MIMMO FORNARO RACCONTA...
Capitolo X
Uscito dalla macchina respirò forte il caratteristico odore di legna bruciata tipica dei paesi che come Lizzano usano il camino per scaldare la cucina. Anche i suoi genitori ne avevano uno (nonostante avessero l’impianto di riscaldamento) e lo tenevano sempre acceso nei giorni particolarmente rigidi come quello. Aprì piano la porta con la chiave, attento a non far rumore.Voleva godersi , non visto, la sua famiglia mentre ripeteva i soliti rituali. È strano come la vita giri in tondo segnando con quelle circonferenze lo spazio di appuntamenti a nostra disposizione. Come i cerchi concentrici, nel corso degli anni ci avviciniamo inesorabilmente al centro ripetendo sempre più velocemente le stesse scene di avvenimenti vissuti, che non sorprendono più. Forse è questa quella che chiamano “serenità”: il non aspettarsi nient’altro che il preventivato svolgersi degli eventi. Più stretto si fa il cerchio, più frequenti e ricorrenti girano le cose, e l’istinto di chi invecchia fa in modo di non rendere la storia che si vive in quel momento sempre la stessa, uguale da anni. Rallentando i loro passi, l’intuito concede loro memoria di tempi in cui percorrevano cerchi grandi e trova risposte alle sofferenze che ora diventano “esperienza”. Chissà in quale cerchio si trovano pensò accostando la porta d’ingresso, forse rimanevano loro ancora un po’ di cerchi da percorrere, di sicuro però avevano rallentato il loro cammino. Il televisore era acceso e suo padre, seduto con i gomiti poggiati sul tavolo, lo guardava facendo salire dritto il filo di fumo dalla sigaretta che immancabilmente teneva fra le dita; forse era vero che fumava troppo, ma era altrettanto vero che molto spesso la cenere arrivava al filtro senza che lui avesse aspirato più di cinque o sei boccate. Franco dalla porta gli osservava la nuca, la sua sagoma robusta, poi vide sua madre che preparava la cena e si chiese se la scelta di andar via da casa era stata giusta e accarezzò l’idea di tornare a vivere con loro, visto come si erano messe le cose.
Tornò sui suoi passi e fece rumore nell’ingresso per avvisarli del suo arrivo senza spaventarli.
«Sono qui!» disse sulla porta.Erano solo dieci giorni che non li vedeva, tuttavia gli occhi dei suoi genitori si riempirono di gioia. Non era stato facile per loro accettare la decisione del loro figlio di andare via da casa, ma come sempre avevano fatto, non avevano mai cercato di fargli cambiare idea. Sapevano che il loro unico figlio non avrebbe mai intrapreso una strada senza prima avere ragionato a sufficienza. Era sempre stato così maturo da farli sentire a disagio quando non avevano risposte alle sue domande.
<<Come mai non hai telefonato?»
«Volevo farvi una sorpresa!»
«Almeno resti per il fine settimana?»
«Sì, ho bisogno di rilassarmi. Per due giorni sarò a vostra disposizione!» e si abbandonò sulla sedia. «Sono felice che resti.» disse il padre. «Almeno tua madre la finirà di cucinare verdura!»«Lo faccio per la tua pressione, brontolone!» replicò lei. «Ora andate a lavarvi le mani, tra un po’ si cena!»Dalla finestra si intravedeva la pioggia. Cominciava a cadere sottile e fitta e Franco per un attimo si rilassò al pensiero di essere lontano da tutti i suoi casini e da tutte le falsità, così facili da nascondere e così difficili da accettare. La sua teoria sui cerchi concentrici della vita si rivelò esatta anche quella sera. I suoi genitori percorrevano imperterriti la loro circonferenza con la massima serenità.
«Forse è giusto così!» disse. «A che serve vivere senza tempo se poi ci si macera per il suo trascorrere?»
Di colpo la sua saggezza divenne inutile per lui; le sue teorie, le sue conclusioni, il suo moralismo sulla “verità” scivolavano come olio sul freddo ghiaccio della realtà. «Non si deve pensare tanto. Ci si deve muovere nel proprio cerchio per non avere sorprese!» E pensò a Ubaldo che si rifiutava di muoversi nel piccolo cerchio che gli era stato assegnato, e a sé stesso, che si sentiva fuori posto nel suo, perché pensava di conoscere gli altri.
«Sfido che ci si senta da cani,» mormorò allo specchio. «Che gusto c’è a leggere un giallo di cui si conosce il colpevole?»
«Franco a tavola!»
La voce di sua madre lo riportò bruscamente alla realtà.
«Arrivo!» Si guardò allo specchio, indossò un sorriso e uscì dal bagno.
La cena si consumò serenamente. Parlarono di come si trascorreva la giornata, della pressione alta di suo padre, del fatto che aveva poca voglia di mettersi a dieta e nessuna di smettere di fumare; di come lei, sua madre, si preoccupasse troppo di tutto ed esagerasse con le sue premure.
Franco rideva di gusto alle battute che il padre, autodefinendosi “vittima”, indirizzava alla donna che da ventisei anni era stata la sua compagna e la sua insostituibile consigliera.
Chissà quale era la loro ricetta per andare così d’accordo? Franco se l’era chiesto molte volte, conscio del fatto che non aveva mai visto coppie giovani che andassero d’amore e d’accordo come loro, o come Lino e Ninetta. Forse poche erano anche le coppie meno giovani a vivere un rapporto altrettanto piacevole, ma quelle due eccezioni che confermavano la regola aprivano la porta dei sogni a Franco che continuava ad idealizzare l’amore eterno.
La pioggia continuava a cadere e quella serata ebbe su di lui un effetto rigenerante o perlomeno così si sentì quando a letto si addormentò senza pensare ai giorni trascorsi. Il sogno che fece, però, non fu sereno. Quegli stessi sogni che da sempre gli erano serviti per allontanare una realtà a lui noiosa, ora tornavano a dimostrargli che la vita non è poi senza sorprese se, come aveva notato, i famosi cerchi concentrici si accavallavano così facilmente. Era tempo che anche i sogni insorgessero contro di lui e lo fecero nel modo più spietato possibile. Un azzurro molto intenso simile al cielo lo circondava e lui faticava a distinguere le cose che gli apparivano all’improvviso e che goffamente schivava per non essere investito. Notò una fonte luminosa in alto e l’istinto gli suggerì di raggiungerla; respirando profondamente si lasciò andare e, come calamitato, cominciò a salire. Solo quando le cose cominciarono ad essere nitide, capì di trovarsi sott’acqua e che quella luce che lo attraeva era la luna. La cosa strana era che, inspiegabilmente, riusciva a respirare e quindi non si affannava nella risalita. Quando uscì la testa dall’acqua e i contorni dalla luna furono nitidi ai suoi occhi, fissò con adorazione quella palla argentata, ma dei rumori intorno a lui distrassero la sua attenzione. Erano delfini, ma al contrario di come li aveva immaginati tante volte, ora erano ostili e lo spintonavano col muso sballottandolo da una parte all’altra. Nel turbine di quegli schizzi, circondato da quei mammiferi a lui tanto cari, vide il suo scoglio e una figura d’uomo seduto sopra. Era Ubaldo che ancora una volta con quel suo sorriso lo prendeva in giro. Nel sogno però Franco notò che aveva tutte e due le gambe. Gli chiese aiuto tendendogli una mano che il pescatore non afferrò. Continuava a guardarlo combattere con i delfini nonostante lo implorasse di salvarlo, e il sorriso non si interruppe neanche quando due mani afferrarono il naufrago per le caviglie e lo tirarono giù.Il sorriso di Ubaldo fu l’ultima cosa che vide prima che l’acqua coprisse i suoi occhi, e se lo sentì addosso quando fradicio di sudore si svegliò di soprassalto mettendosi a sedere sul letto.
«Le sirene!» sussurrò nella sua stanza. «Quel bastardo non può liquidarmi così! Mi deve delle spiegazioni!»
Ancora una volta l’illogico prese piede nella sua mente. La sola differenza, che però cambiava tutto, era che non aveva ancora assimilato l’idea dell’imprevedibilità della vita, e già si scontrava col fatto che anche i sogni potevano sconfessarsi a seconda dei momenti, dando un senso di insicurezza a chi, come lui, li usava a suo piacimento. Guardò il suo orologio: le quattro e dieci. Cercò di riaddormentarsi ma senza successo; al mattino sarebbe tornato a Taranto per parlare con Ubaldo, doveva capire se la maledizione di quel vecchio era anche la sua. «Sei destinato a diventare come me» aveva risposto quando gli aveva chiesto perché aveva avvicinato proprio lui. Perché pensava che lo avrebbe capito?
Come aveva fatto a capire che anche lui non si sentiva a suo agio nel suo cerchio? Chissà perché Franco quella notte, in quei momenti insonni, con i lampi che di tanto in tanto filtravano dalle persiane illuminando la sua camera, ebbe paura del suo futuro. Non si compiaceva più del suo essere “diverso”, si sentiva guasto. Malato di un male oscuro che col tempo lo avrebbe portato a tagliare i ponti con la realtà. Chissà, i suoi racconti avrebbero significato per lui quello che i disegni significavano per Ubaldo, e i suoi delfini si sarebbero sovrapposti alle immagini delle sirene. Sarebbe riuscito mai ad essere felice?
Avrebbe potuto vivere di sogni? Intanto il ricordo di quel sorriso sul volto di Ubaldo non riusciva a cancellarsi dalla sua mente e la mancanza da parte sua di un aiuto lo spaventava e lo indispettiva allo stesso tempo.
«Domani», disse, «Domani torno lì!» e si addormentò.
Mi manca una paginetta
per finire quel famoso monologo
ce l'ho tutto in testa ma...
e parole non si allineano coi pensieri a volte!
aspetterò ancora
vedremo.
intanto...
OPS...
MI E' SCAPPATO UN ALTRO CAPITOLO...
SARANNO CONTENTI CHI COME ME E' A CASA AD ANNOIARSI
NIENTE PAURA AMICI...
SE NE VOLETE CE N'E ANCORA...
BASTA CHIEDERE
VI ASPETTO !!!
LA DOMENICA E' UNO DEI GIORNI PIU' PALLOSI DELLA SETTIMANA!
SOPRATTUTTO SE NON SI FA' NIENTE...
SE ANCHE VOI OZIATE
SPARATEVI QUEST'ALTRO CAPITOLO
E
APRIAMO LA VALIGIA DI UBALDO...
CAPITOLO VII
La televisione era ancora accesa. Trasmettevano un film comico americano di quelli che ad Enzo piacevano tanto. Spesso se lo vedeva arrivare con qualche videocassetta sotto il braccio e veniva letteralmente costretto a guardarla insieme. «Questo film è irresistibile!» diceva, ma come al solito, mentre lui si contorceva dalle risate, Franco rimaneva impassibile. In quel momento avrebbe voluto che entrasse dalla porta. Aveva voglia di parlargli, voleva raccontargli cosa era successo dopo che si erano lasciati quella mattina e magari cercare di capire il motivo della sua insolita malinconia.
Guardò l’orologio: le nove e venti; un po’ presto per andare a letto. Enzo sicuramente si trovava in qualche luogo appartato a farsi consolare da qualche ragazza incantata dai suoi occhi espressivi e dai suoi discorsi esistenzialistici.
Impossibile sfuggire a quella tecnica di conquista! Erano anni che l’adottava con successo e forse aveva ragione lui quando sosteneva di non ingannare nessuno. Enzo provava davvero quei sentimenti che esternava, forse per la sua capacità di immedesimarsi come un attore nella parte o forse perché non sapeva amare a lungo. Chissà, forse anche lui come Franco cercava una persona con cui volare e per questo era in crisi?
Franco rise mentre ci pensava e sedette di fronte alla valigia di Ubaldo, prese la chiave l’aprì. Era un po’ emozionato, guardò dentro e ci trovò degli album, li aprì rapidamente eciò che vide lo lasciò senza parole. Su quei fogli da disegno pareva che le scene raffigurate godessero di una vita propria.
Dei disegni meravigliosi. Il mare era sempre presente in quei soggetti e con un po’ di attenzione notò che un’altra componente non mancava mai: le sirene, ora nascoste dietro uno scoglio mentre guardavano una barca (forse la sua), ora che si esibivano in evoluzioni sottomarine con i loro delfini. In alcuni si vedevano solo le pinne, ma la loro presenza era fissa in quei disegni. Anche i colori erano curati bene, aveva usato pastelli e anche il più piccolo particolare era sottolineato come se fossero delle fotografie che immortalavano momenti di sogno. Già, un sogno forse più ambizioso dei delfini: Ubaldo aspettava le sirene. Continuò a sfogliare quei disegni che rivelavano con piccoli particolari l’esistenza di quelle fantastiche creature. Solo a volte le sirene erano in primo piano, ma venivano rappresentate di schiena mentre si nascondevano per sfuggire agli occhi di chi non aveva pinne.
Franco non poté fare a meno di notare che quei disegni tracciavano un racconto. Le prime tavole ritraevano un ragazzetto sul molo e alcune sirene che dietro una barca lo spiavano sorridendo.
Via via che i disegni si susseguivano, il ragazzetto cresceva e Franco capì
dalla rassomiglianza del viso che quella era la storia del vecchio, la storia della sua vita.
Ancora adesso, Ubaldo conservava quei tratti sul viso e anche in quel disegno che lo ritraeva scalzo e bambino ad aspettare le barche aveva quello sguardo così intenso e nello stesso tempo distaccato. Franco sfogliava quegli album con una lentezza mistica. Il suo respiro regolare dimostrava come quella scatola aveva avuto su di lui il potere di rilassarlo. Neanche un buon libro, a volte, ci riesce. Ora capiva perché era giusto che quella scatola l’aprisse da solo. Ubaldo rispondeva a tutte le sue domande raccontandosi senza aprire bocca . La sua presenza sarebbe stata elemento di disturbo, avrebbe imbarazzato entrambi. Il bambino cresceva e si faceva alto e bello, i suoi muscoli guizzavano sotto la sua pelle abbronzata mentre ombreggiava la barca o remava fra i pali delle cozze in Mar Piccolo. Le sirene però non erano più in tante, solo una lo spiava e il suo sguardo non era quello benevolo e protettivo di quando era bambino: era uno sguardo da innamorata. Lo ammirava mentre si tuffava dal ponte di pietra proprio come il salumiere lo aveva descritto: “come un uccello”, con le braccia aperte e il torace in fuori, in un volo d’angelo, e “come un delfino” fra gli schizzi di un mare non abbastanza complice da farli incontrare.
Com’era fiera di lui quella sirena!
E nel disegno che lo ritraeva alle prese con un delfino impigliato nella sua lenza, erano così vicini che solo per un soffio lui non la vide. Era poggiata sul bordo della barca e li osservava, mentre il ragazzo liberava il delfino in mare. Franco era estasiato da quel racconto, e il susseguirsi di quelle innumerevoli tavole accarezzavano la sua fantasia facendogli perdere di vista la realtà. Le sirene non esistono. Nessuno ha mai parlato con loro e nessuno le ha vedute così da vicino da non avere dubbi in merito; nonostante questo, però, sperava di trovare, nei successivi disegni, Ubaldo e la sua sirena abbracciati al chiaro di luna. Quel disegno non arrivava. Lui diventava sempre più grande, si avventurava sulla barca ignaro di lei ma sempre fedele. Con Ubaldo ormai uomo non c’erano mai donne e la bella sirena non invecchiava, lo osservava sempre innamorata fino a quando non lo vide passeggiare con una ragazza sulla marina e uscire dalla chiesa di S. Giuseppe con gli invitati che sorridevano ai novelli sposi. Quei due eventi ricordarono a Franco che sebbene ci fosse in quei disegni una componente irreale, sopra la superficie del mare e sulla terra, quella storia che si svolgeva sotto ai suoi occhi era reale. Ubaldo si era sposato davvero in quella chiesa, e quel disegno poteva essere meraviglioso anche senza quella sirena che con l’aria tanto triste spiava dal mare! Era un sogno e i sogni non sono rilevanti ai fini di una cronaca. Doveva essersi sposato tardi, Ubaldo. Dal suo aspetto si sarebbe detto cinquantenne e sua moglie solo trentenne. L’aveva ritratta in diversi disegni con lui mentre con l’abito buono passeggiavano in Piazza Castello a ridosso della ringhiera che dava sul mare. Era bella, ma aveva sempre il viso stanco, pallida come se qualche malattia covasse in lei. Chissà, forse era stata la sirena a soffiarle dal mare qualche misterioso veleno, sembrava così arrabbiata! Il viso di quella creatura era diventato cattivo, colmo di gelosia e non cambiò neanche quando vide la sposa del suo Ubaldo che aspettava col pancione l’arrivo del suo uomo. Proprio su quella banchina dove aveva notato il suo unico amore ancora bambino, ora le toccava vedere una donna con in grembo il suo seme.
Il susseguirsi dei disegni era così preciso da far dimenticare quello che succedeva intorno a Franco.
Era così immerso in quel racconto da non sentire che bussavano alla porta.
Quando si sentì chiamare per nome trasalì. Riconobbe la voce: era Emanuele.
Istintivamente mise via gli album nascondendoli in un mobile del soggiorno, era convinto che nessuno oltre lui conoscesse il segreto di Ubaldo.
L’orologio sul muro segnava le dieci e dieci, era evidente che Emanuele sapeva che a quell’ora Ubaldo era a letto. Spalancò la porta socchiusa con un movimento deciso. C’era anche Anna.
«Se sei venuto per fare a pugni, scegli un posto più isolato,» disse Franco. «Non ci tengo a dare spettacolo!».
Nella sua voce c’era disprezzo, non parlava in dialetto come spesso faceva con Emanuele. Ora era Franco che voleva sottolineare la loro diversità.
«Non sono venuto per questo … Possiamo entrare?»
Franco fece un cenno col capo e li fece accomodare intorno al tavolo del soggiorno.
Spense il televisore, il film era quasi finito senza che se ne fosse accorto. Guardò Anna, somigliava molto alla madre: aveva i suoi occhi.
«Allora?» chiese un po’ seccato.
«Siamo qui per chiederti scusa,» rispose a voce bassa Emanuele.
«Non c’è bisogno, tra qualche giorno tuo suocero tornerà a casa e ‘sta storia finirà una volte per tutte!»
«Già, ma vorrei che tutto tornasse come prima, sono stato un coglione…e ubriaco per giunta!» sorrideva cercando di compiacere Franco, ma in quella stanza l’atmosfera era gelida.
“Ormai non ha più senso che tutto torni com’era.Il vino ti ha solo fatto trovare il coraggiodi dire ciò che pensi».
«Non è vero!» intervenne istintivamente Anna. «Non pensava quello che ha detto!»
Era impossibile sfuggire a quegli occhi, Franco ne fu per un attimo rapito, poi con tono distaccato riprese a parlare.
«Non ha più importanza. Per quanto mi riguarda, è gia da tempo che non mi frega un bel niente di quello che la gente pensa di me. Non me ne faccio un problema».
«Senti Franco, io….»
«Sentimi tu invece, Emanuele! Non mi piacciono queste visite ufficiali e, per come ti sei comportato, non mi piaci neanche tu. Quindi trovo inutile parlarne» e si alzò come per dire
“andate via!” La coppia si alzò e prima che andasse via, Franco rivolto ad Anna aggiunse: «Tuo padre non ha tagliato i ponti con voi, me lo ha detto quando gli ho consigliato di essere più comprensivo; quindi, se lo vieni a trovare, ne sarà felice. Puoi venire anche quando non ci sono, potrebbe aver bisogno di aiuto».
Ancora una volta colse la luce negli occhi tristi di lei. «Grazie» rispose la donna.
Franco li accompagnò alla porta per salutarsi con freddezza.
Il ragazzo chiuse la porta e respirò profondamente, quella situazione lo stava soffocando. Non era abituato a trattare così la gente, specialmente quelle persone che fino al giorno
prima considerava un po’ la sua famiglia…Poi c’era Anna, quella che dopo anni aveva finalmente conosciuto e che complicava tutto.
Sì, era giusto così! Doveva evitare di pensare a lei e di desiderare incoscientemente che
lo sapesse, doveva sfuggire a quel richiamo, non era per niente il caso di ficcarsi in un altro guaio.
Lo sguardo si posò sul pacchetto di sigarette che fino a qualche ora prima era intatto, pensò di rimetterlo a posto e di resistere alla tentazione di fumare, ma ormai la sua scommessa col fumo era persa. Ne accese una e andò a e si rituffò nei disegni di Ubaldo.
EBBENE SI, CARI AMICI,
CREDO PROPRIO CHE AFFRETTERO'
L'INVIO DEI CAPITOLI DI
QUANDO ARRIVERANNO I DELFINI...
ANCHE SE POCHI LASCIANO TRACCE DI SE ATTRAVERSO I COMMENTI,
IL NUMERO DEI VISITATORI SALE!!!!
E CHI SE LO ASPETTAVA???
MA ECCOMI AL VI CAPITOLO...
caro Peppe,
i tuoi commenti mi ridanno un pò di ossigeno e fiducia in quello che pensavo fosse una parentesi chiusa durata purtroppo 5 racconti (visto che ormai scrivo solo per il teatro e non più narrativa). Purtroppo non ho mai trovato nessuno disposto a pubblicarli, quindi, se vuoi, stampali e riponili in qualche scaffale della tua libreria. Ne sarò felice.
I delfini sono animali troppo simili all'uomo con la differenza che a nostro dispetto sono liberi di essere quelli che sono senza vergognarsi di esser nati in un mare che stiamo distruggendo. Liberi di nascere, vivere e morire seguendo sentimenti da noi sepolti da qualche ipocrita logica di adattamento (?) . Mi piace credere che tutti quei delfini ritrovati senza vita sulle spiagge abbiano scelto di morire per un qualche fine poetico... o semplicemente per rammentare a noialtri che siamo padroni di niente e che il nostro gloriarci è assolutamente ridicolo.
con vera stima
mimmo
ANCHE STANOTTE LA NOTTATA LA PASSERO' DI FRONTE AL PC PER TIRARE FUORI UN MONOLOGO DIGNITOSO...
LA VERITA' E' CHE MI STO LASCIANDO TRAVOLGERE DA RICORDI APPARENTEMENTE SBIADITI MA LUCIDAMENTE CONSERVATI IN QUALCHE ANGOLO DELLA MIA SFERA DI CRISTALLO...
INCANALARE I MIEI RICORDI VERSO UN TEMPO IN CUI TUTTO SEMBRAVA FERMO
UN TEMPO IN CUI NON C'ERANO I PC, MA SI SENTIVA PARLARE DI
CERVELLI ELETTRONICI
UN TEMPO IN CUI TUTTO SEMBRAVA DOVESSE FERMARSI
DOVE I RAGAZZINI NON FACEVANO DI TUTTO PER APPARIRE TUTT'ALTRO CHE RAGAZZINI
IO PER PRIMO INCONSCIAMENTE CERCAVO DI TENERMI STRETTI QUEGLI ATTIMI PALPABILI DI UN TEMPO IRRIPETIBILE
DOVE IL TEMPO SEMBRAVA ESSERE ARRIVATO AL MIO PRIMO CHEC POINT
CAPITA DI AVVERTIRE UN RALLENTAMENTO NEL TEMPO...
CE NE SAREBBERO STATI ALTRI
LO SAPEVO ANCHE ALLORA,
MA QUESTO
E SOLO QUESTO
SAREBBE STATO DESTINATO
AD ESSERE MESSO SU CARTA E...
SU DI UN PALCO
QUESTO E' IL VANTAGGIO DI CHI SCRIVE E RAPPRESENTA
TORNARE INDIETRO E MUOVERE SE STESSI E GLI ALTRI COME SE SI FOSSE FUORI DAL TEMPO...
MA ANDIAMO AVANTI CON ILRACCONTO...
QUANDO ARRIVERANNO I DELFINI...