MIMMO FORNARO RACCONTA...
Accese la stufa per scaldare la stanza da letto e andò in bagno sbadigliando. La giornata era stata faticosa, ma doveva cominciare a pensare a quello che avrebbe dovuto fare della sua vita. Con Luca aveva affrontato l’argomento, lui conosceva diverse persone che lavoravano il emittenti radiofoniche, televisioni private o studi pubblicitari. A Taranto era difficile che chi si occupasse di qualsiasi forma d’arte non conoscesse l’aquilone, Luca si era offerto di presentarglieli per parlare di lavoro, ma al momento Mario non riusciva a pensare di rimettersi davanti ad un microfono e riprendere a lavorare.
Aspettiamo ancora un pò, E poi, non so mica se mi fermerò qui abbastanza a lungo per doverci lavorare. Ora ho anche un cane che attira gli sguardi, potrei fare il vagabondo come quello alla stazione e chiedere dignitosamente l’elemosina...
No.
Era troppo pigro per questo genere di vita.
Lasciamo fare i barboni a chi lo sa fare!
E si mise a letto dopo aver spento la stufa. Fra le riviste acquistate da Pino l’estate prima e qualche libro edizione tascabile, c’era qualche Almanacco di Topolino, era tanto che non leggeva un fumetto. Un tempo era stato un divoratore di fumetti, poi i libri avevano preso tutto il tempo dedicato alla lettura. Prese il giornalino e si infilò nel letto, accese la lampada che era sul comodino ma la spense subito per lasciare spazio ai suoi pensieri. Ripensò alla sua esibizione da Luca, sorrise lasciando che il sonno lo avvolgesse con le sue morbide braccia e in quel momento VIDE Monica. La vide distintamente e in tutti i particolari del viso, la sua fronte... tutto come se gli fosse di fronte. Ebbe voglia di allungare la mano per accarezzarle i capelli, ma la ragione oltre che la paura di far svanire quel momento, gli fece reprimere quell’impulso. Lei lo guardava e lui si sentiva bagnato da quel suo sguardo, lo stava vivendo ed era bellissimo. Una lacrima scorse lentamente sulla guancia di Mario, una lacrima che gli fece chiudere gli occhi, un attimo, quando li riaprì lei era lì ma quello sguardo era diventato quello di disprezzo, lo stesso disprezzo che la sua donna aveva quando andò via da casa e che ora pesava più di un macigno sulla sua coscienza. L’aveva tradita , non si era nemmeno sforzato di negarlo, l’aveva fatto perché voleva sentirsi ancora desiderato, quell’avventura avrebbe soddisfatto il suo ego, la sua voglia di piacere, ma fu lui per primo a non riuscire a tacere quella verità; le confessò tutto, l’approccio nato come un gioco, il suo compiacimento quando quella ragazza cominciava a cedere alla sua corte, il suo sentirsi un verme quando fecero l’amore, il bisogno irrefrenabile di raccontarle tutto anche a costo di perderla.
In tanti gli dissero che era stato uno sciocco, che quell’episodio doveva rimanere sepolto, nascosto per sempre; lei non doveva saperlo e lui... già, lui come si sarebbe comportato? Se mai l’avesse fatta franca, ci avrebbe riprovato? Non erano pochi i colleghi e amici che tradivano impunemente mogli o fidanzate passando da una storia all’altra. Una specie di droga da cui lui non voleva dipendere. Doveva dirglielo, anche a costo di perderla. E anche ora, su quel letto, con le lacrime che gli bruciavano gli occhi e il cuore caldo per un ricordo così reale, non lo rimpianse. Nascose il viso sotto il braccio e gridò il suo nome, ma lo sentì solo Drugo lì fuori.
Monica spense la cicca.
...Il formicolio che avvertì lungo la schiena non appena Luca iniziò con la sua chitarra a scandire le prime note di Marriage Madness, non spaventò Mario che scoprì di voler cantare quella canzone. Chissà, forse la stanchezza, la voglia di ricordare gli occhi che aveva Monica quando lo ascoltava, la voglia di evocarla in modo chiaro nei suoi pensieri, la consapevolezza di volerla ancora e ancora e ancora...
Chiuse gli occhi poggiandosi a quel blues e modulando la sua voce per la prima volta da che si erano lasciati. La gente lo ascoltò in silenzio, quasi avesse avvertito e rispettato quel suo momento. Lasciò scorrere la sua voce nella direzione di un cuore di chi forse non l’avrebbe ascoltata, ma lo avrebbe avvertita... e Dio solo sa che io sia maledettamente romantico se dico che in quel momento Monica davanti al suo computer avvertì una stretta al petto e lottò duramente con se stessa per non andare da Pino e chiedergli dove ora fosse il suo uomo.
Solo una piccola pausa intercorse tra la canzone e l’applauso del pubblico che pareva essersi scrollata di dosso quella ventata di sensazioni. A volte le canzoni fanno strani effetti, lasciano passare messaggi inconsci, gli stessi che diedero l’urgenza a Roberta di abbracciare il suo uomo che la ripagò con un bacio.
quando Mario lasciò L’aquilone la città taceva, l’auto parcheggiata in divieto di sosta davanti al locale lo fece sorridere. Mise in moto e non accese lo stereo.
La musica di Marriage Madness suonava ancora nelle sue orecchie.
Dopo aver corretto l’ultima pagina della ricerca a cui si stava dedicando, Monica decise di andare a letto. Fece per alzarsi ma si lasciò cadere sulla sedia concedendosi un'ultima sigaretta.
Chissà se Mario non fuma ancora... Si chiese, poi, come guidata da un impulso mise sù il cd su cui aveva fatto incidere le canzoni che Mario aveva su musicassetta. Pensare che voleva fargli una sorpresa...
lo mise nel lettore, mise la cuffia e riascoltò la sua voce dopo due anni. Ripensò a lui che la faceva sentire a casa, a lui che col suo abbraccio la faceva sentire al riparo da tutto, a lui che non capiva quando il gioco doveva finire e si difendeva dicendo che era lei ad essere permalosa, a lui che non era riuscito a sostituire, al profumo della sua pelle che la faceva infiammare, alla sua voce, alla sua ironia, A lui che ancora non era ancora riuscita a cancellare.
-CAPITOLO IX-
“Drugo seduto!... seduto...SEDUTO! ma vaff...!”
Mario non pretendeva di essere un padrone per Drugo, dovevano essere due compagni di viaggio che si confrontano alla pari, l’idea però che il cane potesse giocare con gli altri come giocava con lui lo spaventava. I suoi sessantacinque chilogrammi sarebbero stati mal sopportati da chiunque avesse avuto sulle spalle le zampe di quel grosso cane giocherellone. Alla sera era distrutto dalle passeggiate che erano delle vere e proprie marce forzate visto che non imponeva il suo passo per timore di tirare troppo il guinzaglio e fargli male. Il veterinario, dal quale passò per fargli fare altre due flebo ricostituenti, gli consigliò di imporsi su Drugo per mitigare il suo carattere strafottente e esuberante, per risposta però ricavò che Mario sostituì il collare a soffocamento con uno meno offensivo che aveva il gancio suo dorso e non sul collo del cane.
Dobbiamo abituarci l’uno all’altro. Prima o poi andremo ad un passo che non sarà né il mio né il suo. Basta trovare l’accordo.
Intanto andava dietro quel colosso che di tanto in tanto lo faceva rotolare nella terra e lo leccava dappertutto. Una volta gli capitò che al telefono lo chiamasse Pino proprio non momento in cui Drugo gli manifestava le sue coccole. A stento riuscì a rispondere qualcosa di senso compiuto all’amico che sentendolo affannato gli chiese con chi fosse. Lui rispose che era solo con un cane ma Pino capì come un cane e intuendo un momento di crisi cambiò presto discorso. Vide tanto mare. Le spiagge deserte della litoranea tarantina furono esplorate da quella strana coppia ogni giorno fino al primo pomeriggio, poi, tornati alla villa, gli toglieva tutta la sabbia che rimaneva incastrata fra i peli, con una spazzolata energica come tanto piaceva a Drugo. E poi dopo una cena veloce andava da Luca che aveva imparato a conoscere.
quel locale si popolava verso le undici di sera e chiudeva alle tre nei giorni normali e il sabato fino a colazione. Lì Mario passava le sue serate chiacchierando con chiunque avesse voglia di parlare. Il locale di Luca era davvero simile a quello di Pino, un ritrovo di gente giusta che si ritrova la sera e parla di qualunque cosa senza timore di essere frainteso o giudicato. All’aquilone (così si chiamava il club) erano tutti in un’isola felice, e quella sera c’era anche musica dal vivo con la band di Luca.
La bravura di Luca alla chitarra sorprese Mario che ammirò la maestria che aveva nel personalizzare i brani. Aveva ragione Pino quando diceva che era grande. Brani di blues, funky e jazz venivano conditi dalla sua chitarra in un modo raffinato e graffiante allo stesso tempo. Roberta cantava ed era anche brava, un ottimo mix di voce e suono. Stava godendo di quella bella musica sorseggiando la sua birra quando fu chiamato a cantare. Non aveva rivelato a nessuno i suoi trascorsi canori e si stupì fino a che non gli fu chiaro che Pino aveva colpito ancora. Doveva aver avvisato Luca in qualche discorso a base etilica. Tutti quelli che ormai se non di persona, almeno di vista lo conoscevano, cominciarono a reclamarlo e imbarazzato salì sul soppalco.
“Che canti?” Gli chiese svelta Roberta. Neanche il tempo di rispondere per Mario che fece in tempo a proporre il titolo di un vecchio brano di John Mayall. Che in quel momento pareva idoneo alla serata.
...Il bar era deserto e i due si accomodarono a un tavolino dopo aver ordinato i caffé ad una cassiera che non risparmiò a Pino un’occhiata interessata che non sfuggì a Monica.
“Non hai perso il tuo fascino, complimenti!”
“Mi difendo.” Rispose Pino mal celando un sorriso di compiacimento per il complimento ricevuto. Non aveva mentito quando aveva detto che Monica era uno splendore. Lo aveva sempre pensato ma ora era come se quelle ferite ricevute da Mario l’avessero forgiata di nuova bellezza.
Se solo Mario fosse qui, morirebbe d’infarto. Si disse, ma fu subito incalzato da Monica.
“Come và la vita al pub?”
“Al solito”, mentì Pino pensando che probabilmente avrebbe chiuso da lì a tre mesi
“Mi tengo a galla. Il fatto è che a trentotto anni, forse dovrei mettere la testa a posto e provare ad avere una vita più tranquilla.”
“Tipo?”
“Non so, forse un lavoro più, come dire... regolare!”
“Ti ascolto”
Monica posò il viso sulle mani tenendo i gomiti sul tavolo e guardando negli occhi Pino il quale ricordò le serate spensierate in cui lei e Mario chiudevano assieme a lui e la compagna del momento il locale dopo aver bevuto il bicchiere della staffa. Belle serate in cui si respirava odore di amicizia e voglia di vivere.
Eravamo tutti diversi, allora...
“Magari un’altra volta, adesso parlami ancora di te. Te l’ho detto, mi sembri rinata”
”Non si rinasce, Pino, si continua. Si và avanti e io ci sto provando. Non è stata facile e non lo è ancora, ma si continua. Non si rinasce una volta morti perché qualcuno ti ha ucciso”
“Lui non sta meglio di te, lo sai.”
No, non lo sapeva. Non aveva mai più saputo né voluto sapere nulla di lui. Forse per paura di venire a sapere qualcun’altra verità a lei celata sul suo conto.
“Di lui ormai...”
“E’ partito, lo sapevi?”
“No e non mi interessa.”
“Ok. Hai ragione. Comunque soffre anche lui.”
“Scusami Pino, ma non ti ho mai considerato il suo ruffiano e non vorrei cominciare a pensarlo adesso.”
Pino alzò le mani in segno di resa rendendo evidente il rammarico alle allusioni di Monica.
“Scusa tu, non volevo portare messaggi a nessuno, tanto meno a te.”
“Non ci pensare, è colpa mia. Sono ancora vulnerabile.”
”Capisco.”
“Non credo. Da quando ti conosco non ti ho mai visto insieme ad una donna per la quale provavi più di una attrazione fisica.”
“Cos’è, adesso te la prendi anche con me?”
“No. Almeno tu sei stato sempre coerente e onesto con te stesso e con le ragazze con cui dividevi il momento. Lo so. Ma non credo tu possa sapere cosa vuol dire soffrire per amore.”
Visti i risultati è un bene no?”
“Credo che abbia ragione tu. Lo riconosco!” E risero di gusto finendo il caffé che intanto era gelato.
Si salutarono baciandosi sulle guance e con l’impegno di rivedersi al pub.
“Magari se non c’è posto mi aiuti a spillare birre ai clienti. Se non ricordo male eri bravina.”
“Bravina? Ero la migliore fra i tre...”
“Già. Mario era una frana... ma perché non provate a...”
“Dovevi proprio dirlo eh?”
“Si. Ora mi sento meglio. Non sono un ruffiano, ma mi sono sempre sentito vostro amico.”
“A presto Pino.”
Drugo si riprese velocemente, le sue zampe ripresero vigore e Mario scoprì che anche a lui non poteva che fargli bene al fisico passeggiare con quel cane che sulla neve poteva portare a spasso una pesante slitta e che ancora doveva imparare ad andare al passo dell’uomo che lo portava al guinzaglio. Sulle sue pallide guance, un velo di abbronzatura, gli ridava la sua vecchia faccia, quella di quando con Monica andavano a fare le loro passeggiate in bici o le corse per chi arrivava prima all’albero dove avevano passato pomeriggi a pensare a un futuro che non sarebbe arrivato... per colpa sua. Un cane non avrebbe mai potuto sostituire un solo attimo di vita con Monica, lo sapeva bene, non ci sarebbe mai stato nulla e nessuno che avrebbe preso il suo posto nel suo cuore, così come sapeva che quel cane sarebbe stato importante per lui in quel momento. Ricominciare poteva voler dire anche questo.
“Pino!”
“Monica, come và?”
Erano entrambi imbarazzati, non si erano più visti da quando lei aveva rotto con Mario. Quel pomeriggio Pino raggiungeva il pub godendo del sole che cominciava a scaldare con i suoi raggi. Monica come al solito correva a casa dopo l’università. Poteva far finta di non averlo visto, Pino non se ne sarebbe accorto, ma l’impulso di fermarlo fu forte.
“Bene grazie, sempre di corsa ma non mi lamento, almeno mi tengo in forma!”
“Si vede, sei uno splendore.”
”Ma và esagerato, ti conosco sai?”
“nessuna esagerazione, sembri rinata”
“Perché, credevi che morissi? Non credo di essere l’unica donna che dopo nove anni di fidanzamento di cui tre di convivenza viene mollata prima delle nozze perché al fidanzato gli scoppia una crisi esistenziale e cede alla tentazione di tradirla con la biondina che sta alla cassa del supermercato?”
Monica...
“Non si muore per questo, Pino, magari ci si rimane male sapendo che probabilmente gli amici che avrebbero potuto consigliare il tuo uomo non erano poi tanto amici a te quanto a lui...”
“Ora basta Monica. Non serve a nulla prendersela con me o con gli amici. Nessuno, credimi, nessuno dei pochi amici di Mario hanno mai saputo di questa storia. Conosci Mario, per confidarti qualcosa...”
Si, conosceva Mario; o almeno aveva creduto di conoscerlo. Era stato sempre difficile fargli dire quello che gli passava per la testa. I suoi problemi restavano i suoi e non permetteva a nessuno di aiutarlo. Neanche a lei che dopo tanto tempo insieme, aveva accettato di aspettare che arrivasse il momento in cui Mario gli si aprisse e gli confidasse qualcosa.
“Hai ragione, scusami Pino, il fatto è che mi sento ancora ferita”
“Fa nulla, prendi un caffé?”
Monica ci pensò un attimo.
“Massì, andiamo!”
Il cane era davvero grosso, il lungo pelo lo rendeva molto simile ad un orso Mario gli si avvicinò con cautela, il cane respirava affannato e con gli occhi semichiusi lo guardava bastò per farlo avvicinare senza temere una sua reazione violenta, lo accarezzò e sotto le dita avvertì il tremore del corpo dell’animale. Decise di non perdere tempo, corse all’auto, aprì il cofano e caricò quel corpo tremante per portarlo a Leporano (il paese lì vicino), in cerca di un veterinario.
Durante il tragitto ripensò al suo rapporto con i cani.
Da piccolo era solito portare a casa tutti i randagi che gli si paravano davanti. Purtroppo però, dopo la prima notte in casa e il divieto da parte dei genitori, gli toccava trovare un padrone per la bestia. Adesso però l’importante era far curare quel cane con quello sguardo rassegnato. Ricordava d’aver visto a Leporano un ambulatorio di veterinario, ma non ricordava esattamente dove fosse, pensò dunque di non rischiare di perdere la strada e chiese a delle persone che passavano ad un incrocio appena nel paese.
Il veterinario era un ragazzo sulla trentina che accolse l’animale con amore oltre che con la cautela professionale. Gli svelò la razza che pare sia pregiata: Alaskan malamute. Per Mario era solo un cane che aveva bisogno di cure, non avrebbe agito diversamente se fosse stato un meticcio. Aveva un microcip che avrebbe potuto ricondurlo al padrone se questi avesse fatto denuncia di smarrimento, ma a quanto pareva nessuno aveva inoltrato la denuncia. Dopo che si fu rifocillato con grossi bocconi di croccantini, aspettò che il veterinario lo lavasse. Il pelo ora era splendente e gonfio nonostante il veterinario affermasse che avrebbe avuto meno di un anno e mezzo, aveva davvero una figura imponente. Si avvicinò a Mario che cominciava a chiedersi cosa fare di quell’enorme cane e in un attimo lo conquistò appoggiando il muso alla sua gamba e guardandolo teneramente.
Ora doveva solo trovargli un nome, quell’orso travestito da cane era entrato nella sua vita.
Drugo in onore al protagonista del film “Il grande Lebowski” per via della tranquillità nel fare solo quello che gli andava di fare e come i drughi dell’arancia meccanica perché era pericoloso quando gli arrivavano dei momenti di gioco e gli saltava addosso senza rendersi conto del peso.
Aspettò una decina di giorni prima di dichiararlo come suo e, stranamente per lui, ne fu felice; l’idea di ritirarsi a casa e trovare qualcuno a cui pensare, lo faceva stare meglio. Poca cosa, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.
CAPITOLOVII
Il treno partì in orario e lasciò Mario solo in quella stazione sotto un cielo grigio con le nuvole gonfie d’acqua che di li a poco minacciavano di restituire al suolo.
Senza fretta si diresse all’uscita senza la minima idea di cosa fare. D’accordo che voleva ricominciare, ma da dove iniziare? Non aveva nessuno schema di quello che doveva essere il suo nuovo percorso. Guardò un vagabondo seduto sul marciapiedi appena fuori la stazione con un cane peloso a cui aveva messo una sciarpa. Gli lasciò una manciata di monetine e sorrise quando questi gli rispose con un “Crazie tanti!” che lasciava capire chiaramente che non era italiano. Pensò che chissà, forse una volta finiti i soldi che aveva da parte, avrebbe fatto anche lui quella fine. Ma si disse che a trentacinque anni non avrebbe fatto molta strada nel popolo dei barboni, a parte che fisicamente non si sentiva da tempo granché in forma.
Salì in auto e si diresse verso la città vecchia e parcheggiò vicino piazza Fontana per acquistare del pesce da un venditore che come banco aveva delle cassette di polistirolo piene di pesce. Gli odori che sprigionava quel luogo erano nuovi a Mario, tuttavia li inalava a pieni polmoni attribuendo loro poteri rigeneranti di cui aveva vitale bisogno. I pescatori che con gli attrezzi attraversavano la strada che separava i loro depositi dalla banchina avevano l’aspetto sano nonostante il mare avesse scavato i loro volti colpiti più volte da sole, vento e fatica.
Si prende e si dà!
Si disse mentre ripensava a quanto asseriva quel pescatore con cui lui e Pino avevano parlato due giorni prima durante il loro vagabondare, a suo dire, da quando andava per mare (cioè da piccolo) non aveva mai contratto una seppur innocua influenza o raffreddore.
Chissà, forse il se facessi il pescatore,ritroverei la mia strada... pensò mentre il pescivendolo gli imbustava il pesce,
Ma era troppo pigro per cominciare un mestiere al quale non poteva appartenere, meglio lasciarlo al popolo del mare.
Io posso osservarlo, trarne i benefici, l’ispirazione... ma il mare è di chi nel mare non si sente estraneo.
Un timido sole che preannunciava la primavera, bagnava l’auto di un piacevole calore. Mario percorreva il traffico del lungomare godendo dello spettacolo che alla sua destra veniva donato agli sguardi di tutti. Chi in una canzone popolare definiva Taranto come una perla in mezzo al mare non esagerava affatto. I suoi monti, le sue distese di alberi non gli avevano mai regalato tali emozioni, forse perché non si apprezza mai ciò che si ha, o più semplicemente perché lui non era mai stato parte di quel luogo. Questo cominciò a realizzare mentre sul ciglio della strada, quando era quasi arrivato alla villa notò un grosso cane che barcollando per poco non gli finì sotto le ruote. Guardò incuriosito dallo specchietto retrovisore appena in tempo per vederlo abbattersi al suolo. Inchiodò l’auto e a retromarcia raggiunse l’animale...
...I giorni passarono lenti per Mario e anche se quel periodo con Pino lo avrebbe ricordato a lungo come uno dei migliori, dopo la separazione da Monica, non riuscì a trattenersi dal pensare a quello che avrebbe fatto quando l’amico sarebbe partito. Passarono le giornate a girare le belle zone di quella che fu la capitale della Magna Grecia dell’entroterra tarantino; la Taranto vecchia attraverso vicoli stretti, postierle e muri pregni di salsedine che parlano dei numerosi popoli che avevano dominato quello splendido affaccio sul mare, la valle d’Itria con i suoi trulli e mare, tanto mare da smarrirci dentro. La sera , poi si recavano immancabilmente da Luca, passavano qualche ora e poi si ritiravano alla villa. Di solito il tragitto lo facevano in silenzio, la stanchezza per la giornate trascorsa e la voglia di stendersi prevaricava ogni accenno alla conversazione.
Fino a quando l’ultima sera prima di partire, Pino come se parlasse a se stesso, rivelò quello che Mario non avrebbe mai immaginato di sentire dalla bocca di lui.
“Credo che chiuderò il locale”Come come?
”Non ce la faccio più a sostenere le spese.”
”Ma come... pensavo che ci fosse movimento.”
”Come no, ma sai anche che organizzo concerti e eventi. Questa estate sono andato sotto di un bel po’ di soldi, lo sai, ho cercato di attirare gente con concerti e serate particolari... un vero fiasco. La gente non ha risposto e io... mi sono rotto le scatole di combattere!”
E lanciò un sorriso a Mario, il quale non ebbe difficoltà a intravederci un velo di tristezza mista a sconfitta di chi non ha più armi da usare.
Lo stesso di quando, dopo essersi lasciato con Monica, guardandosi allo specchio riconosceva a se stesso di non poter fare più nulla. Tutto era andato al diavolo per...
“Mi spiace Pino, non so come...”
“Ehi! Sto bene, ok? Ho combattuto e ho perso. Del resto, un lavoro l’ho già trovato.”
“Tu un lavoro? Ma non farmi ridere!”
“lo so, ma devo pur pensare al futuro... lavoro da sempre e vuoi perché sono pochi, vuoi perché ho le mani bucate, non ho molti soldini da parte...e non sono neanche tanto giovane per non pensare al futuro!”
Certo, immaginare Pino in capannone a tagliare angolari, assemblare verande e infissi era difficile. Tuttavia per la prima volta pensò che anche lui era rimasto senza lavoro, ma rimosse il problema in favore dell’amico.
“Pino, se ti dovesse servire una mano per...” “Risolvi prima i tuoi problemi ok? E poi, lo sai come sono no? Tendo ad esagerare...”
“E a minimizzare. Comunque sai che se dovessi aver bisogno io sono qui”
“Vabbè. Ma ora non vedo l’ora di mettermi a letto. Domattina parto presto e tu mi devi accompagnare alla stazione.”
CAPITOLO VII
Mario e Pino si congedarono Luca e Roberta non appena cominciarono ad arrivare locale quelli che sembravano dei frequentatori abituali del locale. Si dirigevano verso la litoranea quando la mente di Mario cominciò a vagare fra ricordi, rimpianti e paure. Tutto ad un tratto la voglia di tornare indietro divenne insopportabile. Represse quell’istinto per vergogna verso il suo amico che fischiettava alla guida dell’auto.
Il mare sulla destra segnava il suo tempo infrangendo le sue onde sulle spiagge e sulle scogliere che si presentavano allo sguardo di Mario. L’oscurità dava giustizia alla luna piena che si rifletteva nell’acqua tracciando una scia luminosa, quasi una strada da percorrere per raggiungere qualcosa di sublime, di inafferrabile. Chissà da dove attinse l’idea di esprimere un desiderio, probabilmente da tempo non aveva fatto altro nel buio della sua stanza da letto (che un tempo era stata loro) ma lì, di fronte a tutta quell’acqua, di fronte a quella luna che mai avrebbe replicato quel momento unico, sentì con tutto il cuore la possibilità di chiedere qualcosa senza per questo sentirsi colpevole, non solo ci credeva, cominciò a credere che chissà, qualche probabilità di essere esaudito ci poteva stare. Finalmente arrivarono in una villa che si trovava all’interno di una delle stradine che conduceva all’interno.
”Qui è più tranquillo” rassicurò Pino
”Le ville che danno sulla strada non hanno intimità in quanto chiunque passando guarda all’interno. Qui l’estate scorsa ho persino preso il sole integrale.”
”E ci credo che non ti guardano! Chi vorrebbe mai spiare un folle dal fisico sgangherato che si mette nudo a prendere il sole?”.
”Bada come parli, il tempo sta passando anche per te, e comunque, ancora non sono da buttare via!”
La villa dava su un terreno recintato e effettivamente, se lo stesso Mario non l’avesse appena osservato, non avrebbe mai pensato che si trovasse a trecento metri dal mare. Pino aveva ancora una volta ragione.
L’interno era stato pulito; qualche giorno prima Pino aveva chiesto a Luca di incaricare qualcuno che le desse una sistemata. Non era grande, la cucina aveva la l’angolo cottura al riparo dietro un muretto, da una porta sul fondo invece c’erano due stanze e il bagno. quell'alloggio era l’ideale per uno che come Mario non aveva nessuna voglia di affezionarsi alle cose. Entrarono i bagagli e decisero di sistemarsi in un'unica stanza che aveva due letti. Avrebbero diviso la stanza come due ragazzini in gita e entrambi trovarono la cosa naturale.
Erano le da poco passate le dieci di sera quando dopo aver cenato a base di panini rimasti dal viaggio, si ritrovarono a chiacchierare stesi nei loro letti.
Gli anni passano, probabilmente né Pino né Mario avrebbero più saltato l’astina del salto in alto come un tempo, le sensazioni però non invecchiano e fra loro non importava se e quanto i loro muscoli rispondessero come un tempo. In quel momento, loro erano gli stessi di trent’anni prima, gli stessi ragazzi col bisogno di parlare a letto finché il sonno non li avrebbe sopraffatti.
Accese la stufa per scaldare la stanza da letto e andò in bagno sbadigliando. La giornata era stata faticosa, ma doveva cominciare a pensare a quello che avrebbe dovuto fare della sua vita. Con Luca aveva affrontato l’argomento, lui conosceva diverse persone che lavoravano il emittenti radiofoniche, televisioni private o studi pubblicitari. A Taranto era difficile che chi si occupasse di qualsiasi forma d’arte non conoscesse l’aquilone, Luca si era offerto di presentarglieli per parlare di lavoro, ma al momento Mario non riusciva a pensare di rimettersi davanti ad un microfono e riprendere a lavorare.
Aspettiamo ancora un pò, E poi, non so mica se mi fermerò qui abbastanza a lungo per doverci lavorare. Ora ho anche un cane che attira gli sguardi, potrei fare il vagabondo come quello alla stazione e chiedere dignitosamente l’elemosina...
No.
Era troppo pigro per questo genere di vita.
Lasciamo fare i barboni a chi lo sa fare!
E si mise a letto dopo aver spento la stufa. Fra le riviste acquistate da Pino l’estate prima e qualche libro edizione tascabile, c’era qualche Almanacco di Topolino, era tanto che non leggeva un fumetto. Un tempo era stato un divoratore di fumetti, poi i libri avevano preso tutto il tempo dedicato alla lettura. Prese il giornalino e si infilò nel letto, accese la lampada che era sul comodino ma la spense subito per lasciare spazio ai suoi pensieri. Ripensò alla sua esibizione da Luca, sorrise lasciando che il sonno lo avvolgesse con le sue morbide braccia e in quel momento VIDE Monica. La vide distintamente e in tutti i particolari del viso, la sua fronte... tutto come se gli fosse di fronte. Ebbe voglia di allungare la mano per accarezzarle i capelli, ma la ragione oltre che la paura di far svanire quel momento, gli fece reprimere quell’impulso. Lei lo guardava e lui si sentiva bagnato da quel suo sguardo, lo stava vivendo ed era bellissimo. Una lacrima scorse lentamente sulla guancia di Mario, una lacrima che gli fece chiudere gli occhi, un attimo, quando li riaprì lei era lì ma quello sguardo era diventato quello di disprezzo, lo stesso disprezzo che la sua donna aveva quando andò via da casa e che ora pesava più di un macigno sulla sua coscienza. L’aveva tradita , non si era nemmeno sforzato di negarlo, l’aveva fatto perché voleva sentirsi ancora desiderato, quell’avventura avrebbe soddisfatto il suo ego, la sua voglia di piacere, ma fu lui per primo a non riuscire a tacere quella verità; le confessò tutto, l’approccio nato come un gioco, il suo compiacimento quando quella ragazza cominciava a cedere alla sua corte, il suo sentirsi un verme quando fecero l’amore, il bisogno irrefrenabile di raccontarle tutto anche a costo di perderla.
In tanti gli dissero che era stato uno sciocco, che quell’episodio doveva rimanere sepolto, nascosto per sempre; lei non doveva saperlo e lui... già, lui come si sarebbe comportato? Se mai l’avesse fatta franca, ci avrebbe riprovato? Non erano pochi i colleghi e amici che tradivano impunemente mogli o fidanzate passando da una storia all’altra. Una specie di droga da cui lui non voleva dipendere. Doveva dirglielo, anche a costo di perderla. E anche ora, su quel letto, con le lacrime che gli bruciavano gli occhi e il cuore caldo per un ricordo così reale, non lo rimpianse. Nascose il viso sotto il braccio e gridò il suo nome, ma lo sentì solo Drugo lì fuori.
Monica spense la cicca.
...Il formicolio che avvertì lungo la schiena non appena Luca iniziò con la sua chitarra a scandire le prime note di Marriage Madness, non spaventò Mario che scoprì di voler cantare quella canzone. Chissà, forse la stanchezza, la voglia di ricordare gli occhi che aveva Monica quando lo ascoltava, la voglia di evocarla in modo chiaro nei suoi pensieri, la consapevolezza di volerla ancora e ancora e ancora...
Chiuse gli occhi poggiandosi a quel blues e modulando la sua voce per la prima volta da che si erano lasciati. La gente lo ascoltò in silenzio, quasi avesse avvertito e rispettato quel suo momento. Lasciò scorrere la sua voce nella direzione di un cuore di chi forse non l’avrebbe ascoltata, ma lo avrebbe avvertita... e Dio solo sa che io sia maledettamente romantico se dico che in quel momento Monica davanti al suo computer avvertì una stretta al petto e lottò duramente con se stessa per non andare da Pino e chiedergli dove ora fosse il suo uomo.
Solo una piccola pausa intercorse tra la canzone e l’applauso del pubblico che pareva essersi scrollata di dosso quella ventata di sensazioni. A volte le canzoni fanno strani effetti, lasciano passare messaggi inconsci, gli stessi che diedero l’urgenza a Roberta di abbracciare il suo uomo che la ripagò con un bacio.
quando Mario lasciò L’aquilone la città taceva, l’auto parcheggiata in divieto di sosta davanti al locale lo fece sorridere. Mise in moto e non accese lo stereo.
La musica di Marriage Madness suonava ancora nelle sue orecchie.
Dopo aver corretto l’ultima pagina della ricerca a cui si stava dedicando, Monica decise di andare a letto. Fece per alzarsi ma si lasciò cadere sulla sedia concedendosi un'ultima sigaretta.
Chissà se Mario non fuma ancora... Si chiese, poi, come guidata da un impulso mise sù il cd su cui aveva fatto incidere le canzoni che Mario aveva su musicassetta. Pensare che voleva fargli una sorpresa...
lo mise nel lettore, mise la cuffia e riascoltò la sua voce dopo due anni. Ripensò a lui che la faceva sentire a casa, a lui che col suo abbraccio la faceva sentire al riparo da tutto, a lui che non capiva quando il gioco doveva finire e si difendeva dicendo che era lei ad essere permalosa, a lui che non era riuscito a sostituire, al profumo della sua pelle che la faceva infiammare, alla sua voce, alla sua ironia, A lui che ancora non era ancora riuscita a cancellare.
-CAPITOLO IX-
“Drugo seduto!... seduto...SEDUTO! ma vaff...!”
Mario non pretendeva di essere un padrone per Drugo, dovevano essere due compagni di viaggio che si confrontano alla pari, l’idea però che il cane potesse giocare con gli altri come giocava con lui lo spaventava. I suoi sessantacinque chilogrammi sarebbero stati mal sopportati da chiunque avesse avuto sulle spalle le zampe di quel grosso cane giocherellone. Alla sera era distrutto dalle passeggiate che erano delle vere e proprie marce forzate visto che non imponeva il suo passo per timore di tirare troppo il guinzaglio e fargli male. Il veterinario, dal quale passò per fargli fare altre due flebo ricostituenti, gli consigliò di imporsi su Drugo per mitigare il suo carattere strafottente e esuberante, per risposta però ricavò che Mario sostituì il collare a soffocamento con uno meno offensivo che aveva il gancio suo dorso e non sul collo del cane.
Dobbiamo abituarci l’uno all’altro. Prima o poi andremo ad un passo che non sarà né il mio né il suo. Basta trovare l’accordo.
Intanto andava dietro quel colosso che di tanto in tanto lo faceva rotolare nella terra e lo leccava dappertutto. Una volta gli capitò che al telefono lo chiamasse Pino proprio non momento in cui Drugo gli manifestava le sue coccole. A stento riuscì a rispondere qualcosa di senso compiuto all’amico che sentendolo affannato gli chiese con chi fosse. Lui rispose che era solo con un cane ma Pino capì come un cane e intuendo un momento di crisi cambiò presto discorso. Vide tanto mare. Le spiagge deserte della litoranea tarantina furono esplorate da quella strana coppia ogni giorno fino al primo pomeriggio, poi, tornati alla villa, gli toglieva tutta la sabbia che rimaneva incastrata fra i peli, con una spazzolata energica come tanto piaceva a Drugo. E poi dopo una cena veloce andava da Luca che aveva imparato a conoscere.
quel locale si popolava verso le undici di sera e chiudeva alle tre nei giorni normali e il sabato fino a colazione. Lì Mario passava le sue serate chiacchierando con chiunque avesse voglia di parlare. Il locale di Luca era davvero simile a quello di Pino, un ritrovo di gente giusta che si ritrova la sera e parla di qualunque cosa senza timore di essere frainteso o giudicato. All’aquilone (così si chiamava il club) erano tutti in un’isola felice, e quella sera c’era anche musica dal vivo con la band di Luca.
La bravura di Luca alla chitarra sorprese Mario che ammirò la maestria che aveva nel personalizzare i brani. Aveva ragione Pino quando diceva che era grande. Brani di blues, funky e jazz venivano conditi dalla sua chitarra in un modo raffinato e graffiante allo stesso tempo. Roberta cantava ed era anche brava, un ottimo mix di voce e suono. Stava godendo di quella bella musica sorseggiando la sua birra quando fu chiamato a cantare. Non aveva rivelato a nessuno i suoi trascorsi canori e si stupì fino a che non gli fu chiaro che Pino aveva colpito ancora. Doveva aver avvisato Luca in qualche discorso a base etilica. Tutti quelli che ormai se non di persona, almeno di vista lo conoscevano, cominciarono a reclamarlo e imbarazzato salì sul soppalco.
“Che canti?” Gli chiese svelta Roberta. Neanche il tempo di rispondere per Mario che fece in tempo a proporre il titolo di un vecchio brano di John Mayall. Che in quel momento pareva idoneo alla serata.
...Il bar era deserto e i due si accomodarono a un tavolino dopo aver ordinato i caffé ad una cassiera che non risparmiò a Pino un’occhiata interessata che non sfuggì a Monica.
“Non hai perso il tuo fascino, complimenti!”
“Mi difendo.” Rispose Pino mal celando un sorriso di compiacimento per il complimento ricevuto. Non aveva mentito quando aveva detto che Monica era uno splendore. Lo aveva sempre pensato ma ora era come se quelle ferite ricevute da Mario l’avessero forgiata di nuova bellezza.
Se solo Mario fosse qui, morirebbe d’infarto. Si disse, ma fu subito incalzato da Monica.
“Come và la vita al pub?”
“Al solito”, mentì Pino pensando che probabilmente avrebbe chiuso da lì a tre mesi
“Mi tengo a galla. Il fatto è che a trentotto anni, forse dovrei mettere la testa a posto e provare ad avere una vita più tranquilla.”
“Tipo?”
“Non so, forse un lavoro più, come dire... regolare!”
“Ti ascolto”
Monica posò il viso sulle mani tenendo i gomiti sul tavolo e guardando negli occhi Pino il quale ricordò le serate spensierate in cui lei e Mario chiudevano assieme a lui e la compagna del momento il locale dopo aver bevuto il bicchiere della staffa. Belle serate in cui si respirava odore di amicizia e voglia di vivere.
Eravamo tutti diversi, allora...
“Magari un’altra volta, adesso parlami ancora di te. Te l’ho detto, mi sembri rinata”
”Non si rinasce, Pino, si continua. Si và avanti e io ci sto provando. Non è stata facile e non lo è ancora, ma si continua. Non si rinasce una volta morti perché qualcuno ti ha ucciso”
“Lui non sta meglio di te, lo sai.”
No, non lo sapeva. Non aveva mai più saputo né voluto sapere nulla di lui. Forse per paura di venire a sapere qualcun’altra verità a lei celata sul suo conto.
“Di lui ormai...”
“E’ partito, lo sapevi?”
“No e non mi interessa.”
“Ok. Hai ragione. Comunque soffre anche lui.”
“Scusami Pino, ma non ti ho mai considerato il suo ruffiano e non vorrei cominciare a pensarlo adesso.”
Pino alzò le mani in segno di resa rendendo evidente il rammarico alle allusioni di Monica.
“Scusa tu, non volevo portare messaggi a nessuno, tanto meno a te.”
“Non ci pensare, è colpa mia. Sono ancora vulnerabile.”
”Capisco.”
“Non credo. Da quando ti conosco non ti ho mai visto insieme ad una donna per la quale provavi più di una attrazione fisica.”
“Cos’è, adesso te la prendi anche con me?”
“No. Almeno tu sei stato sempre coerente e onesto con te stesso e con le ragazze con cui dividevi il momento. Lo so. Ma non credo tu possa sapere cosa vuol dire soffrire per amore.”
Visti i risultati è un bene no?”
“Credo che abbia ragione tu. Lo riconosco!” E risero di gusto finendo il caffé che intanto era gelato.
Si salutarono baciandosi sulle guance e con l’impegno di rivedersi al pub.
“Magari se non c’è posto mi aiuti a spillare birre ai clienti. Se non ricordo male eri bravina.”
“Bravina? Ero la migliore fra i tre...”
“Già. Mario era una frana... ma perché non provate a...”
“Dovevi proprio dirlo eh?”
“Si. Ora mi sento meglio. Non sono un ruffiano, ma mi sono sempre sentito vostro amico.”