MIMMO FORNARO RACCONTA...
“Non lo so, ma ci voglio provare.”
...E aprirono due lattine di birra per festeggiare l'evento che per quanto epico e romantico potesse sembrare, risultava sconosciuto ai due . Che cosa avrebbe fatto Mario a Taranto? Come avrebbe vissuto e soprattutto, come avrebbe fatto senza nessun amico una volta che sarebbe rimasto solo?queste domande si poneva Pino mentre guardava la strada sorseggiando la birra ancora fresca del frigo portatile che aveva portato.
Meglio così, Si disse, ma il pensiero che da lì a poco sarebbe stato separato dal suo amico, gli dava sofferenza. Mario rappresentava per lui un punto fermo e anche se passavano periodi anche lunghi senza vedersi, sapeva dov’era e sapeva che sarebbe bastata una telefonata, una battuta tipo: Ci si dimentica degli amici? Oppure Non siamo più niente... per vederselo piombare al club la sera stessa.
Punti fermi che sgretolano la solidità di una apparente granitica sicurezza nel momento in cui saltano.
Fu proprio quell’attimo che fece correre sulla schiena di Pino un brivido di incertezze. È come se una casa che con fatica hai costruito per difenderti dalle intemperie della notte e ultimata prima che cali il buio crolli dopo aver chiuso la porta, lasciandoti con l’incertezza su cosa fare per aspettare le prime luci dell’alba.
Pino si chiese se anche lui non avesse gli stessi problemi dell’amico. Certo, lui si era guadagnato tutto da se e non era stato semplice convincere i suoi genitori all’idea di un figlio musicista. Sotto il capelli nascondeva ancora una cicatrice procuratagli dal padre quando gli ruppe sulla testa la chitarra. Sapeva che ora conservavano gli articoli dei suoi concerti, ma questo non gli faceva nessun effetto. Non era una vittoria per lui come non sarebbe stata una sconfitta se non fosse riuscito a fare il musicista . Sapeva che suo padre non rappresentava e mai avrebbe rappresentato per lui nessun punto fermo. Quando a diciotto anni andò via da casa, lo fece con la massima tranquillità e non per rancore. Era normale che lo facesse e lo fece. Anche per lui però il puzzle si componeva da se; ma fino a quando? Anche lui sarebbe fuggito come Mario?
Troppe domande, pensò e chiuse gli occhi per sedare quell’attimo di smarrimento.
CAPITOLO V
Sarebbero partiti nel pomeriggio. L’appuntamento era sotto casa di Pino e, quando Mario arrivò, Pino era già pronto col borsone e il fodero della sua inseparabile chitarra. Sembrava che il tempo non fosse Mai trascorso da quando con la vespa di Mario visitarono
In Grecia ci erano poi tornai ma separatamente; Mario con Monica e Pino con la sua ragazza del momento. Non fu per entrambi la stessa cosa. Anche lì c’era il mare, per quanto si sforzasse Mario, non ricordava particolari emozioni provate alla vista di tanta acqua.
Ci sarebbero volute cinque o sei ore di viaggio per arrivare a Taranto. Certo, avrebbe dovuto fare a meno dei suoi monti abruzzesi, ma non era certo che quel distacco gli sarebbe servito.
Ne era convinto.
Pino sedette solo quando fu sicuro di aver sistemato per bene la chitarra; sgranò gli occhi e chiese solenne:
”Sei pronto?”
”Prontissimo!”
”Vai allora, che aspettiamo?”
Il blues accompagnò il viaggio dei due amici che si lasciarono andare in arrangiamenti tutti personali di vecchi brani che hanno fatto la storia della musica, poi, quando il cielo cominciò ad imbrunirsi, le note dell’autoradio rimbalzarono nell’abitacolo preludendo il classico momento in cui viene voglia di parlare a voce bassa, di raccontarsi e di ascoltarsi. I momenti migliori per chi cova l’inquietudine nell’animo.
”Pensi davvero che io sia un debole?” chiese Mario senza staccare gli occhi dalla strada.
“Non ho mai detto niente di tutto questo”
”Hai detto però che non sono capace di prendere una decisione, che ho sempre bisogno di qualcuno a cui appoggiarmi”.
“È solo una questione di carattere...” minimizzò Pino
“Credo che oltre al carattere ci sia qualcos’altro. Penso di essere stato fortunato nella vita. Tutto il mio puzzle si incastrava alla perfezione senza che4 io mi sforzassi più di tanto. L’aver trovato poi sulla mia strada gente come te e Monica mi facilitava tutto ho camminato in discesa e alla prima collina mi è sembrato tutto così difficile. Perchè ci ho messo tanto? Aspettavo. Aspettavo che il pezzo che mancava all’incastro si mettesse da solo a posto da solo, come sempre.”
“Non ti illuderai di poterlo finire il tuo puzzle” disse sorridendo Pino
“Non lo so, ma ci voglio provare.”
CAPITOLO IV
“Inutile tentare di farti cambiare idea?
“Inutile. Devo controllare che non ti accada niente di male” ironizzò Pino, “E poi, non ti preoccupare, starò con te solo una settimana, giusto il tempo di vederti sistemato.”
“ Hai già un’idea?” Chiese curioso Mario a Pino che aveva l’aria di conoscere già la meta del loro viaggio.
“Mare!” rispose risoluto. “Niente di meglio che un po’ di mare per rimettere a posto i pezzi del puzzle! Il mare ha un grande potere: quello di ispirare, rilassare e rendere tutto chiaro.”
“Allora penso di aver bisogno di tanto mare!” ironizzò Mario, felice di essere stato sul serio dall’amico”
“Quindi scegliamo una città che di mari ce n’ha due”
“E perché non tre!” esclamò divertito pensando che Pino scherzasse”
“Spiritoso!, mai sentito parlare di Taranto?”
“È dove passi le vacanze, vero?
“Già, e soprattutto, se dovesse interessare a sua signoria, la villa dove vado a stare, la prendo per tutto l’anno e sarei felice di dividere il fitto con te”
“Cosa ti fa pensare che accetterò?”
“Il fatto che non sei mai stato capace di prendere una decisione in modo radicale senza ricorrere so sa delle scorciatoie. So che vuoi dare una svolta alla tua vita per spazzare Monica dalla tua memoria e la tua fuga dimostra che non ne puoi più di andare avanti così. Certo, non è mai troppo tardi, non pensi che ti sia deciso un po’ tardino? Davvero pensavi che sarebbe ritornata da te dopo quello che hai combinato?”
“Cambiamo discorso per favore. Quanto tempo ti ci vuole per sistemare le tue cose prima di partire?”
“Va bene una settimana?”
“ D’accordo. Torna pure a letto. Ci vediamo stasera al club.” Si era avviato alla porta quando si fermò... “Pino...”
“Si?”
“Basteranno due mari?”

-CAPITOLO III-
La strada correva sotto le ruote della sua station wagon. C’era voluto meno di quanto aveva pensato per licenziarsi. La sua aria decisa doveva aver convinto subito il direttore che non era il caso di insistere per farlo restare e, anche se ignorasse la causa di tanta fretta, promise di sveltire le pratiche del commercialista per fargli avere quanto gli spettava al più presto.
Ora non rimaneva che cambiare aria, e forse quella fu per Mario la prima volta in cui si rese conto di come avesse tagliato i ponti con tutti e non avesse nessuno da salutare... probabilmente nessuno si sarebbe accorto della sua partenza.
Nessuno tranne uno.
Capitolo II
Scese da casa per le scale, l’ascensore ultimamente gli metteva addosso una strana agitazione che non valeva la pena che spiegasse a se stesso.
A volte se si cercano i perché, finisci per smuovere macigni che difficilmente riesci a risistemare, rompendo così quell’equilibrio che ci si crea per sopravvivere.
”Forse fra qualche giorno l’ascensore non mi farà nessun effetto e tornerò a prenderlo come prima.”
Sempre pronto a farti diagnosi e terapie, tu!...
Era una frase che Monica gli diceva spesso. E stamattina le mancava tanto.
“Dove sei?!” chiese verso la sedia che un tempo lei usava al mattino per fare colazione col caffelatte e biscotti, sperando che quel pensiero potesse avere un qualche effetto telepatico. Aveva sentito da qualche parte che il visualizzare la persona con cui si vorrebbe stabilire un contatto e il desiderare fortemente che questo avvenga, aiutava lo scopo. Bastava crederci. E lui era tempo ormai che non credeva tanto facilmente a ciò che sentiva.
Lo studio di produzioni televisive per cui lavorava era quasi deserto quando Mario arrivò. Lesse velocemente i messaggi pubblicitari che avrebbe dovuto registrare su immagini girate e montate il giorno prima e che aveva preventivamente messo in ordine. Per una piccola emittente locale non c’era bisogno di un grande creativo, Mario però non riusciva ad impedirsi di fare bene il proprio lavoro, il fatto poi che avesse anche una buona voce, lo gratificava quando sentiva alla televisione o alla radio i suoi inserti pubblicitari.
Un tempo aveva fatto parte di una band come cantante e, ogni tanto, quando si sentiva su di giri e Pino insisteva quel tanto che bastava, si esibiva per pochi intimi, magari anche loro appannati dall’alcol e che apprezzavano ancora i pezzi che cantava allora.
Un tempo aveva inciso un nastro
A proposito, dov’è finito?
Forse sepolto in qualche cassetto o sarà capitata nella valigia di Monica.
in ogni caso non l’avrebbe cercato; gli piaceva l’idea che lo avesse lei.
Aprì la finestra del suo ufficio e guardò giù, si accorse della strana luce che illuminava la strada, la luce che di solito prelude un temporale e ebbe voglia di uscire da quel grigiore; venire fuori dalla sua malinconia che gli toglieva la voglia di vivere. Doveva reagire e c’era un solo modo per farlo. Restare in quel posto non lo avrebbe aiutato. Sorrise per un attimo come se quell’attimo di follia non lo appartenesse, ma allo stesso tempo non poteva ignorarlo, si era annullato per troppo tempo, e senza prenderne altro, cominciò a liberare l’ufficio dalle sue cose.
FORSE HO ASPETTATO TROPPO TEMPO PRIMA DI RICOMINCIARE A SCRIVERE...
VEDIAMO SE NE ESCE QUALCOSA DI CONCRETO...
IL TITOLO LO DAREMO INSIEME...
...SE VORRETE...

CAPITOLO I
“No, ti prego, i sai che i capezzoli sono il mio punto debole!”
“ E tu sai chi ho un debole per i tuoi capezzolini?”
“Dai, ti scongiuro, noooo!”
“Invece si!”...
...
Mario non aveva bisogno di dormire per mettere in moto la macchina dei sogni.
Quei ricordi erano poi così presenti che gli sembrò di sentire le labbra di lei sui capezzoli, i suoi occhi. Persino il suo profumo.
Cissà dov’era ora, chissà per chi avrebbe sgranato gli occhi col piglio di chi rimprovera bonariamente un bimbo prima di riempirlo di baci.
Un dono di Dio; questo era lei, un dono troppo prezioso per essere affidato nelle sue mani.
La sveglia suonò come al solito alle 7,30 e come al solito Mario l’aveva anticipata di due ore. Si era imposto però di non alzarsi dal letto. È solo questione di abitudine, prima o poi mi sveglierà lei!
Questo si era detto due anni prima, ma ormai quella sveglia rientrava nell’elenco delle cose inutili.
Non era la prima volta che si sorprendeva a ripensare ai momenti trascorsi con Monica, del resto, dopo di lei, non ne aveva trascorsi di migliori e lo dimostravano i suoi battiti cardiaci che acceleravano sempre quando li riviveva.
Aprì la porta e inalò l’aria fresca del mattino e accese una sigaretta.
Troppo presto per fumare...
Si disse, ricordando quando con lei avevano cercato di smettere di fumare: lui c’era riuscito e lei non era riuscita a stare lontano dalle sigarette neanche un mese. Quando poi lui riprese in mano la prima sigaretta, lei non c’era già più.
mise la moca sul gas e sedette sull’unica sedia fuori posto. Le altre tre erano sistemate ordinatamente intorno al tavolo della cucina. Sbadigliò, si grattò la fronte e finì di fumare spegnendo il mozzicone sul posacenere a forma di teschio che conservava dai tempi della scuola e ripassò mentalmente la lista mai scritta della spesa da fare. Girare per il supermercato con la lista in mano era da ammogliati, non da single.
l’allegro gorgoglio del caffé appena uscito non tardò a farsi sentire senza però sortire su Mario alcun effetto seppur momentaneo di buon umore. Sorbì il caffé, fumò un’altra sigaretta e finalmente si diresse al bagno. Gettò lo sguardo allo specchio dell’ingresso e notò ancora una volta quanto fosse dimagrito.
Sembro malato...
Ma il sorriso consapevole che gli attraversò il viso gli confermò che non era la salute a dargli problemi, non quella fisica almeno; mangiava poco e male e spesso bevevo troppo quando si tratteneva fino a tardi al Jazz Club di Pino, suo amico da sempre e che, oltre a essere un bravo musicista, era un ottimo compagno di sbronze.
Vita da scapolo.
Forse quello che aveva desiderato un tempo.
Ma di quei tempi rimaneva solo la nostalgia di un trascorso sereno... o perlomeno tranquillo.
Ora si sentiva solo.
E vecchio.
NO ALLA PENA DI MORTE

Se il nostro alveo risiede nei sogni,
come mai se si inseguono si và a finire in analisi?
Ritengo che le decisioni dettate dall'istinto sono le più sagge
o quantomeno più azzeccate di quanto lo sono quelle ponderate da uno o più elecubrazioni mentali,
allora mi chiedo:
è giusto l'istinto
(ovvero l'effetto immediato di una causa)
oppure il sogno
(un mondo interiore di difficile realizzazione)?
Oggi i media ti danno l'illusione di vivere un sogno
e ti chiudono nella casa del grande fratello,
credono che ne hai abbastanza di sognare,
e ti inviano sull'isola a riscoprire il tuo primitivismo atavico...
La verità è che i sogni fanno bene a chi sogna
e a chi non li fa, probabilmente irritano.
Punti di vista, diversi punti di osservazione della vita,
dettati dalla presunzione di voler essere gli unici ad aver capito...
In ogni caso, alveo o no,
la nostra vita prende il corso che gli si presenta davanti,
non perché non si ha voglia di seguire i sogni, ma perché i soldi sono pochi
e spesso sono contenuti nei sogni.
I sogni son desideri chiusi in fondo al cuor...
diceva cenerentola ma spesso se realizzati cessano di essere tali. I sogni sono sogni, e come tali devono svanire all'alba per poi ritornare la notte. se si realizzano, che razza di sogni sono????
Chi si è fregato la mia camicia?
Questa ha le maniche troppo corte e a me da un pò le consigliano lunghe!
... chissà perché?....
“Non lo so, ma ci voglio provare.”
...E aprirono due lattine di birra per festeggiare l'evento che per quanto epico e romantico potesse sembrare, risultava sconosciuto ai due . Che cosa avrebbe fatto Mario a Taranto? Come avrebbe vissuto e soprattutto, come avrebbe fatto senza nessun amico una volta che sarebbe rimasto solo?queste domande si poneva Pino mentre guardava la strada sorseggiando la birra ancora fresca del frigo portatile che aveva portato.
Meglio così, Si disse, ma il pensiero che da lì a poco sarebbe stato separato dal suo amico, gli dava sofferenza. Mario rappresentava per lui un punto fermo e anche se passavano periodi anche lunghi senza vedersi, sapeva dov’era e sapeva che sarebbe bastata una telefonata, una battuta tipo: Ci si dimentica degli amici? Oppure Non siamo più niente... per vederselo piombare al club la sera stessa.
Punti fermi che sgretolano la solidità di una apparente granitica sicurezza nel momento in cui saltano.
Fu proprio quell’attimo che fece correre sulla schiena di Pino un brivido di incertezze. È come se una casa che con fatica hai costruito per difenderti dalle intemperie della notte e ultimata prima che cali il buio crolli dopo aver chiuso la porta, lasciandoti con l’incertezza su cosa fare per aspettare le prime luci dell’alba.
Pino si chiese se anche lui non avesse gli stessi problemi dell’amico. Certo, lui si era guadagnato tutto da se e non era stato semplice convincere i suoi genitori all’idea di un figlio musicista. Sotto il capelli nascondeva ancora una cicatrice procuratagli dal padre quando gli ruppe sulla testa la chitarra. Sapeva che ora conservavano gli articoli dei suoi concerti, ma questo non gli faceva nessun effetto. Non era una vittoria per lui come non sarebbe stata una sconfitta se non fosse riuscito a fare il musicista . Sapeva che suo padre non rappresentava e mai avrebbe rappresentato per lui nessun punto fermo. Quando a diciotto anni andò via da casa, lo fece con la massima tranquillità e non per rancore. Era normale che lo facesse e lo fece. Anche per lui però il puzzle si componeva da se; ma fino a quando? Anche lui sarebbe fuggito come Mario?
Troppe domande, pensò e chiuse gli occhi per sedare quell’attimo di smarrimento.
CAPITOLO V
Sarebbero partiti nel pomeriggio. L’appuntamento era sotto casa di Pino e, quando Mario arrivò, Pino era già pronto col borsone e il fodero della sua inseparabile chitarra. Sembrava che il tempo non fosse Mai trascorso da quando con la vespa di Mario visitarono
In Grecia ci erano poi tornai ma separatamente; Mario con Monica e Pino con la sua ragazza del momento. Non fu per entrambi la stessa cosa. Anche lì c’era il mare, per quanto si sforzasse Mario, non ricordava particolari emozioni provate alla vista di tanta acqua.
Ci sarebbero volute cinque o sei ore di viaggio per arrivare a Taranto. Certo, avrebbe dovuto fare a meno dei suoi monti abruzzesi, ma non era certo che quel distacco gli sarebbe servito.
Ne era convinto.
Pino sedette solo quando fu sicuro di aver sistemato per bene la chitarra; sgranò gli occhi e chiese solenne:
”Sei pronto?”
”Prontissimo!”
”Vai allora, che aspettiamo?”
Il blues accompagnò il viaggio dei due amici che si lasciarono andare in arrangiamenti tutti personali di vecchi brani che hanno fatto la storia della musica, poi, quando il cielo cominciò ad imbrunirsi, le note dell’autoradio rimbalzarono nell’abitacolo preludendo il classico momento in cui viene voglia di parlare a voce bassa, di raccontarsi e di ascoltarsi. I momenti migliori per chi cova l’inquietudine nell’animo.
”Pensi davvero che io sia un debole?” chiese Mario senza staccare gli occhi dalla strada.
“Non ho mai detto niente di tutto questo”
”Hai detto però che non sono capace di prendere una decisione, che ho sempre bisogno di qualcuno a cui appoggiarmi”.
“È solo una questione di carattere...” minimizzò Pino
“Credo che oltre al carattere ci sia qualcos’altro. Penso di essere stato fortunato nella vita. Tutto il mio puzzle si incastrava alla perfezione senza che4 io mi sforzassi più di tanto. L’aver trovato poi sulla mia strada gente come te e Monica mi facilitava tutto ho camminato in discesa e alla prima collina mi è sembrato tutto così difficile. Perchè ci ho messo tanto? Aspettavo. Aspettavo che il pezzo che mancava all’incastro si mettesse da solo a posto da solo, come sempre.”
“Non ti illuderai di poterlo finire il tuo puzzle” disse sorridendo Pino
“Non lo so, ma ci voglio provare.”
CAPITOLO IV
“Inutile tentare di farti cambiare idea?
“Inutile. Devo controllare che non ti accada niente di male” ironizzò Pino, “E poi, non ti preoccupare, starò con te solo una settimana, giusto il tempo di vederti sistemato.”
“ Hai già un’idea?” Chiese curioso Mario a Pino che aveva l’aria di conoscere già la meta del loro viaggio.
“Mare!” rispose risoluto. “Niente di meglio che un po’ di mare per rimettere a posto i pezzi del puzzle! Il mare ha un grande potere: quello di ispirare, rilassare e rendere tutto chiaro.”
“Allora penso di aver bisogno di tanto mare!” ironizzò Mario, felice di essere stato sul serio dall’amico”
“Quindi scegliamo una città che di mari ce n’ha due”
“E perché non tre!” esclamò divertito pensando che Pino scherzasse”
“Spiritoso!, mai sentito parlare di Taranto?”
“È dove passi le vacanze, vero?
“Già, e soprattutto, se dovesse interessare a sua signoria, la villa dove vado a stare, la prendo per tutto l’anno e sarei felice di dividere il fitto con te”
“Cosa ti fa pensare che accetterò?”
“Il fatto che non sei mai stato capace di prendere una decisione in modo radicale senza ricorrere so sa delle scorciatoie. So che vuoi dare una svolta alla tua vita per spazzare Monica dalla tua memoria e la tua fuga dimostra che non ne puoi più di andare avanti così. Certo, non è mai troppo tardi, non pensi che ti sia deciso un po’ tardino? Davvero pensavi che sarebbe ritornata da te dopo quello che hai combinato?”
“Cambiamo discorso per favore. Quanto tempo ti ci vuole per sistemare le tue cose prima di partire?”
“Va bene una settimana?”
“ D’accordo. Torna pure a letto. Ci vediamo stasera al club.” Si era avviato alla porta quando si fermò... “Pino...”
“Si?”
“Basteranno due mari?”

-CAPITOLO III-
La strada correva sotto le ruote della sua station wagon. C’era voluto meno di quanto aveva pensato per licenziarsi. La sua aria decisa doveva aver convinto subito il direttore che non era il caso di insistere per farlo restare e, anche se ignorasse la causa di tanta fretta, promise di sveltire le pratiche del commercialista per fargli avere quanto gli spettava al più presto.
Ora non rimaneva che cambiare aria, e forse quella fu per Mario la prima volta in cui si rese conto di come avesse tagliato i ponti con tutti e non avesse nessuno da salutare... probabilmente nessuno si sarebbe accorto della sua partenza.
Nessuno tranne uno.
Capitolo II
Scese da casa per le scale, l’ascensore ultimamente gli metteva addosso una strana agitazione che non valeva la pena che spiegasse a se stesso.
A volte se si cercano i perché, finisci per smuovere macigni che difficilmente riesci a risistemare, rompendo così quell’equilibrio che ci si crea per sopravvivere.
”Forse fra qualche giorno l’ascensore non mi farà nessun effetto e tornerò a prenderlo come prima.”
Sempre pronto a farti diagnosi e terapie, tu!...
Era una frase che Monica gli diceva spesso. E stamattina le mancava tanto.
“Dove sei?!” chiese verso la sedia che un tempo lei usava al mattino per fare colazione col caffelatte e biscotti, sperando che quel pensiero potesse avere un qualche effetto telepatico. Aveva sentito da qualche parte che il visualizzare la persona con cui si vorrebbe stabilire un contatto e il desiderare fortemente che questo avvenga, aiutava lo scopo. Bastava crederci. E lui era tempo ormai che non credeva tanto facilmente a ciò che sentiva.
Lo studio di produzioni televisive per cui lavorava era quasi deserto quando Mario arrivò. Lesse velocemente i messaggi pubblicitari che avrebbe dovuto registrare su immagini girate e montate il giorno prima e che aveva preventivamente messo in ordine. Per una piccola emittente locale non c’era bisogno di un grande creativo, Mario però non riusciva ad impedirsi di fare bene il proprio lavoro, il fatto poi che avesse anche una buona voce, lo gratificava quando sentiva alla televisione o alla radio i suoi inserti pubblicitari.
Un tempo aveva fatto parte di una band come cantante e, ogni tanto, quando si sentiva su di giri e Pino insisteva quel tanto che bastava, si esibiva per pochi intimi, magari anche loro appannati dall’alcol e che apprezzavano ancora i pezzi che cantava allora.
Un tempo aveva inciso un nastro
A proposito, dov’è finito?
Forse sepolto in qualche cassetto o sarà capitata nella valigia di Monica.
in ogni caso non l’avrebbe cercato; gli piaceva l’idea che lo avesse lei.
Aprì la finestra del suo ufficio e guardò giù, si accorse della strana luce che illuminava la strada, la luce che di solito prelude un temporale e ebbe voglia di uscire da quel grigiore; venire fuori dalla sua malinconia che gli toglieva la voglia di vivere. Doveva reagire e c’era un solo modo per farlo. Restare in quel posto non lo avrebbe aiutato. Sorrise per un attimo come se quell’attimo di follia non lo appartenesse, ma allo stesso tempo non poteva ignorarlo, si era annullato per troppo tempo, e senza prenderne altro, cominciò a liberare l’ufficio dalle sue cose.
FORSE HO ASPETTATO TROPPO TEMPO PRIMA DI RICOMINCIARE A SCRIVERE...
VEDIAMO SE NE ESCE QUALCOSA DI CONCRETO...
IL TITOLO LO DAREMO INSIEME...
...SE VORRETE...

CAPITOLO I
“No, ti prego, i sai che i capezzoli sono il mio punto debole!”
“ E tu sai chi ho un debole per i tuoi capezzolini?”
“Dai, ti scongiuro, noooo!”
“Invece si!”...
...
Mario non aveva bisogno di dormire per mettere in moto la macchina dei sogni.
Quei ricordi erano poi così presenti che gli sembrò di sentire le labbra di lei sui capezzoli, i suoi occhi. Persino il suo profumo.
Cissà dov’era ora, chissà per chi avrebbe sgranato gli occhi col piglio di chi rimprovera bonariamente un bimbo prima di riempirlo di baci.
Un dono di Dio; questo era lei, un dono troppo prezioso per essere affidato nelle sue mani.
La sveglia suonò come al solito alle 7,30 e come al solito Mario l’aveva anticipata di due ore. Si era imposto però di non alzarsi dal letto. È solo questione di abitudine, prima o poi mi sveglierà lei!
Questo si era detto due anni prima, ma ormai quella sveglia rientrava nell’elenco delle cose inutili.
Non era la prima volta che si sorprendeva a ripensare ai momenti trascorsi con Monica, del resto, dopo di lei, non ne aveva trascorsi di migliori e lo dimost