MIMMO FORNARO RACCONTA... Mimmo Fornaro racconta...

sabato, 30 settembre 2006, ore settembre 30, 2006 19:42

Cari amici
mancherò due mesi
so che non piangerete per questo
ma per chi sta seguendo il mio ultimo racconto
SE AVESSI SAPUTO URLARE
pubblicherò subito il resto
un abbraccio ed un sorriso
Mimmo

CAPITOLO III

Terry fece appena in tempo ad arrivare l portone di casa che la pioggia cominciò a cadere violenta. Non portava ombrello, non lo usava mai, preferiva ricorrere al k-way che portava attaccato alla cintura e le permetteva di sentire la pioggia addosso. Le piaceva quella sensazione di fresco sul viso. In quei momenti viveva la natura con i suoi eventi e partecipava in quel modo a qualcosa che l’uomo non aveva determinato. Anche il vento aveva su di lei un’influenza notevole e quando soffiava forte, le veniva spontaneo di aprire le braccia come se quella forza invisibile un giorno o l’altro la potesse sollevare in un volo straordinario.

Si soffermò a guardare la pioggia dai vetri del portone e accese una sigaretta, ormai erano tre mesi che le comprava. Prima di allora gliele offrivano le compagne di classe, ora, però, sebbene conscia dei danni che il fumo arreca, si compiaceva di questa trasgressione che teneva nascosta ai suoi genitori. Michele andò ad aprire svogliatamente la porta alla sorella. Tra lui e Terry c’erano sei anni di differenza che rendevano difficile per il momento un rapporto complice tra fratelli. Era un ragazzetto vispo con la faccia furba; perennemente per strada a giocare con gli amici, senza pensare tanto allo studio. Costringeva i genitori a preoccupazioni che con Terry non avevano mai avuto; tuttavia a casa nessuno aveva fatto pesare a Michele questa disparità di impegno verso la scuola fra lui e la sorella; anche perché, almeno fino al allora era sempre stato (non si sa come) promosso. A casa Terry ormai da un pezzo non diceva più dei bei voti che prendeva a scuola. La infastidiva il fatto che se lo aspettassero e soprattutto odiava la frase che sistematicamente sua madre le diceva: “Hai fatto il tuo dovere”.

Che rabbia provava verso quella donna che non si era mai consumata in coccole con lei e con nessuno, tantomeno con suo padre: colpevole, forse, di avere un po’ la testa fra le nuvole; ma con una moglie così, probabilmente sarà stato l’istinto di conservazione che

lo spingeva ad eclissarsi dietro gli innumerevoli libri che leggeva e accumulava in una

libreria ormai stracolma. 

“Sbrigati che è pronto da mangiare!” la madre era in cucina e scolava la pasta. Ci teneva che la famiglia pranzasse insieme, per questo aspettava che tutti fossero presenti per iniziare a mettere i piatti in tavola.

Era una cuoca con i fiocchi e aveva preparato orecchiette con le rape: una vera ghiottoneria per i tarantini veraci come loro, rispettosi delle tradizioni culinarie di cui Taranto è piena.

Peccato, però, che a rovinare il pranzo ci pensasse sempre lei. Non perdeva occasione per umiliare il marito di fronte ai figli, sbattendogli in faccia la sua incapacità e l’insoddisfazione di un matrimonio forse mai iniziato per poter finire. Terry soffriva per questo, anche perché solo con suo padre riusciva ad avere dei discorsi coerenti, non tanto intimi, ma sicuramente non inquinati dal dogma Io genitore, tu figlia. Lui non reagiva quasi mai, lasciava che la moglie vomitasse il suo veleno, poi si alzava e andava a lavorare.

Era stato un dipendente dell’ILVA ed ora, pre pensionato, arrotondava il bilancio

piuttosto precario con lavori di muratura e pitturazione. Fortunatamente quel pranzo non

fu molto lungo e permise a Terry di rifugiarsi nella sua stanza. Non aveva molto da studiare, anzi, presto si rese conto di non aver più nulla da ripassare. Avrebbe potuto vivere di rendita fino alla fine della scuola. Pioveva ancora e si incantò nuovamente a guardare fuori dai vetri l’acqua che cadeva giù. Aveva bisogno di parlare con qualcuno ma nessuno la chiamò al telefono. Sbuffò un po’ annoiata e solo allora notò sulla mensola il copione che le era stato dato la sera prima. Lo prese, sorrise pensando all’entusiasmo di Marina e lo aprì per rileggere la sua parte. Mentre lo rileggeva si rese conto della musicalità che il suo dialetto esprimeva tra una battuta e l’altra. Non l’aveva mai notato prima. Il dialetto tarantino le era sembrato, fino ad allora, spigoloso e volgare. Ora però capiva che si poteva utilizzare per cose interessanti.

Quella sera non aspettò Marina. Arrivò sola al locale della compagnia con qualche minuto di anticipo. C’era solo Andrea fuori dal portone che aspettava. 

Aveva ventitré anni ed aveva già recitato in altre compagnie locali.

“Anche tu in anticipo?” le chiese sorridendo.

“Già, brutta abitudine, vero?” rispose lei ricambiandogli il sorriso.

“Lo puoi dire forte; speriamo almeno che arrivino in orario”

riprese a piovere e si ripararono sotto un balcone scambiando qualche parola in attesa che qualcuno si facesse vivo per aprire il locale. La puntualità non era certo il forte di quella compagnia e, siccome la pioggia iniziava a venir giù forte, decisero di entrare nel portone per non inzupparsi completamente.

Lei si tolse il k-way e scoprì i suoi capelli ormai bagnati, lui si accese una sigaretta e ricominciarono a parlare.

“Me ne dai una?” chiese Terry con la faccia tosta interrompendo il suo discorso.

“Cosa?”

“Una sigaretta, le mie le ho finite”

“Perché, fumi di già?”

Effettivamente Terry dimostrava meno degli anni che aveva. Con i suoi occhi neri e con la voce sottile non le si dava più di sedici anni.

“A diciotto anni si può fumare qualche sigaretta “ replicò lei sapendo di stupire quel ragazzo che a ventitré anni si sentiva già papà.

“Dimmi la verità” le disse mentre la faceva accendere, “cosa ne pensi della commedia?”

Terry fu presa alla sprovvista e cercò di non sbilanciarsi tanto in giudizi. Gli parlò della rivelazione che aveva avuto quel pomeriggio nei riguardi della musicalità del dialetto e proprio in quel momento fu salvata dagli altri ragazzi che incominciavano ad arrivare.

CAPITOLO IV

 

 

Le prove della commedia continuarono con ritmo regolare. Si vedevano tutte le sere tranne il sabato e la domenica, ormai le prove lasciavano il posto ai movimenti che Paolo con scrupolosità impartiva agli attori.

Terry e Andrea continuavano ad arrivare in anticipo e le loro conversazioni si facevano sempre meno vaghe.

Lui aveva una voce calda, rassicurante e a Terry piaceva starlo a sentire dai suoi ventitré anni, con tre anni di teatro le consigliava come impostare la voce e muoversi con naturalezza sul palcoscenico.

In effetti, durante le prove, lui era l’unico a personalizzare la parte (anche con battute fuori copione) caratterizzandola ogni giorno in modo diverso. Tutti lo ammiravano e anche Paolo lo lasciava fare senza imporgli nessuna regia; al limite lo consigliava, ma quel consiglio, per essere accettato, doveva subire l’analisi di Andrea e quindi la sua approvazione, altrimenti gli capitava di scordarselo e sostituirlo con qualche sua trovata, di solito più efficace.

Nonostante questa sua presunzione, però, era molto disponibile con tutti, e, chi più chi meno, gli chiedeva come interpretare meglio una battuta che magari suonava male.

Anche con Paolo parlava molto. Si stimavano e condividevano molte idee, oltre l’amore per Taranto. Andrea era il primo, al termine di ogni prova, a fuggire via disertando il panzerotto che si mangiavano insieme alla pizzeria lì vicino.

Terry, se dapprima era incuriosita, ora cominciava a comprendere che il vero scopo di quel suo istinto era di incontrare lui. Ne aveva parlato con Marina, con la quale cominciava a confidarsi e a dividere cose che un mese prima teneva per sé.

Aveva imparato a conoscere  meglio quella ragazza che superficialmente si poteva definire oca, riconoscendole delle doti per lei importanti, come il saper ascoltare senza giudicare. Erano diventate inseparabili anche a scuola dove le lezioni ormai si riducevano in ripetizioni dei programmi svolti durante l’anno. 

In quel mese stavano succedendo tante cose e, Terry, lasciava che tutto accadesse senza pensarci su.

Aveva trovato un’amica e, chissà, forse l’amore.

Ormai ci sperava davvero. Era cotta di Andrea e le sembrava che anche lei non gli era indifferente. “Chissà, se rimanesse un po’ dopo le prove…”pensava, ma immancabilmente lui spariva subito dopo aver finito di provare la sua parte lasciandola con la speranza che l’indomani rivedendosi sarebbe successo qualcosa. Una cosa era certa, Terry era cambiata.

L’equilibrio che era convinta di aver costruito, si era dissolto del tutto e lasciava il posto ad un presente da affrontare a muso duro tutti i giorni. Se un tempo questo la spaventava, inducendola a cercare di anticipare l’inaspettato, ora era affascinata dal modo di vivere alla giornata che Andrea le aveva fatto scoprire.

Si vedevano alle 18:45, ormai il loro anticipo era quasi concordato. Quel quarto d’ora, così breve, era tanto denso di contenuti da tenerla sveglia a pensare alle parole che quel

ragazzo misterioso le diceva.

Finalmente ho trovato un maestro di vita” aveva scritto sull’agenda nella quale annotava i compiti. Anche questa era una novità, non aveva mai annotato le sue esperienze sul diario, tuttavia ora non poteva tenere tutto per sé e Marina era quella che più di tutti capiva che la vecchia Terry era morta per sempre. Quel pomeriggio era arrivata in Via Pola di corsa e aveva ancora il fiatone quando si videro. Arrossì, avrebbe voluto che lui non si accorgesse della sua impazienza di vederlo, ma era troppo importante per lei non perdere neanche un minuto con Andrea. Parlarono d’amore. Andrea ne parlava come se chissà quante volte aveva vissuto quel sentimento.

“Io sono sempre innamorato” aveva detto, “…di tutto, del teatro, della gente, della vita…”

“Sono cose molto generiche” interruppe Terry, ma lui ribatté: “L’amore è amore e non lo si può rinchiudere in un contenitore. È nell’aria e non puoi impedirti di respirarlo; si vive, non s’imprigiona e reprimerlo vuol dire ucciderlo. Per questo non finirò mai di amare tutto e tutti. Non voglio privarmene”.

Terry non poté fare a meno di guardarlo con gli occhi di chi ama e resistette all’impulso di abbracciarlo.

Riuscì solo a dire con voce tremante: “Non hai paura di non essere corrisposto o di amare poco amando tutto?”

“Non è necessario che gli altri conoscano il mio amore, perciò, non possono deludermi. E poi, forse amare tutto, al limite, ti porta ad amare per poco, non poco. L’amore è amore” e le sorrise lasciandola nella confusione più totale.

Durante le prove Terry non poté fare a meno di stargli vicina. Voleva capire come faceva, dopo un discorso così profondo a cambiare radicalmente modo di fare, mimetizzandosi con l’ambiente che lo circondava, rimanendo sempre lui: una persona meravigliosa.

“Non sarà per caso fidanzato?” le chiese Marina mentre tornavano a casa, dopo essere stata al corrente della chiacchierata della sera prima.

“Fidanzato?”. Non ci aveva mai pensato e ora quel tarlo la rodeva. Come avrebbe fatto a sapere se c’era qualche ragazza che l’aspettava dopo le prove e lui si precipitava ad incontrarla a braccia aperte?

Questo poteva spiegare tante cose, ma lei sentiva che niente poteva fermarwe il suo amore e che anche in silenzio l’avrebbe amato, anche per poco. Sarebbe andata dovunque l’avesse portata l’amore.

Marina ascoltava esterefatta le parole di Terry, la storia che l’amica stava vivendo le faceva capire che valeva la pena di aspettare l’amore senza sforzarsi di cercarlo come faceva lei.

Anche per Marina quel periodo fu importante.


CAPITOLO V

 

 

La nuova Terry sembrava piacere molto ai ragazzi. Le ronzavano intorno come mosconi ma senza risultato.

Lei amava Andrea e gli altri le attestavano che è vero il detto che dice: L’amore ti fa bella.

Non si era mai sentita così, respirava quel forte sentimento che non poteva né voleva reprimere. Non sapeva ancora se Andrea stava con un’altra ma sentiva che, almeno in quei momenti passati da soli ad aspettare gli altri, lui l’amava. Marina andava a trovarla spesso a casa; si preparava per le ultime interrogazioni e Terry la aiutava.

Spesso parlavano del futuro, a cosa avrebbero fatto dopo la scuola, se avrebbero intrapreso l’università e quale laurea avrebbero voluto.

Tutto era confuso in quel periodo. Vivevano ignare di un futuro non più pronosticabile; università significava vivere a Bari o comunque non a Taranto, amministrarsi da sole e comunque studiare per altri quattro anni.

Solo allora, forse, avrebbero intrapreso il loro futuro.

Mi basterà un posto di lavoro, una piccola casa e chissà: un amore da amare, per essere felice”.

Marina guardava fuori dalla finestra mentre diceva queste parole quasi fra sé e sé e Terry la osservava. Notava la sua espressione, la sua vera espressione: quella che pochi o forse solo lei ora conosceva. Marina non era felice, brindava alla volontà di esserlo e l’entusiasmo che sprigionava era la maschera buffa di una persona che desiderava vedere gente serena attorno a se. Anche a sue spese. Lei lo sarebbe stata: era solo questione di tempo ed il suo turno sarebbe arrivato. Ora l’aspettava certa e impaziente. Parlò tanto, Marina, quella sera confidò a Terry che da un po’ di tempo aveva cominciato a scrivere un romanzo che avrebbe spiegato solo in parte la sua natura e le tante particelle che la

componevano. Non l’aveva detto a nessuno prima di allora e arrossì quando lo confidò alla sua amica tirando fuori il block notes per leggerle qualcosa. 

Terry sapeva che Marina scriveva bene. Aveva letto qualche suo tema e i voti che prendeva in lettere lo confermavano, ma le pagine che aveva riempito esprimevano le sensazioni di una ragazza speciale che raccontava col cuore se stessa.

Terry le porse le sue poesie che furono lette con calma, e capite. Chi l’avrebbe detto mai! Le poesie che custodiva gelosamente, scritte tanto ermeticamente da renderle quasi incomprensibili, venivano spiegate da Marina meglio di come avrebbe fatto lei.

Fu un pomeriggio meraviglioso quello e Terry l’avrebbe ricordato per sempre con tenerezza. Erano giovani ed il tempo era in agguato chissà dove per sorprenderle: tristi o felici. Ora era fermo e le osservava mentre si abbracciavano. Per la prima volta. Non l’avevano mai fatto, e quel contatto rese le due ragazze unite in ogni situazione.

Si lasciarono alle diciotto per consentire a Terry di arrivare puntualmente in anticipo per incontrare Andrea.

Era già lì al suo arrivo e le sorrise quando la vide girare l’angolo di Via C.Battisti. Terry

aveva voglia di parlargli. Volle raccontare quello che era accaduto quel pomeriggio e lui,

con il suo modo di fare così rassicurante, ascoltò tutto guardandola negli occhi, come era solito fare.

Solo quando ebbe finito lui le chiese:

“Cosa ti spaventa di più?”

Terry indietreggiò come se fosse stata punta. Ci pensò un attimo e audacemente pensò di utilizzare la domanda per dirgli una volta per tutte quanto lo amava.

“Tu” gli rispose “l’essere studiata da te, essere interrogata senza sapere se ho risposto come ti aspettavi o no”

Lui non si scompose per niente.

“Se ti spavento tanto, perché non mi eviti?”

Ancora una volta Andrea si dimostrava più forte di lei. Sapeva come parare e metterla in difficoltà. Ci riusciva sempre.

“Non lo so” rispose Terry “…forse per conoscermi meglio. Mi hai fatto scoprire tante cose…”. Era arrossita, sentiva il calore salirle sulle guance e gli occhi di Andrea che la guardavano implacabile. Ci fu solo un attimo di silenzio, subito rotto da lui che cominciò a parlare a bassa voce, come per non turbarla. Ma ormai era tardi. Lei aveva cominciato a martoriare nervosamente il copione che aveva in mano, col cuore che batteva forte.

“Forse noi due abbiamo parlato troppo, probabilmente i miei discorsi, le mi domande avrei dovuto rivolgerle a me, ma ho provato a respirare la tua aria, mi sono impossessato dei tuoi sentimenti vivendoli egoisticamente, facendoti innamorare senza muovere un dito per evitarlo. Ora anch’io ti amo ma ho paura che la nostra favola non possa esistere nella realtà, proprio perché fantastica e meravigliosamente irreale per esistere. Mi dispiace, scusami”. E le fece un sorriso timido con gli occhi illuminati dall’amore. Terry era annullata, non capiva perché quel ragazzo che le aveva appena rivelato il suo… il loro amore, non vedeva reale una storia fra di loro. Perché vedeva tutto complicato? Cosa c’era di così difficile nel vivere insieme il loro amore, si chiese mentre l‘istinto di abbracciarlo, toccarlo, baciarlo si faceva sempre più forte.

La compagnia cominciò ad arrivare stroncando ogni possibilità di replica da parte sua, se mai ne avesse avuta la forza.

La prima della commedia era a giorni e le prove andarono lisce come l’olio. Le battute e i movimenti erano precisi ed il lavoro era venuto fuori simpatico e frizzante.

Andrea era fantastico ed ancora durante le prove faceva piegare in due dalle risate tutti gli attori che, sebbene ormai conoscessero a memoria tutte le gags comiche, non riuscivano a trattenersi.

Le prove finirono e come al solito scomparve lasciando Terry con le sue domande senza risposta.

“Cosa è successo? Hai una faccia…” chiese preoccupata Marina, e continuò: “è fidanzato?”.

“No…almeno penso”

“E allora?”

“Non mi vuole, forse non si fida, forse… Ma che ne so io!” e pianse sulla spalla di Marina un po’ per rabbia, un po’ per la felicità. Almeno ora sapeva di certo che anche lui l’amava.

 

CAPITOLO VI

 

 

E arrivò la sera del debutto. Il teatrino parrocchiale che li ospitava era pieno di gente, dietro le quinte la tensione era palpabile; tutti gli attori, scenografi e addetti alle luci si muovevano svelti per essere pronti non appena il sipario si fosse aperto.

Marina e Terry si truccavano a vicenda scambiandosi le battute che di lì a poco avrebbero dovuto recitare. Paolo ricordava a tutti le sue ultime note di regia incitandoli alla calma. Solo Andrea sembrava di ghiaccio e si muoveva con decisione dietro il sipario sistemando meglio gli oggetti di scena.

“Chi mi presta la matita nera?” aveva chiesto alle due amiche.

“Solo un minuto e ti do questa” gli disse Marina che finiva di passarla a Terry.

“Nervose?”

“Tanto” risposero in coro.

“E’ naturale, tutti lo siamo prima di entrare in scena”.

“Anche tu? Sembri così tranquillo” constatò Terry sgranando i suoi occhioni.

“Sembro tranquillo, ma non lo sono affatto!” e fece finta di tremare facendole scoppiare a ridere. Marina gli porse la matita e si allontanò lasciandoli soli in quel camerino. Lui sedette di fronte allo specchio affianco a Terry.

Da quel pomeriggio non erano stati più da soli. Lui non era più arrivato prima al locale delle prove e lei, invano, lo aveva sempre aspettato. Ora Terry si sentiva a disagio, si trovavano gomito a gomito e non sapeva cosa dirgli. Quante volte aveva immaginato un momento così e ora…Niente, le parole si fermavano in gola mentre lui imperterrito si passava il nero sotto gli occhi accentuando ancor di più il suo sguardo penetrante.

“Come va?”. Ancora una volta Andrea l’aveva anticipata e con quella faccia da corno la guardava dallo specchio provocandola.

“Come vuoi che vada?” rispose.

“Mi pensi ancora?”

“Si, e tu” 

“Cosa?”

“Mi pensi?”

Non rispose ed andò fuori pronto per aprire la scena.

Lo spettacolo andò benissimo, tutti furono bravi, il pubblico premiò con tanti applausi a scena aperta infine ebbero il loro momento di gloria durante i saluti finali.

Andrea fu uno tra i più apprezzati e ringraziava la platea con gli occhi vitrei; statuario, fermo a raccogliere il frutto della finzione, del sogno. Una manciata di applausi che sconosciuti gli tributarono ancora per le gags che si erano consumate sul palcoscenico.

Questo pensava Terry mentre facevano gli ultimi inchini prima che il sipario chiudesse definitivamente la scena.

Ora riusciva a spiegarsi qualcosa: la loro favola (che era troppo bella per essere vera), non poteva che concludersi con un sipario rosso e le luci forti per ricordarsi che la realtà è tutta un’altra cosa, per questo non andava vissuta, ma solo immaginata.

Bel vigliacco, però. Non è così che si fa; la realtà non si può evitare solo perché assomiglia ad un sogno” pensava. Ma anche lei ora non era più convinta di niente ed in qualche modo doveva riconoscere che quello che stava passando era, in assoluto, il periodo più bello della sua vita.

Quella sera Andrea non andò via come al solito e rimase a festeggiare quella prima fortunata. Andarono a mangiare una pizza lì vicino; con i borsoni che contenevano gli abiti di scena e gli occhi ancora un po’ truccati.

“Che dici, gli chiedo se può accompagnarci a casa in macchina?” propose Terry a Marina con aria sorniona.

“Ok, chiediglielo!” rispose lei risoluta. Ora basta: quella sera avrebbero parlato a tutti i costi.

Andrea accettò di darle un passaggio e, come previsto, la prima a scendere dalla macchina fu Marina che strizzando l’occhio a Terry senza farsi notare, li salutò ricordando all’amica che l’indomani le avrebbe telefonato. Ancora una volta soli ma questa volta l’imbarazzo era di entrambi. Lui ruppe il silenzio parlando della commedia, ma lei come se non l’avesse sentito: “Hai fretta?”

“NO”

“Allora ferma. Voglio parlarti”.

Andrea non reagì e accostò la macchina.

“Perché non mi vuoi?” gli chiese con voce tremante.

“Lascia perdere” rispose lui e cercò di rimettere in moto la macchina, ma Terry gli fermò la mano. “penso di aver diritto ad una spiegazione”

“Credevo di essere stato abbastanza chiaro”

“Non abbastanza”

“Ah, allora vediamo… Cosa posso dirti: che mi sono divertito? Oppure che ti ho presa in giro ed ora ho uno scrupolo di coscienza mi fa fare dietro front?”

“Non ci credo” ribatté lei. “Tu mi ami. Questo è il tuo problema. Non hai potuto evitarlo ed ora hai paura. Non so ancora di cosa, ma hai paura”.

Ormai Terry l’aveva disarmato e la determinazione era tale da non poter consentire ad Andrea divagazioni inutili.

“E’ vero, ti amo e sono un vigliacco; preferisco non avere impegni seri. Ho il mio programma e non posso permettermi distrazioni. Tu meriti tanto amore, ed io non posso dartelo. Finirei per trascurarti e rovinare tutto. Te l’ho detto, io amo tanto, ma per poco!”

“Ed io ora cosa dovrei fare. Far finta di non averti mai conosciuto?”

“Dimenticami”

“Non posso!”

Ormai in quella auto si urlava solamente e la timidezza di Terry si era trasformata in rabbia; non voleva lasciarlo andare così. Per amore vale la pena rischiare, ma le sembrò stupido dirlo e così preferì mettere fine a quella discussione assurda.

Aveva messo da parte la sua dignità quasi implorandolo e lui, per non guastare i suoi programmi l’aveva respinta. Andrea mise in moto l’auto e si diresse verso casa. Ora c’era silenzio. Tanto silenzio; lei guardava fissa la strada che correva fissa sotto le ruote e lui si accese una sigaretta che gettò via quando arrivarono sotto il portone di lei. 

“Allora ciao, Terry”

“Ciao” gli rispose secca.

“Mi odi?”

“Vorrei poterlo fare ma non ci riesco”

Ora si guardavano teneramente come quei pomeriggi per strada ad aspettare gli altri.

“Ce la farai a dimenticarmi, vedrai” e le accarezzò i capelli. Mossa sbagliata. Fu inevitabile quel loro primo bacio: avido, senza fine. Terry non aveva mai baciato nessuno con quel trasporto, poteva essere il loro unico bacio. Lo sapeva, e quando uscì dalla macchina era convinta di quel che disse: “Non potrò mai dimenticarti”.

“Lo farai” rispose lui. E sfrecciò via.

CAPITOLO VII

 

 

Il mondo è mio!” si era detta salendo le scale.

Sentiva ancora il calore di quel bacio sulle labbra e le sue mani che le carezzavano il viso. Era vero, la loro era una favola e forse aveva ragione lui a non volerla vivere per evitare di vederla finita, rovinata o peggio considerarla un’illusione.

Quei pochi attimi in macchina valevano mille volte di più di tutte le storie che aveva avuto. Per questo avrebbe accettato qualsiasi condizione pur di riviverli ancora.

Era felice e si addormentò mormorando ancora il suo nome.

Il giorno dopo, era domenica, Marina non tardò a farsi sentire.

“Allora, è successo qualcosa?” le chiese senza neanche dire ciao.

“Qualcosa…” rispose vaga Terry.

“Cavoli! Dimmi tutto, anzi no, vengo a prenderti fra mezz’ora!”.

Straordinariamente, mezz’ora dopo, Marina, puntuale, era lì, nella camera di Terry, che la tempestava di domande.

Per lei questa era una sensazione nuova. Non le capitava spesso di dover parlare di ragazzi che non fossero interessati a lei. Era cambiata e da un po’ aveva allentato la sfilza di fidanzamenti che un tempo era il suo passatempo preferito.

Aveva ascoltato il racconto di Terry in silenzio non trattenendo un gridolino che le scappò quando seppe del bacio.

“Terry, sei felice?” le chiese facendosi seria all’improvviso.

“Ora lo sono. Forse ha ragione Andrea quando dice che la felicità non esiste. Quando arriva è già passata e se l’aspetti non arriva mai. Vivo questo momento e me lo stringo stretta prima che sfugga”.

“Io forse sono la persona meno indicata a darti consigli e quindi non te ne darò, sei grande abbastanza ma… cerca di non soffrire tanto”.

“Lo so che soffrirò. Ne sono cosciente, ma, che lui voglia o no, la favola è iniziata e la vivremo fino in fondo. Non vuole legami? Bene, non ne avrà, e se durerà poco: pazienza, ne sarà valsa la pena!”.

Andrea era in bici. Pedalava verso la litoranea godendosi quella giornata da sogno che solo la primavera può regalare.

Prendeva spesso la bici, l’aiutava a riflettere sulle cose e quella mattina pensava a Terry e a quanto era successo la sera prima.

Non doveva accadere” si diceva; ma non poteva fare a meno di desiderarla. Sentiva persino la voce di lei venire fuori dalla cuffia del wolkmen che portava alle orecchie.

Non potrò mai dimenticarti” gli aveva detto, e vedeva ancora i suoi occhi neri che diventavano lucidi non appena si emozionava un po’.

Ormai la commedia l’abbiamo rappresentata e, per il momento, di repliche non se ne parla. La dimenticherò. Sicuro, la dimenticherò”.

Il sole rendeva lucida la strada e faceva brillare il mare, quasi pronto per i primi bagnanti.

Fermò la bicicletta e sedette su un muretto di fronte alla spiaggia. Tirò fuori la fotografia di una ragazza che sorrideva. Sorrise anche lui, e con la mente andò indietro nel tempo. Solitamente, col passare del tempo, i cattivi ricordi lasciano il posto ai bei momenti trascorsi. Questo però ad Andrea non accadeva e quella fotografia era l’unica testimonianza di un trascorso sereno.

Neanche in sogno riusciva a vederla così, eppure erano passati tre anni. Il sogno ricorrente era sempre così reale…

Così terribilmente reale. Lei era a casa, seduta sulla poltrona della cucina con quel cappello rosa, tirato sulla fronte che nascondeva in modo parziale gli effetti devastanti della chemioterapia. Aveva un’aria diversa, quasi allegra e lui non ne aveva e non ne

capiva il motivo finché la madre di lei non gli disse che avevano scoperto un nuovo farmaco che sconfiggeva il cancro, ed Elisa sarebbe tornata quella di prima.

Quel sogno lasciava il posto alla realtà, e nella realtà non c’era quel farmaco miracoloso e purtroppo neanche Elisa; morta a vent’anni insieme a tutti quei bei sogni che a quell’età è

inevitabile fare. 

Era rimasto solo e ci volle un po’ per ricominciare a vivere. Si affezionò al teatro.

Quella finzione, durante le prove, sul palcoscenico, lo aiutavano ad evadere dalla realtà, e, quando interpretava qualsiasi personaggio, una forza invisibile lo spingeva a viverlo, non interpretarlo, lo interiorizzava fino a renderlo credibile.

Sei un attore che non recita e una persona che non sa che copione scegliere di vivere”, gli disse una ragazza che conobbe in un corso di dizione. Lui le sorrise, se ne compiacque, stupendo quella tipa che l’aveva provocato per sapere qualcosa in più di lui. Come al solito era fuggito anche da lei, evitando in questo modo ogni tipo di rapporto. Anche amichevole.

Preferiva rifugiarsi in storie da niente con ragazze che danno esattamente quello che ricevono: qualche serata passata spensieratamente in discoteca, un po’ di sesso sui sedili ribaltabili della sua auto e, soprattutto, niente problemi né impegni il giorno dopo.

Tirava avanti così e avrebbe continuato a farlo se non avesse incontrato Terry.

L’aveva osservata e studiata dalla prima volta che la vide al locale, con l’aria guardinga e sospettosa che cozzava con la sua faccia da bambina, poi, i loro discorsi, le loro divergenze, spianate da un sorriso e dalla frase: ”Sono opinioni personali…”.

Con lei parlava. A volte parlava senza accorgersene, solo lui, mentre Terry lo guardava attenta. Impulsivamente avrebbe voluto abbracciarla in quei momenti, ma sapeva che quel contatto li avrebbe legati. Per questo inventò la stupida scusa della favola che non si può vivere, credendoci forse anche un po’, fino a quando in macchina si erano baciati rendendo tutto più complicato.

Mise via la fotografia e accese una sigaretta. Fumava troppo ed ora ancora di più. “prima o poi smetterò” diceva spesso, ma ora non era il momento adatto.

 

CAPITOLO VIII

 

 

In centro ormai c’era sempre meno gente, di mattina; quasi tutti preferivano incontrarsi fuori città, vicino al mare, disertando la città. Terry e Marina, ancora fedeli a Piazza della Vittoria, quella domenica ci arrivarono a piedi. Lì c’erano alcuni amici ed amiche di scuola che avevano visto la commedia la sera prima, le accolsero con un applauso e, tra una battuta e un’altra, si complimentarono con loro.

Con loro si complimentò anche Enrico, un ragazzo che loro non conoscevano ancora e che dimostrò di essere molto simpatico, focalizzando su di sé l’attenzione dei presenti con delle storie ridicole che raccontò per rallegrare quella mattina di sole.

Aveva la macchina (questa era una virtù rara per i ragazzi della loro età) e, da buon cavaliere, si offrì di accompagnare a casa le ragazze. Fece un lungo giro per lasciare le due ragazze che, insieme a Terry e Marina, avevano accettato. Fu, però, piacevole la conversazione che instaurarono non appena entrati in auto.

La compagnia di Enrico era gradevole e, una volta arrivati, si promisero di continuare la conversazione qualche altra volta. Erano scese insieme perché a Terry non andava di rimanere sola con lui. Aveva notato che la guardava con un certo interesse e si inventò una scusa che le costò di dover scarpinare per dieci minuti prima di arrivare a casa appena in tempo per il pranzo.

A tavola si commentò la commedia e fu piacevole per Terry constatare che da un po’ di giorni la madre non infieriva sul padre. Si respirava un clima tranquillo a casa e sembrava che tutto andasse bene; ma a volte anche il cielo più terso con un colpo di vento si annuvola facendo diventare scuro tutto quello che c’è sotto. Questo Terry lo sapeva. Il suo istinto avvertiva già quella ventata. Avrebbe voluto fermare il tempo; bloccarlo per non essere delusa. Avrebbe voluto urlare per piegare quel vento, ma sapeva che il suo urlo non sarebbe bastato. Non aveva un fiato tanto forte; molte volte aveva desiderato urlare, ma non l’aveva mai fatto. Aveva vissuto passivamente la sua vita e solo adesso si rendeva conto di essere stata una comparsa di cui nessuno nota i movimenti, le

espressioni perché impegnato a seguire i protagonisti. Quelli che urlano, che si fanno sentire e cambiano il corso degli eventi.

Se avessi potuto urlare…” si era detta tante volte ed ora capiva che solo la sua voglia di essere invisibile glielo aveva impedito. Sorrise fra sé e sé ricordando il giorno in cui Andrea le parlò dei protagonisti e delle comparse. Si chiese se a questo punto lei sarebbe potuta diventare una di quelli che possono urlare, non per far cessare il vento, ma almeno per fare in modo che soffiasse senza fare molti danni.

Squillò il telefono. Era Paolo che la invitava per la sera dopo alla villa dei suoi genitori a Monte D’Arena, per festeggiare con la compagnia. Ci sarebbero stati tutti. Era proprio vero, le cose andavano bene, e al diavolo le ventate.

Non passarono neanche cinque minuti che il telefono squillò ancora e questa volta era Marina.

“Ti ha telefonato Paolo?”.

“Si, sono al settimo cielo”

“Terry, tu che dici, ci sarà Andrea?”

“Lui odia queste serate, ma Paolo ha detto che non sarebbe mancato nessuno, quindi ho buone speranze”

“Sei proprio cotta! Ti auguro di vederlo domani, anche se avresti avuto modo di rivederlo fra qualche giorno”

“Perché, cosa sai? Dai, sputa il rospo!”

“Sai dove andava il tuo Andrea, così di corsa, dopo le prove?”

“Se sai qualcosa, dilla subito o di strozzo!”

“Andava a provare con un’altra compagnia; una vera compagnia che rappresenta i lavori al Fusco e all’Orfeo. Altro che parrocchia!”

“E quello stronzo non me lo ha mai detto! Esclamò Terry. Poi incuriosita: “Ma tu come sai tante cose?”

“Elementare Terry. Basta guardare le locandine con cui hanno tappezzato Taranto. Ne ho

Proprio una di fronte a casa e sono pronta a scommettere che ce n’è qualcuna anche vicino casa tua”.

Incredibile. Una mattina passata per strada e nessuna delle due aveva notato quelle locandine. Marina ci aveva posato sopra gli occhi appena dopo aver salutato Terry e invano aveva girato l’angolo per chiamarla; era già scomparsa.

Avrebbe debuttato la settimana dopo all’Orfeo, Andrea, con un lavoro impegnato.

Recitava Pirandello, e aveva una parte importante.

Terry era orgogliosa di lui, scese da casa per vedere una di quelle locandine e constatò che Marina avrebbe vinto la scommessa in quanto all’angolo ne trovò una. Mentre la leggeva, si chiese per quale motivo in tutto quel tempo passato insieme non aveva mai accennato a quest’impegno; l’avrebbe tranquillizzata e soprattutto le avrebbe evitato tutte quelle domande e risposte che si era data per spiegarsi le sue fughe.

Bello stronzo davvero. Ma domani mi sente!”.

 

 CAPITOLO IX

 

 

È proprio vero: il lupo perde il pelo ma non il vizio. A dimostrare la veridicità di questo proverbio ci pensò Terry preparandosi mille discorsi e mille domande da sfoderare per caso ad Andrea quella sera. Aveva immaginato tutto, lei avrebbe acceso la miccia e avrebbe indotto lui a parlare come faceva di solito, guardandola negli occhi, accarezzandola con la sua voce. Si sarebbe messa lì ad ascoltarlo senza dire una parola e avrebbe aspettato che magari, come l’altra volta, l’avrebbe baciata, le avrebbe fatto capire che magari può essere vero che si può dimenticare tutto quello che è stato, ma quello che non c’è stato, si può solo sognare ed entrambi non avrebbero mai smesso di farlo. Ma era certa. Ora voleva vivere la sua favola, doveva avere la sua storia, anche breve, di qualche giorno, avrebbe avuto così qualcosa da raccontare o dimenticare. Non da sognare.

La macchina di Aldo arrivò puntuale sotto casa di Marina e le ragazze scesero subito. Terry era lì da un paio d’ore per evitare che quella pestifera si facesse cogliere in ritardo. Erano bellissime. Si guardarono allo specchio dell’ascensore atteggiandosi come stars e Marina, guardando l’amica, disse: “Sai una cosa? Se fossi maschio farei di tutto per strapazzarti un po’!” e rise di gusto toccandole il sedere. Era fantastica; finché avrebbe avuto intorno quella matta di Marina, Terry di certo non avrebbe sofferto di depressione. Cinque piani di risate fra sfottò e pizzicotti e arrivarono al piano terra abbracciate. “Sai che ti dico, Marì? Penso che anch’io, se fossi maschio, vorrei mettermi con te, ma non per le tue tette o per il culo; ma perché mi fai ridere da matti”.

In auto c’era anche Clara che come al solito cominciò a parlare senza dare a nessuno la possibilità di replicare. In quei mesi nessuna delle due aveva legato con quella ragazza. La sua invadenza le infastidiva, ancor di più a Terry che in più di un’occasione l’aveva vista sedere sulle gambe di Andrea. Niente di male, ma questo aggravava il concetto che si era fatta di lei.

Aldo parlava poco, era un abile scenografo. Aveva realizzato il disegno delle scenografie dimostrandosi brillante anche nella loro costruzione insieme a Marco, vero jolly della compagnia, che, oltre alla recitazione, si era anche impegnato nella realizzazione delle scene, montaggio, luci e audio. Marco era innamorato di Marina, lo aveva palesemente dimostrato, ma lei non l’aveva neanche preso in considerazione e le scocciava persino parlarne.

Ho finito di passare le mie serate parlando dei mosconi che mi vengono dietro” aveva sentenziato a Terry tempo prima, e allora non si era più parlato di Marco che continuava a guardarla con la speranza di ricevere uno sguardo di incoraggiamento che non arrivava.

Finalmente giunsero alla villa di Paolo. Era una sera fantastica. C’era una tavola apparecchiata sotto un gazebo ed un forno acceso. Avrebbero fatto delle pizze; niente di meglio per passare una serata insieme in allegria.

Appena entrata, Terry, si guardò intorno per vedere se era già arrivato Andrea, ma non lo vide. Chiese in giro se avessero visto anche loro le locandine con il suo nome e se lo sapevano prima, ma nessuno lo immaginava tranne Paolo che, per volere di Andrea, non l’aveva detto a nessuno.

“Ha detto che arriverà verso le dieci”. Le disse Marco con un sorriso. Tutti ormai avevano capito che fra i due c’era del tenero e di questo Terry se ne compiaceva. Guardò istintivamente l’orologio: le nove e due minuti, quando fu scossa da Marina che la distrasse dal pensiero di quell’ora d’attesa, per farle vedere una cosa.

La portò alle spalle della villa ed il mare era illuminato dalla luna che sembrava si potesse toccare per come era grande.

“Portalo qui e non potrà sottrarsi al tuo fascino e a quello della luna” le disse con un sorriso che Terry ricambiò.

“E tu? Non c’è nessuno che vorresti portare sotto questa luna?”

“C’è, ma è lontano ed è un bastardo!”

Ecco che, ancora una volta, Marina si lasciava scappare qualche frammento di quella storia andata a male. Terry più volte aveva colto nei suoi ricordi la traccia di una delusione, ma non aveva mai pensato che Marina potesse essere ancora innamorata di qualcuno. Sapeva che c’era stato per lei un periodo doloroso, era chiaro da quel che scriveva sul suo libro ancora da ultimare.

Terry non l’aveva mai forzata e aspettava che lei si aprisse, per infrangere quell’ultimo muro che non faceva ancora in modo di sapere tutto l’una dell’altra.

“Puoi portarci Marco. Secondo me non si è rassegnato”

“Dai terry, siamo serie. Mi ci vedi con lui?”

“Onestamente no. E con Paolo? Se non sbaglio ti piaceva”

“Non sbagli, solo che non ha corrente per far scoccare la scintilla. Tanto affascinante, tanto insipido. E poi te l’ho detto che la prossima storia sarà per amore, e, al momento, non potrei innamorarmi”

“Perché?”

“Perché lo sono ancora”

“Del bastardo?”

“Già, chissà perché tutti i tipi eccezionali sono bastardi” sospirò e sorrise a Terry che, pensierosa, analizzava quanto aveva appena sentito e intanto avvertiva ancora quella sensazione di freddo che presagiva nulla di buono.

Si mescolarono agli altri e cominciarono a preparare le pizze. Era organizzato tutto ella perfezione e quel forno avrebbe fatto la felicità di qualunque pizzaiolo.

Senza rendersene conto il tempo passava e le due amiche condivano le pizze che, prontamente, Marco infilava nel forno, quando lui entrò. Il cuore le balzò in petto quando Marina le sussurrò:

“E’ arrivato”

Era arrivato, ma non da solo. Aveva con se una ragazza che lo abbracciava e le stroncò ogni speranza quando si baciarono.

Si salutarono e lui le presentò la sua ragazza: Antonella, bellissima e, per quanto sentì dopo, anche brava nella recitazione. Faceva parte della compagnia con la quale Andrea avrebbe debuttato qualche giorno dopo e gli stava appiccicata quasi temesse di perderlo.

“E’ proprio vero, Marina. I migliori sono sempre bastardi”.

  

CAPITOLO X

 

 

Dopo una sera così, si può solo sperare di dormire per non pensare, almeno per qualche ora, a quanto crudele possa essere stato colui che si ama.

Arrivò a casa che le tremavano le gambe. Alla villa ed in macchina, al ritorno, non fu capace neanche di nascondere agli altri la delusione per l’offesa ricevuta così vigliaccamente da Andrea.

Si chiuse in un mutismo che neanche Marina riuscì ad interrompere.

“Non voglio parlarne” le aveva detto tagliando corto.

L’amica evitò qualsiasi tentativo di dialogo fino a quando non si lasciarono sotto casa sua con l’impegno di sentirsi la mattina dopo.

Ora si guardava nello specchio e si chiamava stupida, illusa per aver pensato che una persona così potesse impegnarsi con lei sconvolgendo così i suoi piani (chissà quali). Gli aveva detto la sera prima che non avrebbe potuto odiarlo, dimenticarlo. Ora lo disprezzava e si giurava che avrebbe fatto di tutto per cancellarlo dalla sua vita, dai suoi ricordi. Si mise a letto e non s’impose nemmeno per un attimo di chiudere gli occhi. Il dolore si era trasformato in rabbia e lo sguardo, fisso al soffitto, esprimeva la determinazione di chi non può essere incantata.

Da questo momento il gioco lo condurrò io. Non permetterò più  nessuno di trattarmi così. Da ora sarò io ad usare gli altri”.

Allungò la mano al cassetto del comodino che aprì con la chiave che custodiva dietro la spalliera del letto e prese la sua agenda. Trovò la pagina di quel giorno: domenica 20 maggio. Ci aveva scritto, con dei cuoricini intorno alle parole: “Stasera lo vedrò e…” con rabbia cancellò quella frase con due linee diagonali e più giù a stampatello scrisse: “Bentornata Terry!

Rimise tutto a posto, spense la luce e, nonostante fosse riuscita a non farlo per tutto quel tempo, pianse.

Lui era ancora per strada. Percorreva la città da più di mezz’ora e ancora non aveva voglia di tornare a casa. Sapeva di aver fatto una carognata sia a Terry che ad Antonella. Si era servita di lei per far capire a Terry che quel bacio non significava niente, che il loro amore non si sarebbe potuto realizzare e che un’avventura tra loro non avrebbe risolto il problema, anzi, lo avrebbe aggravato. Ora per beffa si ritrovava a coinvolgere una ragazza che non meritava certo di essere usata come alibi. L’aveva accompagnata fino all’ascensore e si erano baciati ancora, prima che lei scomparisse nella cabina. Era una brava ragazza, ma non aveva la sensibilità di Terry. Andrea le era affezionato. Alle prove avevano legato subito e aveva notato che lei non aspettava altro che lui si facesse avanti. Quella sera quasi inconsciamente l’aveva fatto ed ora se ne pentiva.

Come avrebbe fatto a dirle che non era possibile stare insieme perché… già, perché? Forse perché aveva fatto un giuramento? Perché non voleva far soffrire Terry? O semplicemente perché non l’amava?

Probabilmente tutte e tre queste motivazioni erano buone per lui; quello però che più lo

turbava era quella del suo giuramento.

Giura che non amerai più nessuna come hai amato me”. Andrea giurò; convinto che mai e poi mai avrebbe potuto amare ancora, ma questa convinzione ora era venuta meno. Adesso capiva che, non solo amava Terry, ma quando era con lei dimenticava quella storia stupenda e terribile, finita con la morte di Elisa.

I sensi di colpa lo assalivano.

Avrebbe voluto non aver mai giurato una cosa simile; ma come si fa a negare un giuramento a chi, egoisticamente, si aggrappa alla tua vita mentre la sua sta venendo meno?

Elisa vivrà con me per sempre” si disse quando la vide per l’ultima volta.

Non ce la faccio, Elisa… Non posso distruggermi” esclamò a voce alta mentre tornava a casa e già pensava come fare per lasciare Antonella prima di illuderla ancora di più.

CAPITOLO XI

 

 

Finalmente arrivò il momento degli esami di Stato e Terry li superò con determinazione meritandosi i tanto sognati 60/60. Ci teneva, aveva lavorato tanto ed ora che l’aveva ottenuto, quel risultato non le dava nessuna emozione particolare.

I momenti più belli, sono quelli delle prove. La commedia, nel momento in cui inizia, interrompe definitivamente il gusto dello sforzo, della lotta. Quando vado in scena, non penso più a niente perché non ho più niente a cui pensare e, mentre gli applausi della gente chiudono la rappresentazione, l’impegno di un paio d’ore, comincio ad immaginare quale nuovo personaggio interpreterò nella prossima commedia”.

Le parole di Andrea erano sempre vive nella mente di Terry, che, anche se cercava di reprimerle, emergevano inesorabilmente dimostrandosi come al solito giuste.

Non si erano più parlati, da quella sera alla villa di Paolo. Lei, con tutta la compagnia, era andata a vedere la commedia all’Orfeo, ma non era andata con gli altri a fargli i complimenti dietro le quinte alla fine della commedia. Lui le mandò i saluti tramite Marina, che più lo guardava, più si convinceva che i bastardi hanno tutti la stessa faccia. Marina si limitò ad annuire col capo, quando Andrea le chiese di salutarla, non risparmiandogli uno sguardo di risentimento per come aveva trattato la sua amica.

Andasse al diavolo!” esclamò violentemente Terry quando Marina le portò i saluti. Dopo un po’ le chiese se con lui c’era Antonella; insomma voleva sapere se fossero ancora insieme. Marina però non poté dire nulla di preciso. “Non so” rispose “si stava struccando in camerino”. “Al diavolo anche lei”.

E da allora cercò di non parlare più di Andrea, ma non riusciva ad evitare di pensarlo.

Cercò allora di svagarsi, di divertirsi come meglio poteva con la comitiva con cui lei e Marina uscivano e, tra mare, sole e serate in spiaggia, affrontò quell’estate celda con la parola d’ordine: “L’importante è vivere”. E forse ci stava riuscendo anche grazie ad Enrico con cui passava gran parte della giornata. Era molto dolce con lei e, sebbene Terry amasse ancora Andrea, a volte si accorgeva di aver bisogno di essere amata, desiderava di essere importante per qualcuno.

Marina era ancora libera e corteggiata, ma per il momento non vedeva all’orizzonte nient’altro che programmi a lunga scadenza. Non aveva fretta e ormai anche Terry la prendeva in giro definendola bella e impossibile.

“Sfotti pure, ma non pensare che Enrico risolva il tuo problema”.

Quella sera Terry non pensava minimamente che proprio da Marina dovesse subire una predica. Le sembrava che la sua migliore amica, la guardasse dall’alto verso il basso e, quel tono di voce così serio, le aveva dato l’effetto di una doccia fredda.

“Cos’ha Enrico che non va? Sei tu che non vai. Pensi che non si veda che pensi ancora ad Andrea?”.

“Non mi nominare quell’infame”.

“D’accordo, ma non è così che lo dimenticherai!”.

Terry non era abituata ad essere giudicata e doveva cercare di dimostrare che in fondo non aveva fatto niente; per cui subire una mortificazione proprio da lei non era giusto. Lei non doveva giudicarla.

“A parte il fatto che sono fatti miei, ancora non mi sono fatta mezzo istituto come una persona di mia conoscenza”.

Avrebbe voluto non aver mai detto quella frase che rese gelida l’atmosfera e il volto di Marina impallidì rendendo il suo sguardo freddo. Erano a casa di Terry e, senza dire una parola, quella pazza bionda, prese la borsetta e andò via. Terry era rimasta sola sul serio e avrebbe voluto urlare da protagonista, ma non poteva ancora perché l’unica persona che l’avrebbe ascoltata era lei stessa e non aveva voglia di sentirsi.

Marina sparì dalla circolazione. Usciva con altra gente e frequentava altri posti. Terry, anche se più volte fu sul punto di chiamarla, non prese mai il telefono per farlo.

“L’importante è vivere” si diceva; ma ormai anche i suoi nervi erano a pezzi. A casa, i litigi per poco interrotti, avevano preso un ritmo sempre più estenuante. Una volta degenerarono al punto che un piatto di spaghetti venne scaraventato contro il muro, che ancora testimonia con una larga macchia, la violenza di sua madre esaurita. Si nomina spesso la parola esaurimento, ma Terry non poteva sapere che proprio la madre soffrisse di stati depressivi. Suo padre lo sapeva e forse per questo la tollerava; ora aveva bisogno di cure e, con lo stupore generale, accettò di farsi aiutare. Anche lei aveva capito che non poteva continuare così.

“La notte può fare cattivi scherzi, può farti ricordare o dimenticare le persone che si amano” disse piano Enrico a Terry che, seduta sulla spiaggia a guardare il cielo, aspettava di vedere qualche stella cadente.

Era la notte di San Lorenzo ed erano sulla spiaggia con amici. Si cantava al suono della chitarra e Terry, molto silenziosa, sedeva in disparte. Pensava ad Andrea che non poteva far a meno di amare e a Marina: la sua migliore amica che rea andata via senza dirle niente. Neanche una parola.

“Non penso che si possa dimenticare completamente” rispose, scuotendosi da quel torpore.

“Forse insieme si può provare” incalzò Enrico guardandola teneramente. Lei vide in lui questa possibilità: tentare di dimenticare; sapeva di non amarlo, ma ci avrebbe provato pur di superare quel momento di confusione. Erano vicini e sentiva il suo respiro, chiuse gli occhi e si lasciò baciare. Quando li riaprì vide una stella cadente; cercò di esprimere il suo desiderio… ma arrossì. Anche tra le braccia di Enrico non riusciva a dimenticare Andrea.

 

 

 

CAPITOLO XII

 

 

Settembre ha il potere di rendere tristi i luoghi di spensieratezza e di allegria che fino a pochi giorni prima erano stati affollati di situazioni tutte estive; di quelle che come sogni svaniscono al risveglio lasciando un ricordo di una stagione frivola, senza impegni di scuola né di studio.

Terry per la prima volta affrontava questo Settembre chiedendosi: “Cosa farò?

Enrico, che lavorava nella ditta di un suo parente come impiegato, non sembrava curarsene molto, anzi, continuava a ripeterle di godersi questo periodo di riposo finché sarebbe durato, senza doveri né responsabiltà.

Era molto dolce ma certe cose non le capiva.

Certo; Andrea le sarebbe stato più vicino, le avrebbe parlato e tranquillizzata standole accanto; Enrico, invece, da un po’, cercava in tutti i modi di starle vicino in un altro senso.

Terry non aveva mai fatto l’amore ed era un po’ spaventata dalla sua insistenza. Non era ancora sicura di amarlo a tal punto e sistematicamente respingeva le sue avances.

La prima volta deve essere fatto con chi si ama” le aveva detto Marina, inseguendo un pensiero quando un pomeriggio si erano incontrate a casa sua per studiare.

Chissà qual era la sua storia, chi era stato il suo grande amore e, cosa era successo tra loro di tanto grave da tenere ferma una ragazza come lei che, nonostante innamorata, cercava di dimenticare senza tentare il tutto per tutto per ritrovare la persona amata.

Chissà che fine ha fatto Marina… Chissà che fine ha fatto Andrea. Dove vanno tutti?!” si chiedeva. Le mancavano le chiacchierate con quella bionda. Ora ne aveva davvero bisogno. Si sentiva pressata; insomma, Enrico le piaceva e non poteva negare di provare anche una certa attrazione fisica per lui. Perché allora continuava a negarsi?

La prima volta deve essere fatto con chi si ama” le ripeteva la voce di Marina come un ammonimento e lei continuava a pensare ad Andrea.

Con  lui  l’avrebbe  fatto, l’amore,  già  da  quella  sera, dopo  la commedia,  quando  si baciarono.

Maledetto bacio! Se non ci fosse stato, non sarei condannata a ricordarlo ogni volta che sto con Enrico”.

Settembre, come ogni anno, coglie tutti spietatamente di sorpresa, costringendoci ad indossare indumenti più pesanti e ad affrontare un inverno grigio e nuvoloso, ma nonostante tutti capiamo che è giusto così.

Terry era pronta a tutto, niente sembrava poterle sfuggire dalle mani, e la situazione era sempre sotto controllo come un tempo. Ci sono cose, però, per le quali è impossibile essere pronti e comunque non serve a nulla prepararsi. Ci colgono di sorpresa e ci fanno riflettere su storie che non avremmo mai immaginato di vivere.

“Terry, la madre di Marina al telefono. Sai dov’è andata stasera?”

Erano le sei del mattino quando suo padre l’aveva svegliata.

“Signora, non so. È da un po’ che non la vedo. Comunque mi faccia sapere quando torna”.

Terry non riuscì a prendere sonno. Era preoccupata e il suo istinto non le diceva niente di buono. Cercò di rilassarsi, di pensare a cosa avrebbe detto alla sua amica quando l’avrebbe chiamata. Forse quella sarebbe stata l’occasione giusta per riappacificarsi. Sarebbe finito quel periodo di separazione con una risata, e avrebbero continuato ad essere come un tempo.

Il telefono squillò alle otto e fece balzare il cuore in gola. Rispose non facendolo squillare due volte; dall’altro capo però non udì l’inconfondibile voce di Marina; era Lorenzo, il fratello che, con voce tremante, le disse che c’era stato un incidente e Marina era in sala di rianimazione.

È strano come a volte le cose che si sentono in televisione o per strada sembrino così lontane dalle nostre vite da farci sentire al sicuro. La morte, alcune malattie o quelle che molti ragazzi chiamano disgrazie, quando ci toccano, ci trovano sempre impreparati, distratti da fesserie che in quel momento riteniamo prioritarie. 

Non si può morire a vent’anni” si ripeteva Terry nel corridoio dell’ospedale. I medici non si pronunciavano. Marina oscillava tra la vita e la morte in un coma che lasciava tutti impotenti, senza risorse se non dalla preghiera. Già, Dio! Chissà perché anche lui salta fuori quando meno te lo aspetti, a dimostrare che non serve a niente pronosticare il proprio futuro. Dio, quello in cui molti credono e tutti rinnegano durante la folle corsa della vita, ora veniva invocato da Terry perché le restituisse la sua amica.

Enrico era con lei quando Paolo, Andrea e Marco arrivarono. Teneva la mano di Terry in silenzio e la lasciò quando lei salutò gli amici della compagnia. Non aveva mai saputo di Andrea, tuttavia colse nello sguardo di quel ragazzo una vena di gelosia che gli attraversava gli occhi e vide cambiare espressione alla sua ragazza.

Non poterono fare a meno di abbracciarsi e questo gli confermò che tra quei due, qualcosa era successo precedentemente.

Andrea la teneva stretta ripetendole che Marina se la sarebbe cavata, che tutto si sarebbe aggiustato, mentre lei piangeva rimproverandosi di non esserle stata vicina, di non esserle stata abbastanza amica. Le aveva voltato le spalle quando si era accorta che le loro idee non collimavano in tutto.

“Avevamo litigato” gli disse Terry singhiozzando.

“Avrete tempo di fare pace” rispose Andrea.

“Non si può morire a vent’anni”

Chissà quante volte Andrea si era aggrappato alla speranza di questa frase ed ora che Terry in lacrime l’aveva pronunciata, un brivido gli correva lungo la schiena riportandolo a quando, proprio in quell’ospedale, apprese che la sua ragazza non sarebbe vissuta più di sei mesi.

Quel giorno lui pianse come se lei fosse già morta e smise di vivere vedendola distruggere.

Si può morire a vent’anni, Terry” disse fra sé, riconoscendo che per come si era nascosto in questi tre anni, non era per niente la persona più indicata per dare consigli.

Proprio lui sapeva che: non solo si può morire a quell’età, ma si può smettere di vivere continuando a respirare come aveva fatto lui. In quel momento ne pagava le conseguenze, quel ragazzo che stringeva la mano di Terry dimostrava che il mondo con le sue storie va avanti nonostante si rifiuti di affrontarle.

Terry ora amava Enrico e un tempo aveva cercato di amare Andrea ma era stata offesa dalla sua mania di annullarsi, di sfuggire alle emozi