MIMMO FORNARO RACCONTA... Mimmo Fornaro racconta...

giovedì, 09 agosto 2007, ore agosto 09, 2007 21:42

                           Come ho iniziato...

Eccomi ancora qui, mentre le mie figlie dormono, a riprovare i pezzi del mio spettacolo di cabaret che fra qualche giorno metterò in scena. L’ho già replicato molte volte, di certo improvviserò, lo faccio sempre a seconda di come risponde il pubblico, ma mi piace che tutto giri alla perfezione, voglio essere impeccabile. Mentre nel mio studio metto le basi però,chissà come, mi torna in mente la domanda che mia,figlia Alessandra ieri in auto mi fatto...
“Papà, ma tu quando hai iniziato a fare spettacoli? Riconosco di essere stato preso alla sprovvista, tornavamo da mare ed ero preso dal traffico... le ho dato una risposta frettolosa e non ci ho pensato più di tanto. Ora però, quella domanda mi riporta a immagini lontane di tempi andati ma mai cancellati...
Era il 6 gennaio del ’72 e con i miei amici, dopo aver divorato le caramelle Rossana, le Ghiacciomenta, le mitiche caramelle Mou e i confetti ricci delle nostre calze (io con furbizia ai piedi del letto mettevo i calzettoni lunghi di lana, ma mio padre ci metteva dentro 3 arance per dare l’effetto di averla riempita di leccornie fino all’orlo!), eravamo per strada a costituire la mia prima band.
Vito alla batteria, Tonio al basso, Alfredo alla tastiera ed io alla chitarra, eravamo al completo... grandi assenti gli strumenti!
Vito batteva con due mazze di legno ricavate da un imballaggio su dei fustini di detersivi e su degli scatoloni di cartone, Tonio con precisi movimenti di anche imbracciava una lunga fascia di legno che fungeva da basso Alfredo alla tastiera pestava i tasti del disegno di un Bontempi che qualche figlio di famiglia più facoltosa aveva ricevuto dalla befana, ed io che pizzicavo dei pezzi di lenza  che avevo applicato  con dei chiodi ad una fascia di legno. La mia prima chitarra!
Primo pezzo in repertorio: Singapore, dei Nuovi Angeli. I suoni erano ricavati dalle nostre voci che si fondevano all’unisono alla perfezione... o così ci illudevamo. Tonio con i suoi toni bassi Doin dododo doin, Alfredo con  Weinwain ... preludeva il moog
modulare del Guardiano del Faro che avremmo sentito qualche mese più tardi, io con i miei twyn twyn thutwyng interpretavo alla perfezione gli assoli. Perfino Vito che riusciva a cavare qualche tonfo sui cartoni interpretava con dei trrrrschhhh i piatti della sua batteria. Non mancava nulla, c’erano persino gli spettatori, i nostri genitori e il vicinato  che dai balconi, richiamati dalla nostra musica (o dai colpi di Vito sui fustini) sorridevano vedendoci atteggiare a beat o capelloni, come venivano chiamati allora. Affacciato c’era anche mio padre, per una volta non al lavoro che incrociò il mio sguardo. Gli sorrisi un po’ imbarazzato. Il suo regalo l’avevo accantonato... mi vergogno ma non lo ricordo nemmeno... lui mi rispose con il suo accattivante sorriso che fino alla sua morte mi riscaldava il cuore... e continuai il mio assolo di chitarra.
Passarono pochi mesi da quel giorno, e senza l’ausilio della befana ebbi in dono la mia prima chitarra. Era di plastica, ma era degna di essere chiamata tale.
“Facci uscire qualcosa e te ne regalo una vera” mi disse. Mi ci impegnai tanto, senza che ciò mi pesasse e mi guadagnai un’altra chitarra. La tengo ancora a casa da mia madre, appartiene a quei ricordi.

... non sono mai diventato un grande chitarrista, ho suonato con dei gruppi senza però lasciare il segno. La mia vera passione l’avrei scoperta più tardi, ma presto spiegherò ad Alessandra come ho iniziato a fare spettacoli.

mimmofornaro





Mimmo Fornaro racconta...

giovedì, 09 agosto 2007, ore agosto 09, 2007 21:42

                           Come ho iniziato...

Eccomi ancora qui, mentre le mie figlie dormono, a riprovare i pezzi del mio spettacolo di cabaret che fra qualche giorno metterò in scena. L’ho già replicato molte volte, di certo improvviserò, lo faccio sempre a seconda di come risponde il pubblico, ma mi piace che tutto giri alla perfezione, voglio essere impeccabile. Mentre nel mio studio metto le basi però,chissà come, mi torna in mente la domanda che mia,figlia Alessandra ieri in auto mi fatto...
“Papà, ma tu quando hai iniziato a fare spettacoli? Riconosco di essere stato preso alla sprovvista, tornavamo da mare ed ero preso dal traffico... le ho dato una risposta frettolosa e non ci ho pensato più di tanto. Ora però, quella domanda mi riporta a immagini lontane di tempi andati ma mai cancellati...
Era il 6 gennaio del ’72 e con i miei amici, dopo aver divorato le caramelle Rossana, le Ghiacciomenta, le mitiche caramelle Mou e i confetti ricci delle nostre calze (io con furbizia ai piedi del letto mettevo i calzettoni lunghi di lana, ma mio padre ci metteva dentro 3 arance per dare l’effetto di averla riempita di leccornie fino all’orlo!), eravamo per strada a costituire la mia prima band.
Vito alla batteria, Tonio al basso, Alfredo alla tastiera ed io alla chitarra, eravamo al completo... grandi assenti gli strumenti!
Vito batteva con due mazze di legno ricavate da un imballaggio su dei fustini di detersivi e su degli scatoloni di cartone, Tonio con precisi movimenti di anche imbracciava una lunga fascia di legno che fungeva da basso Alfredo alla tastiera pestava i tasti del disegno di un Bontempi che qualche figlio di famiglia più facoltosa aveva ricevuto dalla befana, ed io che pizzicavo dei pezzi di lenza  che avevo applicato  con dei chiodi ad una fascia di legno. La mia prima chitarra!
Primo pezzo in repertorio: Singapore, dei Nuovi Angeli. I suoni erano ricavati dalle nostre voci che si fondevano all’unisono alla perfezione... o così ci illudevamo. Tonio con i suoi toni bassi Doin dododo doin, Alfredo con  Weinwain ... preludeva il moog
modulare del Guardiano del Faro che avremmo sentito qualche mese più tardi, io con i miei twyn twyn thutwyng interpretavo alla perfezione gli assoli. Perfino Vito che riusciva a cavare qualche tonfo sui cartoni interpretava con dei trrrrschhhh i piatti della sua batteria. Non mancava nulla, c’erano persino gli spettatori, i nostri genitori e il vicinato  che dai balconi, richiamati dalla nostra musica (o dai colpi di Vito sui fustini) sorridevano vedendoci atteggiare a beat o capelloni, come venivano chiamati allora. Affacciato c’era anche mio padre, per una volta non al lavoro che incrociò il mio sguardo. Gli sorrisi un po’ imbarazzato. Il suo regalo l’avevo accantonato... mi vergogno ma non lo ricordo nemmeno... lui mi rispose con il suo accattivante sorriso che fino alla sua morte mi riscaldava il cuore... e continuai il mio assolo di chitarra.
Passarono pochi mesi da quel giorno, e senza l’ausilio della befana ebbi in dono la mia prima chitarra. Era di plastica, ma era degna di essere chiamata tale.
“Facci uscire qualcosa e te ne regalo una vera” mi disse. Mi ci impegnai tanto, senza che ciò mi pesasse e mi guadagnai un’altra chitarra. La tengo ancora a casa da mia madre, appartiene a quei ricordi.

... non sono mai diventato un grande chitarrista, ho suonato con dei gruppi senza però lasciare il segno. La mia vera passione l’avrei scoperta più tardi, ma presto spiegherò ad Alessandra come ho iniziato a fare spettacoli.

mimmofornaro