in su.
Si sarebbero trovati a metà strada. Il bimbo e l’aquilone erano perfetti visti così.
E il cavo li osservava con tenerezza.
Sii felice
Gli disse. Guardando le sue ghirlande al vento.
E lo augurò di cuore
Con un sorriso.
Fine
Taranto30/07/08
A Daniele Serra... compagno d'arte
Trovo ora il coraggio di scrivere due righe per Daniele...
L'ho conosciuto in occasione di un mio spettacolo all'ipogeo. Lui mi conosceva già e io di lui sapevo che era a Roma per tentare di realizzare un sogno comune... vivere di teatro.
Aveva già iniziato a respirare quell'aria ma non aveva perso il senso dell'umiltà.
Venne ad abbracciarmi dopo la mia rappresentazione de "La Maledizione di Odisseo" per complimentarsi con me.
Eravamo praticamente due sconosciuti fino a poco prima ma subito dopo aver scambiato i nostri recapiti ci siamo sentiti spesso.
Lo chiamai per portare all'ipogeo il suo spettacolo "Nato a Taranto" e ha trovato naturale chiamarmi per un aiuto così come ho trovato naturale risolvergli dei problemi tecnici come trovargli fari affinché lo spettacolo rendesse come avrebbe voluto... e abbiamo continuato a chiacchierare ancora... Teatro, sogni, progetti... tra cui quello di lavorare insieme a Taranto e a Roma... sono cose che spesso si dicono nel nostro ambiente...
chissà se mai avremmo calcato assieme le stesse tavole.
A me piace credere di si,
Si, lo avremmo fatto.
Certe cose si leggono negli occhi, si avvertono.
Vengono naturali..
Così come i miei occhi hanno trovato spontaneo piangere quando qualche ora dopo la sua morte mi informavano per telefono del suo viaggio verso... chissà cosa.
Ci si becca Daniele!
Così ci salutavamo e così ti saluto ora.
Il tuo buco di scena lo ha colmato il ricordo del tuo sorriso, i tuoi occhi.
Ieri sono andato in scena e stasera calcherò ancora le tavole del palcoscenico.
Ieri come oggi sei con me a dirmi "Tanta merda Mimmo!", a condividere un mondo e un lavoro che non esiste...
Ma in cui noi ci si ritrovava alla perfezione.
Un abbraccio Daniè!
e in bocca al lupo per tutto...
Merda!
Il tuffo di Ezio
I Capitolo
Se ci fosse un modo per spiegare il modo di vedere la vita di Ezio, si potrebbe immaginare che la guardasse da sopra un’altalena. Magari su un’altalena di quelle antiche, di quelle con le corde di canapa, col seggiolino di legno e che segnano il percorso con la stessa nota allo stesso punto della corsa. Sempre la stessa nota grave, stridente per la sofferenza sia delle corde che del ramo che sfregano fra loro consumandosi l’uno sull’altro. Ma Ezio sa che non è adesso il momento in cui la fune si sfilaccerà fino a cedere così come sa che non sarà adesso che il ramo che comincia a solcarsi deciderà di cedere. Lascia che il bimbo che dondola descriva il suo arco e si lanci leggero e a bocca aperta verso il cielo guardando con i suoi occhi da 46enne sempre lo stesso tragitto cogliendo ogni volta colori, emozioni, luci e colori diversi.
Se la vita è sempre uguale nella sostanza, ci sarà qualcosa che ad un tratto la rende imprevedibile...
Ezio aspettava di conoscerla con attenzione, guardando le cose ora da lontano mentre il vento alle spalle gela la schiena, ora quando spinto in avanti, col sole in faccia che fa stringere gli occhi e i capelli spinti all’indietro.
I suoi capelli, da poco si erano convinti a diventare bianchi e di cominciare a farsi notare, Ezio si consolava guardando i suoi coetanei meno in forma e con buona parte dei capelli impalliditi dall’età o dalla stanchezza o peggio ancora dalla noia. (se ancora non erano caduti)
Ezio aveva la sua età e aveva fretta. Se qualcuno avesse saputo quale fossero a scuola i giudizi su cui tutti i maestri e professori convergevano quando si affrontava l’alunno Ezio, sarebbe rimasto incredulo:
lento, riflessivo, forse distratto.
La sua lentezza però non pregiudicava la valutazione finale. Era si lento, ma i voti alti nessuno avrebbe mai potuto negarglieli.
Però era troppo lento... Anche ora lo era, ma non ci avrebbe creduto nessuno.
L’altalena percorre il suo settore di cerchio e torna indietro così come spesso lui faceva coi ricordi, un tuffo nel passato, un misto di emozioni e nostalgie che ci rimangono fra le dita quando ci piace abbandonarci alla malinconia... quella sana malinconia da cui spesso traiamo la forza per affrontare nuove e sempre uguali paure.
Ezio non aveva mai creduto di comprendere la vita. Sapeva forse di averla presa per bavero. Ne conosceva le tecniche, nascoste a chi la vita la subisce senza viverla, ma mancava qualcosa al suo puzzle che lo faceva riprendere dall’inizio.
L’amore l’aveva perso da sempre. Era lento anche in questo, solo dopo aver perduto quell’unico sentimento che forse si accostava più degli altri all’idea di amore si era reso conto che con lei avrebbe potuto essere felice... ma sapeva anche che la parola felice, per quanto potesse sembrare chiara, non lo era nei fatti.
Non sarò mai felice, aveva sentenziato a se stesso.
A lei aveva detto che brindava alla volontà di esserlo, ma neanche lei ci aveva creduto. E aveva lasciato il suo appartamento scuotendo il capo e masticando un vaffanculo.
Tipi come Ezio rinunciano anche a quei rari attimi di felicità in cambio di una serata in cui si parla e si sta bene con qualche anche improbabile e inaspettato compagno di viaggio.
Oppure solo... col mare.
La festa a cui si era recato con poca convinzione e per non risultare scortese con la padrona di casa, era risultata, al contrario di quanto aveva previsto abbastanza tranquilla. Si era tenuto fuori da tutti i discorsi politici che spesso tendono ad identificarti in quello o in quell’altro gruppo o movimento politico. Si era limitato ad annuire alle ovvietà di quel salotto sorseggiando qualche bicchiere di vino rosso restando in silenzio.
Di tanto in tanto qualche invitata (per lo più) lo avvicinava con finta curiosità chiedendo come mai si vedesse in giro sempre più di rado, come andasse il teatro in una città come Taranto e il suo lavoro di autore-attore.
...e ora, che cosa stai preparando?
Ezio non si sforzava più di tanto a rispondere a quelle domande. Bastava solo essere sufficientemente educati e tenersi sul vago.
Se mi chiami magari prendiamo un caffé e mi racconti tutto, lo sai sono curiosa...
Un bel sorriso, un mi farò sentire sicuramente e un altro po’ di vino da mescere nel proprio bicchiere per affrontare un altro dialogo. Tutto tranquillo, proprio una serata rilassante.
Poi a sorpresa una chitarra comincia a suonare. Ezio ne sente il suono... gradevole... la guarda e desidera pizzicarla per stillarne suoni che possano farlo stare meglio. Alcuni invitati si passavano la chitarra ogni due pezzi eseguiti, poi, vedendolo sul fondo della sala attrezzata di microfono e altoparlanti, lo chiamano quasi a disagio. Dopotutto lui era l’artista e spesso nei suoi spettacoli inseriva brani da lui scritti e eseguiti.
Decise di non fare il solito tira e molla, si diresse verso quella postazione, imbracciò la chitarra che chi ora la passava aveva appena finito di accordare, lui noncurante rimise mano alle chiavette un attimo, quanto basta per far notare che lo faceva e velocissimo per non far intravedere segni di presunzione un attimo, finché non sentì un suono convincente. Posizionò l’asta del microfono in modo che fosse vicino alla bocca, gettò uno sguardo negli occhi di chi era lì vicino e iniziò a suonare.
Ed Ezio suonò e cantò...
Dapprima scaldò l’ambiente con dei brani conosciuti invitando chi era intorno a lui a partecipare ai cori senza dar loro tregua (il pubblico va prima saziato di puttanate. Poi se ne vale la pena...).
Già dalla prima pennata però, ospiti e invitati notarono la differenza nel porgere le note che lui sottolineava. Era diverso, anche lui avvertiva il suo tocco. Non aveva mai studiato musica, né aveva mai avuto maestri... suonava e aveva suonato a lungo un tempo. Spesso per gli altri... Per se stesso... sempre.
Per questo non si meravigliò nello scoprire a un certo punto di aver chiuso gli occhi... di tanto in tanto udiva sussurri:
Che bravo che è... Che bella voce... Passa da un brano all’altro come se nulla fosse...
Suonò con quella chitarra sconosciuta che in quel momento era diventata sua compagna e fece uscire il suo suono con quello della sua voce attraverso gli altoparlanti. Difficile dire quanto tempo restò lì ad occhi chiusi. Solo più tardi realizzò che doveva essere trascorso almeno mezz’ora. Quando aprì gli occhi e guardò la scena che aveva davanti ebbe voglia di piangere come quei bimbi che sentendosi troppo al centro dell’attenzione si difendono dietro le lacrime rifiutandosi di fare la foto con la torta...
Cazzo, pensò...
Sono tutti qui davanti e... Hanno tutti gli stessi occhi!
L’empatia che si stabilisce in teatro lo aveva sempre affascinato. Amava sentire l’unico respiro del pubblico quando solo la sua voce chiudeva con qualche bella frase ad effetto una scena cruciale di una rappresentazione o lo spettacolo stesso. Ma stavolta era diverso. Era se stesso su quel trespolo col microfono attaccato alle labbra e con gli occhi appannati per averli tenuti chiusi a lungo.
Che strano.
Dopotutto è un artista... un tempo ci giocava pure con questa parola...
Ora non lo divertiva più.
Fece un cenno per lasciare la chitarra ma questo parve svegliare la gente che lo accerchiava. Ancora come se fossero mossi da un’unica entità si protesero affinché la lasciasse dov’era...
Ancora una canzone... e gli fecero un applauso che lo fece sorridere amaro. Non è bello sentirsi applaudire quando sei solo. Serve a farti sentire ancora più sperduto. La festa era finita ormai, le tre del mattino e il troppo vino dava a tutti segni di stanchezza. Giulia, la festeggiata si era accorta di qualcosa, lo abbracciò e gli chiese se avesse qualcosa. Ma lui sfuggì alla domanda sfoderando uno dei suoi sguardi sorpresi come per dire chi io?
La baciò con affetto e la lasciò sulla porta di casa in compagnia del marito che la teneva un braccio sulle spalle.
Aprì il portone e subito si rese conto della luna piena che illuminava il mare. Da quel punto di Taranto il mare era visibile e si poteva quasi toccare. Ne fu subito rapito, entrò in auto e non si rese quasi conto che non percorreva la strada che lo avrebbe condotto a casa. Stava passando il ponte girevole e parcheggiò sulla banchina del borgo antico. Scese inalando quell’odore di mare e di reti ammassate e sedette sulla banchina. Se poco prima sentiva di poter quasi toccare il mare, adesso era immerso come subito dopo un tuffo in quelle acque nere rischiarate in superficie dalla luna con ancora la musica di una chitarra nelle orecchie e la faccia nelle mani.
Bello, pensò... e sicuramente lo era... ma non era certo divertente.
No, non lo era.
Un gabbiano lo svegliò alle cinque...
Fine
Altro giro altro spettacolo...
poi in Agosto arriva l'altro, le repliche...
Un momento, e le ferie???
Se mai vi trovaste a passare....
Io sarò lì a divertimi e (spero) a divertirvi!
Locandina Paola Gasparini
Foto a colori Ciccio ingrosso
La Compagnia C.G.VIOLA,
per la prossima produzione
"UN PO' PIU'... O MENO!"
Commedia Brillante in lingua di Mimmo Fornaro
RICERCA
(sul territorio di Taranto)
N° 2 attrici (età 30/40 anni)
N°1 attore (età 30/35 anni)
(Gradita esperienza e attitudine al canto)
Per informazioni e date audizioni:
Email : info@cgviola.it
Domenica 13 aprile
in occasione del
Premio Serafino Aquilano-Arlecchino d’Argento Festival Nazionale del T.A.I.
io con la mia
Compagnia C.G.Viola
Saremo al
Teatro Sant'Agostino
di L'Aquila
per presentare...

Se mai doveste capitare da quelle parti... 
Qui sotto un contributo filmato e montato da Ivana-Filonide-Marraffa
e commentato da Marcello-Filonide-Bellacicco...
http://video.libero.it/app/play/index.html?id=d6e36099af695568474c43b280cb8660
La manifestazione contro l'inquinamento a Taranto è stata documentata dalle telecamere del Centro Culturale Filonide Taranto di cui mi pregio di appartenere e collaborare. abbiamo ripreso e intervistato non solo i politici presenti ma anche la gente che affollava il corteo... molti ragazzi, pochi uomini e donne che avrebbero avuto il dovere di essere con noi...
Pazienza, sabato i loro figli li hanno rappresentati.
A volte anche noi adulti possiamo crescere grazie ai nostri figli.
Spero che la crescita ci sia...
Lo spero di cuore...
Qui il filmato, dura circa 40' ma non abbiamo fatto tagli per meglio farvi vedere quella che è stata se non la prima, una delle poche manifestazioni che dagli anni 70 ha percorso le strade di taranto per reclamare il diritto alla vita.
http://www.filonidetaranto.it/archivio/171.php
Trovo che le Associazioni e qualsiasi entità che operano su Taranto e provincia non possano esimersi dal partecipare alla manifestazione organizzata dall'Associazione Bambini contro l'inquinamento che partirà dalla porta dell'Arsenale il 29 marzo 2008 alle 9.30. Per questo e tanti altri motivi io con la mia Ass. Culturale (La Baracca-Compagnia teatrale C.G Viola) saremo lì per essere presenti con i fatti e non a
chiacchiere!
Scenda per strada chi dice: 'Ma se chiudono l'ILVA Taranto muore!' (applicare le norme per l'inquinamento non vuol dire chiudere l'ILVA!)
Scendano per strada gli intellettuali, coloro che dicono: 'tanto è inutile!' e sorridono con sufficienza aspettando che qualche comodo salotto di qualche emittente li accolga per sollecitarli a dire la loro. ma se proprio insistono...
Le ZAVORRE restassero a casa! Di belle parole ne sentiamo da anni. La gente muore quotidianamente di cancro ai polmoni, le donne sempre più spesso si ammalano e conducono la vita mutilate e precocemente in menopausa farmacologica perché pur non avendo familiarità un cancro al seno piovuto dal cielo li ha aggredite, le allergie le abbiamo ormai tutti e i bambini pagano le colpe di chi non è mai sceso in piazza! Noi abbiamo deciso di esserci per cercare di fare la differenza. Almeno non ci rimprovereremo di essere stati assenti ad un appuntamento importante.
Mimmo Fornaro