MIMMO FORNARO RACCONTA...

...Lesse tuttavia sul viso di Luca una sottile vena di malinconia che solo chi ha fatto i conti con se stesso possiede.
Mario non lo sapeva prima d’ora di saperla scorgere e forse era così, solo se ci passi puoi distinguerla. Tornò a pensare a ciò che avrebbe fatto a Taranto, se avesse fatto bene a seguire il suo istinto di fuggire via... troppe domande però non fanno bene a chi cerca risposte. Accese un’altra sigaretta e finì la sua birra mentre alla porta già bussava qualcuno. Luca andò ad aprire e apparve una ragazza con due buste della spesa in mano. Era Roberta, la ragazza di Luca che con un abbraccio salutò Pino e con un largo sorriso salutò accolse il nuovo ospite. Si lasciò cadere sulla panca, affianco a Luca che parve completarsi in quel contatto, le loro mani erano strette con la naturalezza che scaturisce da un sentimento forte; diverso dalla routine di un rapporto ormai scontato. Mario si scoprì ad invidioso il loro amore, vide distintamente quello che aveva perso e amaramente riconobbe a se stesso che quella sua fuga non sarebbe bastata da sola a abbandonare l’idea di lei.
Monica era a casa dai suoi.
Il suo lavoro di assistente all’università l’aveva sempre assorbita tanto, ora però tutto sembrava moltiplicarsi: gli impegni lavorativi, le responsabilità di un padre e di una madre che ormai davano segni di quell’egoismo tipico degli anziani che hanno i figli accanto. Monica adorava i suoi genitori e il fatto di non avere più un uomo su cui riversare il suo amore, rendeva tutto più facile.
Lavorava al computer quando dalla porta della sua camera si affacciò la testa di Carlo.
“Disturbo?”
“Entra, capiti a proposito, mi si è bloccato internet e devo inviare un miliardo di mail!”
Carlo sorrise, era sempre felice di aiutare Monica.
“Fammi dare un occhiata su!” E si mise a smanettare sulla tastiera.
Grazie per essere venuto, sei un angelo..”
Se solo Monica avesse saputo quanto le sue parole avessero dato a Carlo la speranza
che magari in un futuro loro due...
Ma Monica queste cose non le vedeva. Quando si mise insieme a Mario, era lui a notare atteggiamenti equivoci da parte dei maschietti che le circuitavano attorno all’università. Lei col fare testardo lo derideva, dopo poco, però era costretta a riconoscere di aver torto. Per lei, Carlo era solo un amico, un caro amico che le era rimasto accanto dopo che il mondo le era caduto addosso.
E pensare che fu proprio Mario a presentarglielo, lo stesso che si rese conto che anche da parte di Carlo non c’era solo amicizia. Lei lo avrebbe negato anche adesso. Chissà, forse perché le sue non erano manifestazioni di gelosia; erano fredde e semplici constatazioni di fatto. Ecco, forse questo era stato il suo problema, le sarebbe piaciuta un po’ di sana gelosia. Ma col senno di poi... e comunque non era stata la sua buona fede a rovinare tutto. Né Carlo né altri. La colpa era stata di Mario.
“Ma come hai fatto a disconnettere in router!”
“Carlo, dimentichi che io e il computer non ci conosciamo per niente!”
“Lo so, lo so... ma almeno non lo malmenare!”
Risero di gusto.
quando si alzò dalla sedia, Carlo si accinse a cedere il posto a Monica che con una riverenza accettò di sedersi.
“di uscire non se ne parla, vero?”
“dai Carlo, lo vedi come sto messa no?”
“Ma è sabato!” Protestò. “Non puoi seppellirti in casa, sono tre settimane che non esci se non a lavorare!”
“Ho tanto da fare, Carlo, ma se ti và, esci pure con gli altri amici, io sto ok, davvero”
“Ma và, vado a vedere se tua madre mi fa un caffé e torno. Lo vuoi anche tu?”
“No, grazie, ma credo di averne già presi troppi per oggi. Magari più tardi ordiniamo due pizze, ti va?”
“Ok, vada per la pizza.” E andò in cucina sorridendo. Lei invece si rituffò nella ricerca che aveva solo momentaneamente trascurato. Erano stati duri per lei questi due anni, e gli altri sarebbero stati altrettanto duri a suo pensare. Lei era fatta così, niente toni di grigi nel suo mondo; tutto o bianco o nero, o tutto o niente. Anche in amore. Aveva amato Mario alla follia... e, anche se non lo aveva detto a nessuno, lo amava ancora come allora. Con Carlo non aveva segreti, era stato lui a consolarla quando si lasciarono, sapeva tutto, ma Monica non avrebbe avuto il coraggio di confessare il suo amore immutato per Mario. Bisognava essere cretini per riconoscere di amare quando hai ricevuto calci dall’amore da farti lacrimare gli occhi. Meglio fingere di star bene da sola, dire che non si ha tempo per innamorarsi, che al momento non ci pensi proprio e nascondere l’incapacità di abbracciare e baciare altri che non sono il suo ex e stronzo uomo.
Si, meglio fingere, fingono tutti, tanto!
CAPITOLO VI
L’impatto che Taranto ebbe su Mario non fu dei migliori.
il siderurgico con le sue ciminiere, la fiamma della raffineria dava a quel tramonto un aspetto spettrale; il fumo che denso saliva al cielo pareva uscire da un enorme sigaretta posta in bocca ad una città che probabilmente non avrebbe mai voluto fumare.
”Non ci fare caso” minimizzò Pino come se gli avesse letto nel pensiero “questo è l’unico neo... beh, quasi l’unico, ma nessuno è perfetto, no?”
Superarono l’area industriale e finalmente videro il mare che lambiva il borgo antico, quando poi superarono il ponte girevole l’idea dei due mari che si incontrarono in quello stretto canale navigabile fu evidente. Il ponte separava il borgo antico da quello nuovo e il mare accompagnò l’auto (alla cui guida ora era Pino) fino a che non svoltò verso l’interno alla volta di un posto che Mario a detta dell’amico doveva assolutamente vedere. Parcheggiarono di fronte un portone di legno di un palazzo che sembrava abbastanza antico, dove un divieto di sosta troneggiava sul suo palo. Pino uscì dall’abitacolo non curandosi dell’amico che gli faceva notare che una multa da pagare non sarebbe stato un buon preludio di vita in quel posto. Solo dopo aver bussato a quel portone (visto che non c’era campanello), Pino rassicurò Mario. Lì di fronte nessun vigile avrebbe attaccato una multa sul parabrezza senza prima aver chiesto a Luca se era di qualche amico o cliente del suo club. Luca ripresentò a loro con una vistosa camicia che ricordava i carabi; i capelli lunghi e neri raccolti in un codino mettevano in risalto un orecchino che terminavano con una piuma, frutto di una notte trascorsa a suonare con un marinaio americano sbarcato a Taranto dalla sua nave da guerra con la sua tromba e con la voglia di farla vibrare. Mario non ebbe problemi ad inserirsi nei discorsi fra i due musicisti, come non ne aveva mai avuti con chiunque avesse voglia di fare buona musica. Pino aveva incontrato Luca a Bologna dove lui di giorno lavorava occasionalmente e di notte si esibiva con la chitarra nei locali dove si suona jazz.
A differenza di Pino, Luca era di poche parole ma a quanto pare si intendevano alla perfezione e quando questi seppe che Luca era tornato alla sua Taranto (come la definiva lui) per aprire quel piccolo locale dove era possibile sorseggiare una buona birra e godere di buona musica (proprio come il suo), non ci pensò due volte per andarlo a trovare. Da allora l’estate la trascorreva lì, a Taranto dove oltre a Luca c’era il mare. Tanto mare da spingerlo a portarci Mario che ora, rilassato ascoltava i due chitarristi assaporando un birra alla spina.
Il locale non era molto grande ma accogliente, gli strumenti ora posti su un soppalco dove i musicisti si esibivano nelle serate –concerto, giacevano muti nelle loro custodie dando a quel posto quel tanto di vissuto da far sentire chiunque a proprio agio. Pino aveva ragione, questo locale sarebbe stato utile nelle sere “difficili da passare”.

...Lesse tuttavia sul viso di Luca una sottile vena di malinconia che solo chi ha fatto i conti con se stesso possiede.
Mario non lo sapeva prima d’ora di saperla scorgere e forse era così, solo se ci passi puoi distinguerla. Tornò a pensare a ciò che avrebbe fatto a Taranto, se avesse fatto bene a seguire il suo istinto di fuggire via... troppe domande però non fanno bene a chi cerca risposte. Accese un’altra sigaretta e finì la sua birra mentre alla porta già bussava qualcuno. Luca andò ad aprire e apparve una ragazza con due buste della spesa in mano. Era Roberta, la ragazza di Luca che con un abbraccio salutò Pino e con un largo sorriso salutò accolse il nuovo ospite. Si lasciò cadere sulla panca, affianco a Luca che parve completarsi in quel contatto, le loro mani erano strette con la naturalezza che scaturisce da un sentimento forte; diverso dalla routine di un rapporto ormai scontato. Mario si scoprì ad invidioso il loro amore, vide distintamente quello che aveva perso e amaramente riconobbe a se stesso che quella sua fuga non sarebbe bastata da sola a abbandonare l’idea di lei.
Monica era a casa dai suoi.
Il suo lavoro di assistente all’università l’aveva sempre assorbita tanto, ora però tutto sembrava moltiplicarsi: gli impegni lavorativi, le responsabilità di un padre e di una madre che ormai davano segni di quell’egoismo tipico degli anziani che hanno i figli accanto. Monica adorava i suoi genitori e il fatto di non avere più un uomo su cui riversare il suo amore, rendeva tutto più facile.
Lavorava al computer quando dalla porta della sua camera si affacciò la testa di Carlo.
“Disturbo?”
“Entra, capiti a proposito, mi si è bloccato internet e devo inviare un miliardo di mail!”
Carlo sorrise, era sempre felice di aiutare Monica.
“Fammi dare un occhiata su!” E si mise a smanettare sulla tastiera.
Grazie per essere venuto, sei un angelo..”
Se solo Monica avesse saputo quanto le sue parole avessero dato a Carlo la speranza
che magari in un futuro loro due...
Ma Monica queste cose non le vedeva. Quando si mise insieme a Mario, era lui a notare atteggiamenti equivoci da parte dei maschietti che le circuitavano attorno all’università. Lei col fare testardo lo derideva, dopo poco, però era costretta a riconoscere di aver torto. Per lei, Carlo era solo un amico, un caro amico che le era rimasto accanto dopo che il mondo le era caduto addosso.
E pensare che fu proprio Mario a presentarglielo, lo stesso che si rese conto che anche da parte di Carlo non c’era solo amicizia. Lei lo avrebbe negato anche adesso. Chissà, forse perché le sue non erano manifestazioni di gelosia; erano fredde e semplici constatazioni di fatto. Ecco, forse questo era stato il suo problema, le sarebbe piaciuta un po’ di sana gelosia. Ma col senno di poi... e comunque non era stata la sua buona fede a rovinare tutto. Né Carlo né altri. La colpa era stata di Mario.
“Ma come hai fatto a disconnettere in router!”
“Carlo, dimentichi che io e il computer non ci conosciamo per niente!”
“Lo so, lo so... ma almeno non lo malmenare!”
Risero di gusto.
quando si alzò dalla sedia, Carlo si accinse a cedere il posto a Monica che con una riverenza accettò di sedersi.
“di uscire non se ne parla, vero?”
“dai Carlo, lo vedi come sto messa no?”
“Ma è sabato!” Protestò. “Non puoi seppellirti in casa, sono tre settimane che non esci se non a lavorare!”
“Ho tanto da fare, Carlo, ma se ti và, esci pure con gli altri amici, io sto ok, davvero”
“Ma và, vado a vedere se tua madre mi fa un caffé e torno. Lo vuoi anche tu?”
“No, grazie, ma credo di averne già presi troppi per oggi. Magari più tardi ordiniamo due pizze, ti va?”
“Ok, vada per la pizza.” E andò in cucina sorridendo. Lei invece si rituffò nella ricerca che aveva solo momentaneamente trascurato. Erano stati duri per lei questi due anni, e gli altri sarebbero stati altrettanto duri a suo pensare. Lei era fatta così, niente toni di grigi nel suo mondo; tutto o bianco o nero, o tutto o niente. Anche in amore. Aveva amato Mario alla follia... e, anche se non lo aveva detto a nessuno, lo amava ancora come allora. Con Carlo non aveva segreti, era stato lui a consolarla quando si lasciarono, sapeva tutto, ma Monica non avrebbe avuto il coraggio di confessare il suo amore immutato per Mario. Bisognava essere cretini per riconoscere di amare quando hai ricevuto calci dall’amore da farti lacrimare gli occhi. Meglio fingere di star bene da sola, dire che non si ha tempo per innamorarsi, che al momento non ci pensi proprio e nascondere l’incapacità di abbracciare e baciare altri che non sono il suo ex e stronzo uomo.
Si, meglio fingere, fingono tutti, tanto!
CAPITOLO VI
L’impatto che Taranto ebbe su Mario non fu dei migliori.
il siderurgico con le sue ciminiere, la fiamma della raffineria dava a quel tramonto un aspetto spettrale; il fumo che denso saliva al cielo pareva uscire da un enorme sigaretta posta in bocca ad una città che probabilmente non avrebbe mai voluto fumare.
”Non ci fare caso” minimizzò Pino come se gli avesse letto nel pensiero “questo è l’unico neo... beh, quasi l’unico, ma nessuno è perfetto, no?”
Superarono l’area industriale e finalmente videro il mare che lambiva il borgo antico, quando poi superarono il ponte girevole l’idea dei due mari che si incontrarono in quello stretto canale navigabile fu evidente. Il ponte separava il borgo antico da quello nuovo e il mare accompagnò l’auto (alla cui guida ora era Pino) fino a che non svoltò verso l’interno alla volta di un posto che Mario a detta dell’amico doveva assolutamente vedere. Parcheggiarono di fronte un portone di legno di un palazzo che sembrava abbastanza antico, dove un divieto di sosta troneggiava sul suo palo. Pino uscì dall’abitacolo non curandosi dell’amico che gli faceva notare che una multa da pagare non sarebbe stato un buon preludio di vita in quel posto. Solo dopo aver bussato a quel portone (visto che non c’era campanello), Pino rassicurò Mario. Lì di fronte nessun vigile avrebbe attaccato una multa sul parabrezza senza prima aver chiesto a Luca se era di qualche amico o cliente del suo club. Luca ripresentò a loro con una vistosa camicia che ricordava i carabi; i capelli lunghi e neri raccolti in un codino mettevano in risalto un orecchino che terminavano con una piuma, frutto di una notte trascorsa a suonare con un marinaio americano sbarcato a Taranto dalla sua nave da guerra con la sua tromba e con la voglia di farla vibrare. Mario non ebbe problemi ad inserirsi nei discorsi fra i due musicisti, come non ne aveva mai avuti con chiunque avesse voglia di fare buona musica. Pino aveva incontrato Luca a Bologna dove lui di giorno lavorava occasionalmente e di notte si esibiva con la chitarra nei locali dove si suona jazz.
A differenza di Pino, Luca era di poche parole ma a quanto pare si intendevano alla perfezione e quando questi seppe che Luca era tornato alla sua Taranto (come la definiva lui) per aprire quel piccolo locale dove era possibile sorseggiare una buona birra e godere di buona musica (proprio come il suo), non ci pensò due volte per andarlo a trovare. Da allora l’estate la trascorreva lì, a Taranto dove oltre a Luca c’era il mare. Tanto mare da spingerlo a portarci Mario che ora, rilassato ascoltava i due chitarristi assaporando un birra alla spina.
Il locale non era molto grande ma accogliente, gli strumenti ora posti su un soppalco dove i musicisti si esibivano nelle serate –concerto, giacevano muti nelle loro custodie dando a quel posto quel tanto di vissuto da far sentire chiunque a proprio agio. Pino aveva ragione, questo locale sarebbe stato utile nelle sere “difficili da passare”.