MIMMO FORNARO RACCONTA... Mimmo Fornaro racconta...

mercoledì, 30 maggio 2007, ore maggio 30, 2007 13:13

LA PAROLA FINE L'HO SCRITTA
E NON HO INTENZIONE DI RIPROVARE L'ESPERIMENTO

LA NARRATIVA PUO'  FARE SENZA DI ME
(e alla grande!)

SE VI VIENE, IL TITOLO METTETELO VOI
IO CHIUDO QUI.

MIMMO

mimmofornaro
P.link ¦commenti (2) ¦ commenti (2)(popup)
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sabato, 26 maggio 2007, ore maggio 26, 2007 06:01

CAPITOLO XII

 

Le cose a volte camminano per il loro verso, a nulla serve forzare il passo e nulla va per caso. La scena che a Mario apparve avanti agli occhi, quando la polizia aprì la porta di  casa di Pino, non l’avrebbe mai dimenticata. Pareva che tutto fosse congelato lì dentro. I vestiti sulla sedia nella cucina poggiati alla rinfusa, una tazza di caffé piena a metà sul tavolo e tutto il resto come se fosse lì, immobile da sempre. Persino il giradischi, quello di cui Pino andava fiero e che aveva suonato alle loro feste in casa, girava sull’ultimo solco sputando fuori dalle casse altoparlanti quel rumore che Pino odiava... non far mai friggere il disco, si rovina la puntina! ... anche quel rumore sottolineava il gelo che pervadeva in casa del suo amico. Tutto era immobile come il corpo di Pino, steso sul letto da una quantità di sonniferi che gli avevano dato il  sonno dal quale non si sarebbe mai svegliato. Su un foglio di carta, poche righe vergate con la matita con cui scriveva la sua musica, posato sul comodino alla sua destra  e fra le dita la sua ultima sigaretta, spenta, mai fumata. Mario lo guardava, incapace di muoversi. Il poliziotto, dopo aver scosso Pino e infine tastato, scambiò uno sguardo al collega che capì al volo invitando Mario ad uscire dalla camera ma la sua voce era lontana chilometri, arrivava da un mondo lontano da quello in cui ora si trovava, un mondo di ricordi che sapevano di echi di suoni di risate, di canzoni suonate appoggiati sul cofano di qualche auto parcheggiata, di calzoncini corti, di scarpe sfondate, risuolate e sfondate ancora, di confidenze ridicole ora, ma importanti per due ragazzini che vedevano il mondo a portata di mano.

“Signore... Signore deve allontanarsi ora, per piacere... aspetti in cucina e non tocchi nulla...”

Tutto immobile.

Congelato.

 

 

Caro Amico mio, 

eccoci ancora insieme a condividere qualcosa.

Questa te la volevo risparmiare in verità, ma è giusto che ancora una volta sia io a stupire... sono sempre stato bravo in questo, vero?

Non ci sono motivi per il mio gesto,non c’è mai un buon motivo per cercare la morte, forse solo la stanchezza e la voglia di vedere se al di la del sonno c’è qualcosa per cui vale la pena dire: ho vissuto.

 Ho corso troppo nella vita, lo sai, e di battaglie ne ho combattute...tante, anche perché ho cominciato presto.

Grazie di essere stato al mio fianco, sempre, anche quando tu magari non lo sapevi che ero io ad aver bisogno di te. Pensavi che lo facessi per nostalgia o per aiutare te.

No, Mario,ero io che col mio finto coraggio mi nutrivo della tua presenza, della tua amicizia per trovare ancora il senso di quello che facevo. Sarà mal di vivere?

Non lo so, di certo ho fatto ciò che volevo, senza rimpianti e senza guardarmi indietro. Credimi, non lo faccio per i debiti che ho contratto, a parte il tuo aiuto, avevo altre carte da giocare. Ma il tuo gesto, sebbene lo prevedessi, mi ha commosso. Ecco, ti ho dimostrato che non sei un egoista. Il tuo tempo per pensare  agli altri lo hai trovato. Prima evidentemente non serviva, ed era sopito in te, ma era lì, pronto ad essere presente quando ce ne fosse stato bisogno. Prendi il mio gesto come il brutto scherzo di un amico che non ha mai preso sul serio la vita e ha voluto fare la stessa cosa con la morte.
 Suoneranno anche qui, vedrai, ed io con la faccia da culo che ho sempre avuto, metterò su un’altra band. Non con tanti elementi, e magari neanche tanto bravi, ma che mi daranno la dimensione giusta peri essere sereno con me stesso.

Stammi bene Mario e vivi la tua vita senza paure. I due mari ti hanno fatto bene, ieri eri splendido. Quella villa a Taranto  ha l’affitto pagato fino a Gennaio. Puoi andare quando vuoi. Salutami Luca e abbraccialo per me. Per te invece, prendi tutto l’affetto di chi negli untimi attimi è stato felice di esserti amico.
un abbraccio.

Pino

 

Il mondo non si era fermato, tutto continuava a scorrere con la sua velocità. Sirene, domande, ambulanze... ci volle un po’ di tempo per Mario prima che tutto coincidesse coi suoi dove e i suoi quando. Restò abbastanza in città per rivedere Monica insieme a Carlo, incontrarla al funerale di Pino e capire che ormai non c’era nessun legame fra loro.

Spesso il rimpianto si maschera d’amore ingannando chi  ha voglia di credere che tutto possa tornare quello che era.

Mario è tornato a Taranto, col suo cane che assumeva sempre più un aria umana, e Monica troverà la forza di ricominciare con Carlo o con chi sentirà di proseguire il suo cammino. Non ci sono vincitori o perdenti, a nessuno spetta il privilegio di essere l’uno o l’altro. ci saranno altri orizzonti, di questo abbiamo bisogno, non di certezze e tanto meno di speranze. Orizzonti, orizzonti diversi o, se vogliamo crederci, simili, ma pur sempre orizzonti, lontani, che possono sembrare irraggiungibili e che sempre diversi ci danno l’illusione di essere nelle nostre mani nell’attesa che la luce ne riveli altri.

Non c’è il coraggio in chi forza se stesso a custodire un orizzonte. La vita è un’altra cosa, un affannarsi a ricomporre un puzzle dietro l’altro.

Il mondo continuava a girare alla sua velocità. Pino l’aveva voluto fermare, ma tutto in superficie si muoveva come sempre. Il tempo avrebbe continuato a  girare anche dopo di lui. Inevitabilmente. Un tango di gente che muove i passi pianopiano, veloceveloce...
ATTENTI AL TEMPO!!!
Se lo perdi  stai fermo un giro e ti tocca attendere un nuovo tango, migliore o peggiore. Chi può saperlo.

Nell’incertezza, mi piace credere che Mario e Monica avrebbero ballato a lungo. Senza sentirsi principianti o maestri.

I principianti per paura di mettersi in gioco, sognano, idealizzando chi per prima gli ha fatto capire che è bello ballare, così come chi crede di poter insegnare indicando i passi, non si accorge che il tango è cambiato. Hanno sbagliato tutto.

In ogni sala, in un angolo, gomito a gomito, i principianti timidi e gli insegnanti presuntuosi non, non ballano.

Mai.

 

Fine

mimmofornaro





mercoledì, 16 maggio 2007, ore maggio 16, 2007 01:51

in attesa di un nuovo capitolo...

che c'è di male se continuo a credere alle sirene?clicca per ascoltare una mia canzone...Sirene

mimmofornaro





martedì, 15 maggio 2007, ore maggio 15, 2007 14:47

La sveglia liberò Monica dall’incubo di una notte insonne, Si sentiva spossata. La sera precedente, passata fra le braccia di Carlo, l’aveva scossa. Trovarsi abbracciata a quell’uomo le aveva dato una strana sensazione. Non era dispiaciuta per aver accettato Carlo, sentiva di essere amata e questo se da un verso la gratificava, dall’altro segnava una nuova svolta alla sua vita. Aveva avuto la forza di allontanarsi da Mario e questo significava il voler tagliare i ponti con un passato da dimenticare. Durante la sua notte  si era chiesta se avesse fatto la cosa più giusta, si chiedeva se non fosse stata troppo avventata nell’accettare quell’uomo che fino a qualche ora prima aveva considerato un amico, ma si ripeteva che era giusto così, non aveva senso restare sola quando lei per prima aveva scelto di allontanarsi da Mario. Erano passati due anni, due anni in cui si era appartata dal resto del mondo, celando i suoi sentimenti agli altri e a se stessa. Aveva mortificato il suo cuore precludendo l’accesso a chiunque avesse cercato di esserle vicina. Carlo era stato paziente, presente nei momenti difficili e rispettoso dei suoi silenzi. Gli era grata di questo. Sapeva di avere un caratteraccio, ma se Mario lo aveva spesso contestato, a Carlo pareva piacesse. Carlo diceva che non ci sarebbe stato gusto ad avere una donna capace solo di compiacere il compagno. Esattamente quello che dopo ogni lite con Mario lei ripeteva. Mario però la faceva calmare. Metteva sul volto un sorriso sornione e cominciava a prenderla in giro sapendo che l’avrebbe fatta imbestialire di più. Mario non compiaceva nessuno, anche lui difendeva sempre fino allo spasimo le sue ragioni, ma non sopportava i musi lunghi per troppo tempo, quindi iniziava il giochetto, conscio del fatto che lei avrebbe accettato di giocarci. Magari lo avrebbe fatto penare prima di fare pace, ma anche questo faceva parte del gioco. Era incapace di resistere ai suoi occhi verdi mentre questi faceva la voce da bambino, offrendole il mignolo in segno di pace come si faceva quando ci si riappacificava fra compagni di giochi... Pace pace di Gesù non lo faccio più!

Carlo non era esattamente quel genere di persona. Sapeva ascoltare senza invadere con le sue opinioni le argomentazioni altrui. Non avrebbe mai interrotto un suo discorso con un “No, mi dispiace ma questa è una stronzata!”. No, lui no. Era un tesoro.

Avrebbe funzionato? La vita a volte ci pone i suoi quesiti senza risposte per il puro gusto di renderci incredibilmente in balìa degli eventi. Il suo cellulare squillò. Si chiese chi potesse essere, ma capì subito che dall’altro capo del telefono c’era Carlo. Ebbe un fremito, che non era esattamente addebitabile all’ansia di chi ama e vuole ascoltare la voce del suo uomo. Lei però si convinse che fosse così. Indossò per se stessa un sorriso e rispose al telefono.

 

Mario salì per le scale del palazzo di Pino tenendo avanti agli occhi il comportamento duro di Carlo. Monica meritava la difesa di un amico, ma Carlo era stato esagerato. Per la prima volta provò gelosia per Monica. Fino a quel momento non gli era neppure sfiorata l’idea che lei avesse potuto frequentare chiunque non fosse un amico...

come Carlo.

Mai avrebbe potuto concedersi a una persona che non conosceva bene...

come Carlo...

 No...

si disse

...sarebbe...
si appoggiò al corrimano esaminando quel pensiero per ricacciarlo in qualche angolo della testa.

Non può essere... è impossibile! Sentenziò.

Ma quel dubbio non se ne andava.

mimmofornaro





domenica, 06 maggio 2007, ore maggio 06, 2007 04:13

Mario arrivò a casa verso le nove.

Quella mattina era uscito di casa molto presto. Aveva fatto una lunga passeggiata respirando l’aria frizzante profumata di erba fresca dei campi poco distanti da casa, insieme a Drugo. Il cane sembrava gradire quegli spazi e accelerava il passo imponendo al compagno di percorso (Così amava definirlo Mario) un ritmo affrettato. Mario su  Drugo non aveva mai inveito violentemente e non l’avrebbe mai fatto, lo aveva ripetuto a chiare lettere a chiunque gli aveva consigliato, con fare esperto, di imporsi sul cane quel tanto che bastava da fargli capire chi era il padrone.
Non sono stato capace di essere padrone della mia vita, figuriamoci di quella di un cane...

Per farsi ubbidire, Mario ripeteva scandendo bene e insistentemente, i comandi (Lui li chiamava regole per una buona convivenza), ed era riuscito a farsi ubbidire quando voleva si mettesse a cuccia e alcune volte quando lo esortava insistentemente di andare ad un passo più lento. Quella mattina, invece, Drugo era irrefrenabile, sembrava volesse tirasse una slitta incastrata sulla neve. Stancò Mario, il quale per essere comunque riuscito a gestirlo, era inorgoglito. Dopo la doccia, guardandosi allo specchio notò come in così poco tempo il suo aspetto fosse mutato. La pelle del viso era abbronzata quel tanto che bastava per conferirgli un aspetto sano, i muscoli delle braccia e del corpo erano tonici e le gambe si erano ricoperte di fasci muscolare che qualche tempo prima non ricordava esistessero sotto la sua pelle. I due mari di Taranto gli avevano fatto bene e si sentiva anche meglio nel gestire le sue crisi di carenza di Monica... diciamo che era sufficientemente impegnata.
Arrivò in banca che era affollata e si mise in fila. Aveva incontrato diversi conoscenti mentre si recava lì, ma non si era fermato con nessuno, nessuno infatti pareva si fosse accorto che era partito e ritornato. Lo avevano salutato come se nulla fosse accaduto.

Infatti, nulla era accaduto, aveva forse risolto i suoi problemi?

No di certo.

Tutto era così come era, soffriva sempre per Monica,  e nessuna persona o cane avrebbe alleviato la sua pena. Finalmente arrivò il suo turno, prese l’assegno e lo infilò nel portafoglio.

All’uscita, mentre si recava in direzione della casa di Pino, incontrò Carlo. Mario sapeva che era l’unico amico che Monica frequentasse. Carlo per lui era stato solo uno dei tanti satelliti che entrano nel tuo cosmo senza influire minimamente nell’equilibrio ognuno di noi si illude di trovare.

Adesso  la confidenza di un tempo lasciava spazio all’imbarazzo di chi si sente in colpa per non aver trattato bene una persona che entrambi amavano. Che Carlo amasse Monica gli era saltato agli occhi, ne aveva parlato perfino a quella “zuccona” ma seppure lei se ne fosse accorta non gli avrebbe  mai dato speranza.

Questo almeno era quello credeva Mario.

Tentò di offrirgli il caffé ma Carlo rifiutò. Disse che andava di fretta, sembrava volesse sfuggirgli e Carlo avvertì questa urgenza. Capì che se voleva chiedere qualcosa di Monica, doveva sbrigarsi.

“Lei come sta?”

“Si sta rimettendo su.”

“Studia ancora fino a tardi?”

“Si, ha tanto da fare”

“Lo so, lei poi si butta a capofitto nelle cose”

“Già...”

“Già.”

“Senti, ora devo proprio...”

“Chissà se vorrà vedermi

“Non credo, lasciala in pace”

“Le vorrei parlare, se tu potessi...”

“È un po’ tardi, che dici?”

“Forse non tanto. Mi manca.”

“Lasciala in pace”

“Ho fatto una cazzata, lo so, ma chissà se parlandole non riusciamo...”

“Non ne vuole più sapere di te, lo sai.”

“Lo immagino.”

“Appunto.”

“Io parto stasera, vado a Taranto, dille che sono lì e che...”

“Ciao Mario.”

“Ma cos’hai?” gli gridò dietro quando questi se ne andò. Mario aveva notato l’irrigidimento di Carlo e ne era indispettito. Dopotutto che bisogno aveva di trattarlo così? Non doveva certo dare conto a lui se voleva...

Oppure si?

mimmofornaro





Mimmo Fornaro racconta...

mercoledì, 30 maggio 2007, ore maggio 30, 2007 13:13

LA PAROLA FINE L'HO SCRITTA
E NON HO INTENZIONE DI RIPROVARE L'ESPERIMENTO

LA NARRATIVA PUO'  FARE SENZA DI ME
(e alla grande!)

SE VI VIENE, IL TITOLO METTETELO VOI
IO CHIUDO QUI.

MIMMO

mimmofornaro
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sabato, 26 maggio 2007, ore maggio 26, 2007 06:01

CAPITOLO XII

 

Le cose a volte camminano per il loro verso, a nulla serve forzare il passo e nulla va per caso. La scena che a Mario apparve avanti agli occhi, quando la polizia aprì la porta di  casa di Pino, non l’avrebbe mai dimenticata. Pareva che tutto fosse congelato lì dentro. I vestiti sulla sedia nella cucina poggiati alla rinfusa, una tazza di caffé piena a metà sul tavolo e tutto il resto come se fosse lì, immobile da sempre. Persino il giradischi, quello di cui Pino andava fiero e che aveva suonato alle loro feste in casa, girava sull’ultimo solco sputando fuori dalle casse altoparlanti quel rumore che Pino odiava... non far mai friggere il disco, si rovina la puntina! ... anche quel rumore sottolineava il gelo che pervadeva in casa del suo amico. Tutto era immobile come il corpo di Pino, steso sul letto da una quantità di sonniferi che gli avevano dato il  sonno dal quale non si sarebbe mai svegliato. Su un foglio di carta, poche righe vergate con la matita con cui scriveva la sua musica, posato sul comodino alla sua destra  e fra le dita la sua ultima sigaretta, spenta, mai fumata. Mario lo guardava, incapace di muoversi. Il poliziotto, dopo aver scosso Pino e infine tastato, scambiò uno sguardo al collega che capì al volo invitando Mario ad uscire dalla camera ma la sua voce era lontana chilometri, arrivava da un mondo lontano da quello in cui ora si trovava, un mondo di ricordi che sapevano di echi di suoni di risate, di canzoni suonate appoggiati sul cofano di qualche auto parcheggiata, di calzoncini corti, di scarpe sfondate, risuolate e sfondate ancora, di confidenze ridicole ora, ma importanti per due ragazzini che vedevano il mondo a portata di mano.

“Signore... Signore deve allontanarsi ora, per piacere... aspetti in cucina e non tocchi nulla...”

Tutto immobile.

Congelato.

 

 

Caro Amico mio, 

eccoci ancora insieme a condividere qualcosa.

Questa te la volevo risparmiare in verità, ma è giusto che ancora una volta sia io a stupire... sono sempre stato bravo in questo, vero?

Non ci sono motivi per il mio gesto,non c’è mai un buon motivo per cercare la morte, forse solo la stanchezza e la voglia di vedere se al di la del sonno c’è qualcosa per cui vale la pena dire: ho vissuto.

 Ho corso troppo nella vita, lo sai, e di battaglie ne ho combattute...tante, anche perché ho cominciato presto.

Grazie di essere stato al mio fianco, sempre, anche quando tu magari non lo sapevi che ero io ad aver bisogno di te. Pensavi che lo facessi per nostalgia o per aiutare te.

No, Mario,ero io che col mio finto coraggio mi nutrivo della tua presenza, della tua amicizia per trovare ancora il senso di quello che facevo. Sarà mal di vivere?

Non lo so, di certo ho fatto ciò che volevo, senza rimpianti e senza guardarmi indietro. Credimi, non lo faccio per i debiti che ho contratto, a parte il tuo aiuto, avevo altre carte da giocare. Ma il tuo gesto, sebbene lo prevedessi, mi ha commosso. Ecco, ti ho dimostrato che non sei un egoista. Il tuo tempo per pensare  agli altri lo hai trovato. Prima evidentemente non serviva, ed era sopito in te, ma era lì, pronto ad essere presente quando ce ne fosse stato bisogno. Prendi il mio gesto come il brutto scherzo di un amico che non ha mai preso sul serio la vita e ha voluto fare la stessa cosa con la morte.
 Suoneranno anche qui, vedrai, ed io con la faccia da culo che ho sempre avuto, metterò su un’altra band. Non con tanti elementi, e magari neanche tanto bravi, ma che mi daranno la dimensione giusta peri essere sereno con me stesso.

Stammi bene Mario e vivi la tua vita senza paure. I due mari ti hanno fatto bene, ieri eri splendido. Quella villa a Taranto  ha l’affitto pagato fino a Gennaio. Puoi andare quando vuoi. Salutami Luca e abbraccialo per me. Per te invece, prendi tutto l’affetto di chi negli untimi attimi è stato felice di esserti amico.
un abbraccio.

Pino

 

Il mondo non si era fermato, tutto continuava a scorrere con la sua velocità. Sirene, domande, ambulanze... ci volle un po’ di tempo per Mario prima che tutto coincidesse coi suoi dove e i suoi quando. Restò abbastanza in città per rivedere Monica insieme a Carlo, incontrarla al funerale di Pino e capire che ormai non c’era nessun legame fra loro.

Spesso il rimpianto si maschera d’amore ingannando chi  ha voglia di credere che tutto possa tornare quello che era.

Mario è tornato a Taranto, col suo cane che assumeva sempre più un aria umana, e Monica troverà la forza di ricominciare con Carlo o con chi sentirà di proseguire il suo cammino. Non ci sono vincitori o perdenti, a nessuno spetta il privilegio di essere l’uno o l’altro. ci saranno altri orizzonti, di questo abbiamo bisogno, non di certezze e tanto meno di speranze. Orizzonti, orizzonti diversi o, se vogliamo crederci, simili, ma pur sempre orizzonti, lontani, che possono sembrare irraggiungibili e che sempre diversi ci danno l’illusione di essere nelle nostre mani nell’attesa che la luce ne riveli altri.

Non c’è il coraggio in chi forza se stesso a custodire un orizzonte. La vita è un’altra cosa, un affannarsi a ricomporre un puzzle dietro l’altro.

Il mondo continuava a girare alla sua velocità. Pino l’aveva voluto fermare, ma tutto in superficie si muoveva come sempre. Il tempo avrebbe continuato a  girare anche dopo di lui. Inevitabilmente. Un tango di gente che muove i passi pianopiano, veloceveloce...
ATTENTI AL TEMPO!!!
Se lo perdi  stai fermo un giro e ti tocca attendere un nuovo tango, migliore o peggiore. Chi può saperlo.

Nell’incertezza, mi piace credere che Mario e Monica avrebbero ballato a lungo. Senza sentirsi principianti o maestri.

I principianti per paura di mettersi in gioco, sognano, idealizzando chi per prima gli ha fatto capire che è bello ballare, così come chi crede di poter insegnare indicando i passi, non si accorge che il tango è cambiato. Hanno sbagliato tutto.

In ogni sala, in un angolo, gomito a gomito, i principianti timidi e gli insegnanti presuntuosi non, non ballano.

Mai.

 

Fine

mimmofornaro





mercoledì, 16 maggio 2007, ore maggio 16, 2007 01:51

in attesa di un nuovo capitolo...

che c'è di male se continuo a credere alle sirene?clicca per ascoltare una mia canzone...Sirene

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martedì, 15 maggio 2007, ore maggio 15, 2007 14:47

La sveglia liberò Monica dall’incubo di una notte insonne, Si sentiva spossata. La sera precedente, passata fra le braccia di Carlo, l’aveva scossa. Trovarsi abbracciata a quell’uomo le aveva dato una strana sensazione. Non era dispiaciuta per aver accettato Carlo, sentiva di essere amata e questo se da un verso la gratificava, dall’altro segnava una nuova svolta alla sua vita. Aveva avuto la forza di allontanarsi da Mario e questo significava il voler tagliare i ponti con un passato da dimenticare. Durante la sua notte  si era chiesta se avesse fatto la cosa più giusta, si chiedeva se non fosse stata troppo avventata nell’accettare quell’uomo che fino a qualche ora prima aveva considerato un amico, ma si ripeteva che era giusto così, non aveva senso restare sola quando lei per prima aveva scelto di allontanarsi da Mario. Erano passati due anni, due anni in cui si era appartata dal resto del mondo, celando i suoi sentimenti agli altri e a se stessa. Aveva mortificato il suo cuore precludendo l’accesso a chiunque avesse cercato di esserle vicina. Carlo era stato paziente, presente nei momenti difficili e rispettoso dei suoi silenzi. Gli era grata di questo. Sapeva di avere un caratteraccio, ma se Mario lo aveva spesso contestato, a Carlo pareva piacesse. Carlo diceva che non ci sarebbe stato gusto ad avere una donna capace solo di compiacere il compagno. Esattamente quello che dopo ogni lite con Mario lei ripeteva. Mario però la faceva calmare. Metteva sul volto un sorriso sornione e cominciava a prenderla in giro sapendo che l’avrebbe fatta imbestialire di più. Mario non compiaceva nessuno, anche lui difendeva sempre fino allo spasimo le sue ragioni, ma non sopportava i musi lunghi per troppo tempo, quindi iniziava il giochetto, conscio del fatto che lei avrebbe accettato di giocarci. Magari lo avrebbe fatto penare prima di fare pace, ma anche questo faceva parte del gioco. Era incapace di resistere ai suoi occhi verdi mentre questi faceva la voce da bambino, offrendole il mignolo in segno di pace come si faceva quando ci si riappacificava fra compagni di giochi... Pace pace di Gesù non lo faccio più!

Carlo non era esattamente quel genere di persona. Sapeva ascoltare senza invadere con le sue opinioni le argomentazioni altrui. Non avrebbe mai interrotto un suo discorso con un “No, mi dispiace ma questa è una stronzata!”. No, lui no. Era un tesoro.

Avrebbe funzionato? La vita a volte ci pone i suoi quesiti senza risposte per il puro gusto di renderci incredibilmente in balìa degli eventi. Il suo cellulare squillò. Si chiese chi potesse essere, ma capì subito che dall’altro capo del telefono c’era Carlo. Ebbe un fremito, che non era esattamente addebitabile all’ansia di chi ama e vuole ascoltare la voce del suo uomo. Lei però si convinse che fosse così. Indossò per se stessa un sorriso e rispose al telefono.

 

Mario salì per le scale del palazzo di Pino tenendo avanti agli occhi il comportamento duro di Carlo. Monica meritava la difesa di un amico, ma Carlo era stato esagerato. Per la prima volta provò gelosia per Monica. Fino a quel momento non gli era neppure sfiorata l’idea che lei avesse potuto frequentare chiunque non fosse un amico...

come Carlo.

Mai avrebbe potuto concedersi a una persona che non conosceva bene...

come Carlo...

 No...

si disse

...sarebbe...
si appoggiò al corrimano esaminando quel pensiero per ricacciarlo in qualche angolo della testa.

Non può essere... è impossibile! Sentenziò.

Ma quel dubbio non se ne andava.

mimmofornaro





domenica, 06 maggio 2007, ore maggio 06, 2007 04:13

Mario arrivò a casa verso le nove.

Quella mattina era uscito di casa molto presto. Aveva fatto una lunga passeggiata respirando l’aria frizzante profumata di erba fresca dei campi poco distanti da casa, insieme a Drugo. Il cane sembrava gradire quegli spazi e accelerava il passo imponendo al compagno di percorso (Così amava definirlo Mario) un ritmo affrettato. Mario su  Drugo non aveva mai inveito violentemente e non l’avrebbe mai fatto, lo aveva ripetuto a chiare lettere a chiunque gli aveva consigliato, con fare esperto, di imporsi sul cane quel tanto che bastava da fargli capire chi era il padrone.
Non sono stato capace di essere padrone della mia vita, figuriamoci di quella di un cane...

Per farsi ubbidire, Mario ripeteva scandendo bene e insistentemente, i comandi (Lui li chiamava regole per una buona convivenza), ed era riuscito a farsi ubbidire quando voleva si mettesse a cuccia e alcune volte quando lo esortava insistentemente di andare ad un passo più lento. Quella mattina, invece, Drugo era irrefrenabile, sembrava volesse tirasse una slitta incastrata sulla neve. Stancò Mario, il quale per essere comunque riuscito a gestirlo, era inorgoglito. Dopo la doccia, guardandosi allo specchio notò come in così poco tempo il suo aspetto fosse mutato. La pelle del viso era abbronzata quel tanto che bastava per conferirgli un aspetto sano, i muscoli delle braccia e del corpo erano tonici e le gambe si erano ricoperte di fasci muscolare che qualche tempo prima non ricordava esistessero sotto la sua pelle. I due mari di Taranto gli avevano fatto bene e si sentiva anche meglio nel gestire le sue crisi di carenza di Monica... diciamo che era sufficientemente impegnata.
Arrivò in banca che era affollata e si mise in fila. Aveva incontrato diversi conoscenti mentre si recava lì, ma non si era fermato con nessuno, nessuno infatti pareva si fosse accorto che era partito e ritornato. Lo avevano salutato come se nulla fosse accaduto.

Infatti, nulla era accaduto, aveva forse risolto i suoi problemi?

No di certo.

Tutto era così come era, soffriva sempre per Monica,  e nessuna persona o cane avrebbe alleviato la sua pena. Finalmente arrivò il suo turno, prese l’assegno e lo infilò nel portafoglio.

All’uscita, mentre si recava in direzione della casa di Pino, incontrò Carlo. Mario sapeva che era l’unico amico che Monica frequentasse. Carlo per lui era stato solo uno dei tanti satelliti che entrano nel tuo cosmo senza influire minimamente nell’equilibrio ognuno di noi si illude di trovare.

Adesso  la confidenza di un tempo lasciava spazio all’imbarazzo di chi si sente in colpa per non aver trattato bene una persona che entrambi amavano. Che Carlo amasse Monica gli era saltato agli occhi, ne aveva parlato perfino a quella “zuccona” ma seppure lei se ne fosse accorta non gli avrebbe  mai dato speranza.

Questo almeno era quello credeva Mario.

Tentò di offrirgli il caffé ma Carlo rifiutò. Disse che andava di fretta, sembrava volesse sfuggirgli e Carlo avvertì questa urgenza. Capì che se voleva chiedere qualcosa di Monica, doveva sbrigarsi.

“Lei come sta?”

“Si sta rimettendo su.”

“Studia ancora fino a tardi?”

“Si, ha tanto da fare”

“Lo so, lei poi si butta a capofitto nelle cose”

“Già...”

“Già.”

“Senti, ora devo proprio...”

“Chissà se vorrà vedermi

“Non credo, lasciala in pace”

“Le vorrei parlare, se tu potessi...”

“È un po’ tardi, che dici?”

“Forse non tanto. Mi manca.”

“Lasciala in pace”

“Ho fatto una cazzata, lo so, ma chissà se parlandole non riusciamo...”

“Non ne vuole più sapere di te, lo sai.”

“Lo immagino.”

“Appunto.”

“Io parto stasera, vado a Taranto, dille che sono lì e che...”

“Ciao Mario.”

“Ma cos’hai?” gli gridò dietro quando questi se ne andò. Mario aveva notato l’irrigidimento di Carlo e ne era indispettito. Dopotutto che bisogno aveva di trattarlo così? Non doveva certo dare conto a lui se voleva...

Oppure si?

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