MIMMO FORNARO RACCONTA... Mimmo Fornaro racconta...

lunedì, 31 luglio 2006, ore luglio 31, 2006 21:59

Capitolo X


Uscito dalla macchina respirò forte il caratteristico odore di legna bruciata tipica dei paesi che come Lizzano  usano il camino per scaldare la cucina. Anche i suoi genitori ne avevano uno (nonostante avessero l’impianto di riscaldamento) e lo tenevano sempre acceso nei giorni particolarmente  rigidi come quello. Aprì piano la porta con la chiave, attento a non far rumore.Voleva godersi , non visto, la sua famiglia mentre ripeteva i soliti rituali.  È strano come la vita giri in tondo segnando con quelle circonferenze lo spazio di appuntamenti a nostra disposizione. Come i cerchi concentrici, nel corso degli anni ci avviciniamo inesorabilmente al centro ripetendo sempre più velocemente le stesse scene di avvenimenti vissuti, che non sorprendono più. Forse è questa quella che chiamano “serenità”: il non aspettarsi nient’altro che il preventivato svolgersi degli eventi. Più stretto si fa il cerchio, più frequenti e ricorrenti girano le cose, e l’istinto di chi invecchia fa in modo di non rendere la storia che si vive in quel momento sempre la stessa, uguale da anni. Rallentando i loro passi, l’intuito concede loro memoria di tempi in cui percorrevano cerchi grandi e trova risposte alle sofferenze che ora diventano “esperienza”. Chissà in quale cerchio si trovano pensò accostando la porta d’ingresso, forse rimanevano loro ancora un po’ di cerchi da percorrere, di sicuro però avevano rallentato il loro cammino. Il televisore era acceso e suo padre, seduto con i gomiti poggiati sul tavolo, lo guardava facendo salire dritto il filo di fumo dalla sigaretta che immancabilmente teneva fra le dita; forse era vero che fumava troppo, ma era altrettanto vero che molto spesso la cenere arrivava al filtro senza che lui avesse aspirato più di cinque o sei boccate. Franco dalla porta gli osservava la nuca, la sua sagoma robusta, poi vide sua madre che preparava la cena e si chiese se la scelta di andar via da casa era stata giusta e accarezzò l’idea di tornare a vivere con loro, visto come si erano messe le cose.
Tornò sui suoi passi e fece rumore nell’ingresso per avvisarli del suo arrivo senza spaventarli.

«Sono qui!» disse sulla porta.Erano solo dieci giorni che non li vedeva, tuttavia gli occhi dei suoi genitori si riempirono di gioia. Non era stato facile per loro accettare la decisione del loro figlio di  andare via da casa, ma come sempre avevano fatto, non avevano mai cercato di fargli cambiare idea. Sapevano che il loro unico figlio non avrebbe mai intrapreso una strada senza prima avere ragionato a sufficienza. Era sempre stato così maturo da farli sentire a disagio quando non avevano risposte alle sue domande.
<<Come mai non hai telefonato?»
«Volevo farvi una sorpresa!»
«Almeno resti per il fine settimana?»
«Sì, ho bisogno di rilassarmi. Per due giorni sarò a vostra disposizione!» e si abbandonò sulla sedia. «Sono felice che resti.» disse il padre. «Almeno tua madre la finirà di cucinare verdura!»«Lo faccio per la tua pressione, brontolone!» replicò lei. «Ora andate a lavarvi le mani, tra un po’ si cena!»Dalla finestra si intravedeva la pioggia. Cominciava a cadere sottile e fitta e Franco per un attimo si rilassò al pensiero di essere lontano da tutti i suoi casini e da tutte le falsità, così facili da nascondere e così difficili da accettare. La sua teoria sui cerchi concentrici della vita si rivelò esatta anche quella sera. I suoi genitori percorrevano imperterriti la loro circonferenza con la massima serenità.
«Forse è giusto così!» disse. «A che serve vivere senza tempo se poi ci si macera per il suo trascorrere?»
Di colpo la sua saggezza divenne inutile per lui; le sue teorie, le sue conclusioni, il suo moralismo sulla “verità” scivolavano come olio sul freddo ghiaccio della realtà. «Non si deve pensare tanto. Ci si deve muovere nel proprio cerchio per non avere sorprese!» E pensò a Ubaldo che si rifiutava di muoversi nel piccolo cerchio che gli era stato assegnato, e a sé stesso, che si sentiva fuori posto nel suo, perché pensava di conoscere gli altri.
«Sfido che ci si senta da cani,» mormorò allo specchio. «Che gusto c’è a leggere un giallo di cui si conosce il colpevole?»
«Franco a tavola!»
La voce di sua madre lo riportò bruscamente alla realtà.
«Arrivo!» Si guardò allo specchio, indossò un sorriso e uscì dal bagno.
La cena si consumò serenamente. Parlarono di come si trascorreva la giornata, della pressione alta di suo padre, del fatto che aveva poca voglia di mettersi a dieta e nessuna di smettere di fumare; di come lei, sua madre, si preoccupasse troppo di tutto ed esagerasse con le sue premure.
Franco rideva di gusto alle battute che il padre, autodefinendosi “vittima”, indirizzava alla donna che da ventisei anni era stata la sua compagna e la sua insostituibile consigliera.
Chissà quale era la loro ricetta per andare così d’accordo? Franco se l’era chiesto molte volte, conscio del fatto che non aveva mai visto coppie giovani che andassero d’amore e d’accordo come loro, o come Lino e Ninetta. Forse poche erano anche le coppie meno giovani a vivere un rapporto altrettanto piacevole, ma quelle due eccezioni che confermavano la regola aprivano la porta dei sogni a Franco che continuava ad idealizzare l’amore eterno.
La pioggia continuava a cadere e quella serata ebbe su di lui un effetto rigenerante o perlomeno così si sentì quando a letto si addormentò senza pensare ai giorni trascorsi. Il sogno che fece, però, non fu sereno. Quegli stessi sogni che da sempre gli erano serviti per allontanare una realtà a lui noiosa, ora tornavano a dimostrargli che la vita non è poi senza sorprese se, come aveva notato, i famosi cerchi concentrici si accavallavano così facilmente. Era tempo che anche i sogni insorgessero contro di lui e lo fecero nel modo più spietato possibile. Un azzurro molto intenso simile al cielo lo circondava e lui faticava a distinguere le cose che gli apparivano all’improvviso e che goffamente schivava per non essere investito. Notò una fonte luminosa in alto e l’istinto gli suggerì di raggiungerla; respirando profondamente si lasciò andare e, come calamitato, cominciò a salire. Solo quando le cose cominciarono ad essere nitide, capì di trovarsi sott’acqua e che quella luce che lo attraeva era la luna. La cosa strana era che, inspiegabilmente, riusciva a respirare e quindi non si affannava nella risalita. Quando uscì la testa dall’acqua e i contorni dalla luna furono nitidi ai suoi occhi, fissò con adorazione quella palla argentata, ma dei rumori intorno a lui distrassero la sua attenzione. Erano delfini, ma al contrario di come li aveva immaginati tante volte, ora erano ostili e lo spintonavano col muso sballottandolo da una parte all’altra. Nel turbine di quegli schizzi, circondato da quei mammiferi a lui tanto cari, vide il suo scoglio e una figura d’uomo seduto sopra. Era Ubaldo che ancora una volta con quel suo sorriso lo prendeva in giro. Nel sogno però Franco notò che aveva tutte e due le gambe. Gli chiese aiuto tendendogli una mano che il pescatore non afferrò. Continuava a guardarlo combattere con i delfini nonostante lo implorasse di salvarlo, e il sorriso non si interruppe neanche quando due mani afferrarono il naufrago per le caviglie e lo tirarono giù.Il sorriso di Ubaldo fu l’ultima cosa che vide prima che l’acqua coprisse i suoi occhi, e se lo sentì addosso quando fradicio di sudore si svegliò di soprassalto mettendosi a sedere sul letto.
«Le sirene!» sussurrò nella sua stanza. «Quel bastardo non può liquidarmi così! Mi deve delle spiegazioni!»
Ancora una volta l’illogico prese piede nella sua mente. La sola differenza, che però cambiava tutto, era che non aveva ancora assimilato l’idea dell’imprevedibilità della vita, e già si scontrava col fatto che anche i sogni potevano sconfessarsi a seconda dei momenti, dando un senso di insicurezza a chi, come lui, li usava a suo piacimento. Guardò il suo orologio: le quattro e dieci. Cercò di riaddormentarsi ma senza successo; al mattino sarebbe tornato a Taranto per parlare con Ubaldo, doveva capire se la maledizione di quel vecchio era anche la sua. «Sei destinato a diventare come me» aveva risposto quando gli aveva chiesto perché aveva avvicinato proprio lui. Perché pensava che lo avrebbe capito?
Come aveva fatto a capire che anche lui non si sentiva a suo agio nel suo cerchio? Chissà perché Franco quella notte, in quei momenti insonni, con i lampi che di tanto in tanto filtravano dalle persiane illuminando la sua camera, ebbe paura del suo futuro. Non si compiaceva più del suo essere “diverso”, si sentiva guasto. Malato di un male oscuro che col tempo lo avrebbe portato a tagliare i ponti con la realtà. Chissà, i suoi racconti avrebbero significato per lui quello che i disegni significavano per Ubaldo, e i suoi delfini si sarebbero sovrapposti alle immagini delle sirene. Sarebbe riuscito mai ad essere felice?
Avrebbe potuto vivere di sogni? Intanto il ricordo di quel sorriso sul volto di Ubaldo non riusciva a cancellarsi dalla sua mente e la mancanza da parte sua di un aiuto lo spaventava e lo indispettiva allo stesso tempo.
«Domani», disse, «Domani torno lì!» e si addormentò.

mimmofornaro





lunedì, 31 luglio 2006, ore luglio 31, 2006 12:16

 Mi manca una paginetta

per finire quel famoso monologo

ce l'ho tutto in testa ma...

e parole non si allineano coi pensieri a volte!

aspetterò ancora

vedremo.

intanto...





CAPITOLO IX
Per Franco quella mattina non passava mai, aspettò mezzogiorno per chiamare a casa.
Era emozionato all’idea che in casa sua c’era Ubaldo libero di guardare la sue cose.
Questo lo spaventava e gli piaceva al tempo stesso, voleva che quell’uomo lo conoscesse, aveva bisogno di raccontarsi senza dimenticare niente. Il telefono squillò a lungo e finalmente sentì alzare la cornetta, la voce però che rispose era quella di Anna.
«Ciao Anna, sono Franco, va tutto bene?»
«Ciao Franco; sì, va tutto bene. Mio padre ha accettato di tornare a casa. E’ appena sceso. Io sono qui per prendere la sua roba».
«Ah… Bene… Si è convinto a tornare a casa allora!» disse senza riuscire a nascondere un tono di rammarico nella voce. «Meglio così» continuò. «Meglio per tutti!».
Abbassò la cornetta masticando un “vaffanculo”. Era sconcertato. Cosa aveva spinto Ubaldo a capitolare così in fretta? Come era possibile che in così poche ore quel vecchio testardo si fosse convinto a tornare a casa, dopo tutto quel casino?
“Lo stronzo sono io!” Pensò. “Chissà cosa mi aspettavo da lui! E’ solo un povero diavolo che ha bisogno continuamente di qualcuno che lo accudisca. Era naturale che tornasse a casa dai suoi!”
Ma non riusciva a reprimere il rammarico di quella “inversione di marcia” da parte di Ubaldo. Si sentiva tradito e solo, in quel palazzo dove non aveva più nessuno con cui parlare. Anche Anna era ritornata quella entità anonima di un tempo. Tutto era apparentemente normale come un tempo. Ogni cosa al suo posto a fare bella mostra di un equilibrio utile a chi finge che tutto va bene. Dopo il lavoro andò sul suo scoglio a riflettere, ma dentro di lui si era rotto qualcosa, non si sentiva più sereno in quel posto, era inquieto, era come se un senso d’irrequietezza scorresse sotto la sua pelle e lo spingesse ad abbandonare quel luogo aperto e solitario. Si alzò di scatto e si diresse verso la macchina; era inutile rimanere lì se non riusciva a rilassarsi come un tempo. Lo stereo in auto mandava pubblicità ma Franco non se ne accorgeva, era assente, nella sua testa si accavallavano disordinatamente ricordi e volti inutili.
Sembrava che proprio le cose inutili avessero preso il sopravvento nei suoi pensieri.

A volte accadono delle cose difficili da spiegare. E’ come se in alcuni momenti, tutti i pezzi che compongono il mosaico della nostra vita, si incastrino perfettamente nel modo giusto, ma ci ritroviamo sempre troppo impreparati per fermare quell’attimo, così abituati a cercare incastri improbabili o addirittura impossibili. Forse siamo troppo vigliacchi per accettare il disegno del nostro mosaico e preferiamo passare la vita a sbagliare piuttosto che rassegnarci alla felicità di vedere realizzato il nostro destino.
Questo stava accadendo a Franco senza che lui se ne rendesse conto. Parcheggiò la 126 sotto il portone di Enzo, guardò l’orologio: le cinque meno un quarto; sicuramente era rincasato, a quell’ora sapeva che lo avrebbe trovato davanti al televisore a vedere cartoni animati.
«Ciao Franco, finalmente ti fai vedere! Dove sei stato?»
«Buona sera signora, da nessuna parte, non sono uscito molto in questo periodo.»
«Vai, Enzo è di là. Io preparo il caffè».
La madre di Enzo era una donnina bassa e magra con gli occhi che infondevano tenerezza. Franco le era affezionato, la considerava una persona speciale, tanto da farle leggere i suoi racconti e chiederle pareri in merito.
Enzo era, come pensava Franco, seduto alla poltrona del salotto, con una gamba sul bracciolo. Guardava dei cartoni animati in televisione. Quando lo vide entrare non si scompose, si limitò a sorridergli indicandogli il divano per farlo accomodare.
«Questi cartoni sono eccezionali!» esclamò quando furono finiti. «Hanno ricalcato la comicità dei fratelli Marx!». Poi, come se lo avesse visto in quel momento, lo guardò incuriosito.
«Come mai da queste parti?
«Non avevo voglia di tornare a casa. Ti va di parlare?»
«Più di quanto tu possa immaginare!»
E andò ad aprire la porta alla madre che arrivava col caffè. Spense il televisore e sedettero sulle sedie intorno al tavolo di cristallo dove di solito facevano i compiti ai tempi della scuola e, come allora, i due amici parlarono a lungo. Franco raccontò la sua storia accaduta il giorno prima senza tralasciare nessun dettaglio. Volle raccontargli anche degli stati d’animo più profondi che aveva provato e della carica emotiva che il vecchio Ubaldo gli aveva trasmesso con le sue parole, i suoi sguardi, i suoi disegni. Enzo lo ascoltava senza interromperlo, soppesava bene ogni parola e godeva di quel momento di fiducia che sebbene fosse naturale che avvenisse, solo poche volte era venuta fuori fra loro. Persino quando Franco parlò di Anna, non si lasciò andare a quelle battute sarcastiche proprie di un rituale antico fra amici.
Era come incantato e, solo quando il racconto fu finito espresse il suo pensiero.
« Secondo me, la storia non è finita. Il vecchio non può uscire di scena in questo modo. Sarebbe troppo idiota da parte sua sparire così. Anna poi è una figura che non conosci e che il tuo istinto giudica a suo piacimento. Se fosse libera, ti direi di aspettare il momento giusto, ma, visto che è sposata, direi….»
«Girale al largo!» interruppe Franco finendo la frase.
«Appunto» E lo guardò fisso.
«Ho voglia di camminare un po’. Usciamo?».
Scesero da casa e si diressero a piedi verso il centro. Anche questa era una consuetudine di quando non avevano automobili e raggiungevano gli amici in Piazza della Vittoria; vecchie abitudini che ai due piaceva rinnovare per rimanere almeno quelli che erano.
«Era tanto che volevo parlarti, Frà,» disse grave Enzo.
«L’ho capito, aspettavo che ti decidessi a farlo.»
«Già, a te non sfugge niente. Sto passando un momentaccio, e fino ad ora non ho avuto il coraggio di parlarne».
La voce di Enzo non era più impostata come prima, un tremolio in essa rendeva sofferta la confessione che si accingeva a fare.
«Ricordi Silvia? Quella ragazza con cui stavo un paio di mesi fa?»
«La brunetta che studiava lingue a Bari?»
«Proprio lei. L’ho messa incinta!»
«Cazzo, no!»
«E invece sì. Era proprio incinta!»
«Perché dici era? L’hai fatta…»
«Era d’accordo anche lei, per la miseria! Non potevamo… Sì, insomma, non era il caso che…»
«Enzo, ma come è possibile? Proprio tu che usi tutte le precauzioni ti sei fatto fottere!»
«Con lei era tutto diverso». La voce era tornata ferma, forse l’aver detto a voce alta il suo segreto gli era servito ad alleggerirsi del peso del suo rimorso. «In quel periodo, quando cioè stavamo insieme, pensavo di aver trovato in lei la donna della mia vita… Non mi sfottere, ti prego. Non è facile per me dire queste cose».
«Cosa vi impedisce di tornare insieme?» lo incalzò serio Franco.
«Quel maledetto aborto! Non riusciremo mai a dimenticarlo. E’ stato terribile. Tutti e due siamo consapevoli di aver ucciso un bambino … Il nostro bambino, per la nostra libertà!... Non ci vediamo da quel giorno: abbiamo deciso così, però ora è peggio. Io l’amo ma temo di incontrarla. Non sopporterei il suo sguardo.»
Decisero di sedersi in un pub a bere una birra; i loro problemi non richiedevano analisi approfondite della situazione. Entrambi erano a pezzi ma lo stare insieme li faceva sentire meglio.
«Si è fatto tardi, alle sei e mezza devo trovarmi alle prove. » disse Enzo guardando l’orologio, «Perché non vieni a vederle?».
«No, preferisco vedere la commedia in teatro quando la rappresenterete».
«Ok, come vuoi. Ma fammi sapere come va a finire la tua storia. Ti telefono.»
«Telefona a lei piuttosto; non puoi nasconderti a vita. Se l’ami davvero, non lasciartela scappare. Tutto si aggiusta.»
«Ci penserò, ci penserò» e si alzò dal tavolo. Franco restò lì a finire la birra, poi ne ordinò un’altra e la sorseggiò piano, pensando a Enzo e al suo segreto. “Tutto si aggiusta” gli aveva detto, ma in quel momento avrebbe voluto crederlo. Enzo almeno qualche speranza l’aveva di guadagnare l’amore di quella ragazza, ma lui? Non sapeva neanche da dove cominciare, la sua vita era crollata come un castello di carte: sapere di vivere in un posto che non gli apparteneva lo faceva sentire terribilmente solo. Non aveva voglia di tornare a casa e lo star seduto solo in quel pub quasi deserto lo faceva sentire un cretino. Vide un telefono e chiamò a casa di Lino e Ninetta. Rispose lei. Franco la immaginò intenta a preparare la cena per il marito, con indosso uno dei suoi grembiuli colorati. Lo scrupolo di aver fatto di tutta l’erba un fascio diventava sempre più pressante in lui, dopo tutto Lino e Ninetta non si erano comportati da “custodi della città vecchia”, ma da tarantini, quelli veri, che non si sentono né di questa né di quella parte del ponte. Solo ora lo capiva, solo ora riconosceva di essere stato lui stesso un ipocrita a volersi sentire in un modo anziché in un altro.
«Dimmi Franco, è successo qualcosa?» chiese preoccupata Ninetta.
«No, volevo solo chiederti un piacere. Prenderesti le chiavi di casa mia da Anna? Io non dormirò a casa stanotte, vado dai miei genitori e siccome le chiavi…»
«Non ti preoccupare, le terrò io, le chiavi. Tu quando torni?»
«Presto, al massimo domenica sera. Approfitto, visto che domani non lavoro, per stare due giorni con loro. Spero mi serva a calmarmi!»
«Bravo, fai bene, mi stavo proprio preoccupando. Pensavo che te la stavi prendendo con noi, sai?»
«Ma cosa ti passa per la testa?» replicò lui mentendo, e poi disse quello che sapeva l’avrebbe fatta felice: « Per me siete come genitori!» e mentre lo diceva si scoprì emozionato a quella frase; che lo volesse o no, quei due vicini di casa erano in qualche modo la sua famiglia. Lo erano diventati nel modo più naturale del mondo: col cuore e non con il cervello.
«Devo essere diventato matto!» si ripeteva mentre in auto pensava a come li aveva trattati il giorno prima e si ripromise di rimediare al torto inferto con una damigiana di vino primitivo della riserva del padre.
mimmofornaro





domenica, 30 luglio 2006, ore luglio 30, 2006 15:06

OPS...


MI E' SCAPPATO UN ALTRO CAPITOLO...


SARANNO CONTENTI CHI COME ME E' A CASA AD ANNOIARSI


NIENTE PAURA AMICI...


SE NE VOLETE CE N'E ANCORA...


BASTA CHIEDERE


VI ASPETTO !!!


CAPITOLO VIII

La sirena ormai non sembrava più la stessa delle prime tavole. La rabbia aveva alterato i bei tratti del suo viso facendola assomigliare di più ad una strega. Ubaldo avrebbe potuto tranquillamente fare il disegnatore di fumetti, la precisione con cui tracciava i volti dei personaggi era impressionante. Ora Franco aveva sotto gli occhi la sagoma di una donna che teneva una bambina per mano mentre al tramonto le barche si ritiravano. La sirena era così vicina e sul viso aveva un sorriso così cattivo che lasciava presagire una imminente vendetta. Dopo qualche disegno, una bara veniva portata in spalla nella stessa chiesa dove qualche anno prima si erano sposati. Ubaldo seguiva il feretro con Anna in braccio e la sirena era raggiante di felicità. I disegni che seguivano avevano tutti come sfondo la luna sul mare mentre lui, sul molo, con una bottiglia per compagna, si teneva il capo fra le mani. Tante angolazioni diverse per esprimere il dolore che provava per la perdita della moglie. La sirena lo guardava sorridendogli senza essere veduta. Chissà, forse pensava che col tempo gli sarebbe passata e tutto sarebbe tornato come una volta.

Ma una di quelle notti successe qualcosa che tolse ogni speranza alla creatura del mare.

Lui era in piedi di fronte alla luna che si specchiava nell’acqua e con il pugno in alto pareva che guardasse proprio dalla sua parte. Sembrava che le intimasse di andare via o le mandasse chissà quale maledizione, perché il suo sguardo era attonito, straziato quanto quello di Ubaldo, il suo pescatore. La storia che seguiva su quei fogli, scorreva senza che dai disegni trasparisse l’emozione del disegnatore, si riduceva tutto ad una enunciazione dei fatti: Anna alla prima comunione, le sue nozze, i suoi due figli. Della sirena si erano perse le tracce. L’ultima tavola in cui era presente, ritraeva solo la coda mentre andava via. Ma, con grande sorpresa di Franco, eccola riemergere dalle acque mentre Ubaldo si tocca la gamba con una smorfia di dolore. L’ultima tavola lo ritraeva sulla sedie a rotelle. Probabilmente la sirena aveva colpito anche lui.

Si era fatto tardi ma Franco non aveva sonno, ormai il pacchetto delle sigarette era quasi vuoto e nella stanza il fumo rendeva l’aria irrespirabile. Era ancora lì, seduto con quell’ultimo disegno sotto agli occhi, come in trance. Immaginava Ubaldo mentre disegnava su quei fogli e con le matite colorate dava ombre e sfumature alla sua storia.

Chissà quanto tempo era passato da quando si era ritratto su quella carrozzella.

Probabilmente un anno; da allora nella sua vita non era accaduto nient’altro da raccontare. Aprì la porta a vetri che dava sul balcone e l’aria fresca sul viso gli diede un senso di benessere. Pensò al giorno appena trascorso, i cui minuti erano passati come anni sulla sua pelle, forse per questo restò ancora un po’ lì, appoggiato alla ringhiera del balcone; anche quella notte andava vissuta appieno. Nella sua mente si fermò il ricordo di quelle domande: Perché ti interessano tanto i delfini? Cosa vuoi da loro? Domande che, sicuramente, anche Ubaldo si era posto da tempo pensando alle sirene; ma cosa si era risposto? E chissà se insieme a quelle domande “strane” aveva provato a rispondere a questa: “Davvero credi che esistano le sirene?”.

La luna illuminava la notte e segnava il mare con una scia argentata. Cosa importa! pensò sorridendo, Esistano o non esistano, l’importante è poterle sognare. Ubriacarsi di fantasia fino a volare sulla testa di chi non ha il coraggio di credere nelle favole: questo è quello che conta!

Dette un ultimo sguardo al mare. Niente delfini …E neanche sirene. «Sicuramente mi osservano di nascosto» esclamò fra sé e sé.

E andò a dormire.

La sveglia trillò puntuale alle sei ma Franco era già sveglio, la gola gli bruciava a causa delle sigarette e il pensiero di poter essere chiamato da Ubaldo gli aveva fatto passare una notte agitata. Si alzò con la schiena dolorante, quel divano non era poi così comodo come pensava, e senza fare rumore andò a preparare il caffè. Ubaldo doveva essere sveglio da tempo e udì gli spostamenti, per quanto silenziosi, di Franco.Il vecchio guardava vincendo a poco a poco la penombra: i posters sui muri, le camicie e i pantaloni da stirare ammassati su una sedia. Respirava il profumo che dalla stanza emanava, profumo di pulito, di casa ben tenuta. Spesso aveva sentito Anna dire che le sarebbe piaciuto avere una casa profumata perché, sebbene fosse molto pulita, nella casa di lei l’intenso odore di giunco sopraffaceva ogni fragranza. Ubaldo notò come fosse

ordinato quel ragazzo. Anche lui lo era stato quando viveva in un monolocale in Vico Casalino, quando come Franco decise di vivere da solo per sentirsi più libero. Poi arrivò lei, ma durò poco. Tossì per far capire a Franco che era sveglio e questi non tardò a fare capolino dalla porta per controllare.

«Buon giorno!»

«Buon giorno» rispose Ubaldo. «Hai dormito stanotte? Ho visto la luce accesa fino a tardi!»

«Sono stato sveglio a lungo, ma ne valeva la pena! Ti ho disturbato forse?»

«No. Ormai il mio sonno non è più continuo come una volta, sono come un neonato, mi

sveglio ad ogni ora!»

«Il caffè sta uscendo. Se aspetti te lo porto a letto!»

«Lascia stare, non sono abituato a queste comodità. Se mi dai una mano ad alzarmi ce lo

prendiamo insieme in cucina!»

Franco lo aiutò e lo accompagnò in bagno come se fosse stata la cosa più naturale del mondo; se ne rese conto in cucina, mentre versava il caffè. Gli sarebbe piaciuto, oggi, versare il caffè a suo nonno, magari per fare quello che esplicitamente voleva fare con Ubaldo: conoscerlo. Poi pensò ai suoi genitori, era una settimana che non li vedeva e si sentì un po’ in colpa per non aver sentito il bisogno di farlo. Ormai c’era solo il tempo per un caffè; Ubaldo aprì la porta e con un sorriso chiese a Franco di aiutarlo a scendere il gradino con la carrozzella; questi si precipitò da lui progettando di costruire uno scivolo che gli agevolasse l’accesso al bagno.

«Allora, hai visto i disegni?» chiese il vecchio dopo aver sorseggiato il caffè.

«Sì. Avevi ragione tu. Non ho resistito alla curiosità» e arrossì a quella constatazione. 

Non gli piaceva mostrarsi curioso. «Sono bellissimi», continuò, «Ma mi piacerebbe parlarne quando torno, se ti va’. A proposito, ieri sono venuti Anna ed Emanuele. Se hai bisogno di qualcosa, chiamali. Comunque, tua figlia credo verrà in ogni caso, che tu lo voglia o no. Cerca di essere gentile con lei . Ieri li ho strapazzati abbastanza!» e si alzò per infilare il suo giubbotto. Ubaldo lo osservava e si chiedeva come sarebbe stato se avesse avuto un figlio maschio, se, come gli stava succedendo con Franco, sarebbe stato fiero di vederlo così padrone del suo tempo.

Chissà se, come aveva fatto con lui, gli avrebbe consentito di guardare i suoi disegni.

Con Anna era stato tutto difficile dal principio. Era così piccola quando la madre morì e

lui non possedeva parole o spiegazioni per farle asciugare le lacrime. Era troppo impegnato a maledire il mondo per quello che gli aveva fatto e a bere per scambiare il suo pianto con una falsa risata. Anna intanto cresceva senza il suo conforto, con la responsabilità di accudirlo, e il bisogno che hanno tutti i bambini di quella età: essere coccolati, sentirsi protetti, amati. In quella casa invece c’era il gelo del silenzio e l’assenza totale di un padre

comprensivo o almeno momentaneamente distratto. Erano due entità legate dall’affetto reso muto dal dolore di un distacco prematuro e ingiusto. Fu naturale quindi che, non appena sedicenne, Anna si affidasse a chi per primo la faceva sentire importante, unica.

Fu allora forse che Ubaldo si accorse di avere sbagliato tutto. Smise di bere e ospitò quella giovane coppia in casa sua, anche perché non avevano altro posto dove andare.

Emanuele conosceva quell’antico mestiere e dal primo momento lavorò duro per non dover pesare sul bilancio di Ubaldo. Provvide da solo, senza accettare alcun aiuto, ad accudire la sua famiglia con orgoglio perché abituato al sacrificio e rassegnato al fatto che la gente come lui non aveva altra scelta per sopravvivere. Ubaldo lo aveva osservato e studiato a lungo. Cercava di scoprire in Emanuele quello che lui aveva fatto mancare ad Anna, ma ben presto, forse prima di lei, capì che la sua unica figlia non aveva trovato quello che cercava, che, nonostante si aggrappasse forte all’amore dei bambini, soffriva in silenzio per l’indifferenza di un marito ossessionato dall’idea di essere capo famiglia a tutti i costi. Troppe cose aveva trascurato Emanuele, per sentirsi tale davanti alla gente, tante cose aveva dato per scontato a causa della sua povera aspirazione; anche una carezza inaspettata avrebbe fatto felice Anna, un “ti amo” bisbigliato in un orecchio o un sorriso complice le sarebbe bastato per colmare il vuoto di una infanzia rubata. Ma ormai da tempo nessuno dei due provava alcun trasporto nel fare l’amore. Si riduceva tutto ad un fugace momento seguito da una “buona notte” e a volte dalle lacrime soffocate di lei.

“E’ tutta colpa mia!” si ripeteva spesso Ubaldo quando nello sguardo di Anna leggeva il

suo rammarico, ma era troppo tardi per parlare, e a che pro, poi?

Solo il sangue li legava, ma uno, poteva solo immaginare quello che provava l’altro.

Tutto continuava ad essere dato per scontato.
mimmofornaro





domenica, 30 luglio 2006, ore luglio 30, 2006 14:33

LA DOMENICA E' UNO DEI GIORNI PIU' PALLOSI DELLA SETTIMANA!


SOPRATTUTTO SE NON SI FA' NIENTE...


SE ANCHE VOI OZIATE


SPARATEVI QUEST'ALTRO CAPITOLO


E


APRIAMO LA VALIGIA DI UBALDO...


                                                             CAPITOLO VII


La televisione era ancora accesa. Trasmettevano un film comico americano di quelli che ad Enzo piacevano tanto. Spesso se lo vedeva arrivare con qualche videocassetta sotto il braccio e veniva letteralmente costretto a guardarla insieme. «Questo film è irresistibile!» diceva, ma come al solito, mentre lui si contorceva dalle risate, Franco rimaneva impassibile. In quel momento avrebbe voluto che entrasse dalla porta. Aveva voglia di parlargli, voleva raccontargli cosa era successo dopo che si erano lasciati quella mattina e magari cercare di capire il motivo della sua insolita malinconia.


Guardò l’orologio: le nove e venti; un po’ presto per andare a letto. Enzo sicuramente si trovava in qualche luogo appartato a farsi consolare da qualche ragazza incantata dai suoi occhi espressivi e dai suoi discorsi esistenzialistici.


Impossibile sfuggire a quella tecnica di conquista! Erano anni che l’adottava con successo e forse aveva ragione lui quando sosteneva di non ingannare nessuno. Enzo provava davvero quei sentimenti che esternava, forse per la sua capacità di immedesimarsi come un attore nella parte o forse perché non sapeva amare a lungo. Chissà, forse anche lui come Franco cercava una persona con cui volare e per questo era in crisi?


Franco rise mentre ci pensava e sedette di fronte alla valigia  di Ubaldo, prese la chiave  l’aprì. Era un po’ emozionato, guardò dentro e ci trovò degli album, li aprì rapidamente eciò che vide lo lasciò senza parole. Su quei fogli da disegno pareva che le scene raffigurate godessero di una vita propria.


Dei  disegni meravigliosi. Il mare era sempre presente in quei soggetti e con un po’ di attenzione notò che un’altra componente non mancava mai: le sirene, ora nascoste dietro uno scoglio mentre guardavano una barca (forse la sua), ora che si esibivano in evoluzioni sottomarine con i loro delfini. In alcuni si vedevano solo le pinne, ma la loro presenza era fissa in quei disegni. Anche i colori erano curati bene, aveva usato pastelli e anche il più piccolo particolare era sottolineato come se fossero delle fotografie che immortalavano momenti di sogno. Già, un sogno forse più ambizioso dei delfini: Ubaldo aspettava le sirene. Continuò a sfogliare quei disegni che rivelavano con piccoli particolari l’esistenza di quelle fantastiche creature. Solo a volte le sirene erano in primo piano, ma venivano rappresentate di schiena mentre si nascondevano per sfuggire agli occhi di chi non aveva pinne.


Franco non poté fare a meno di notare che quei disegni tracciavano un racconto. Le prime tavole ritraevano un ragazzetto sul molo e alcune sirene che dietro una barca lo spiavano sorridendo.


Via via che i disegni si susseguivano, il ragazzetto cresceva e Franco capì


dalla rassomiglianza del viso che quella era la storia del vecchio, la storia della sua vita.


Ancora adesso, Ubaldo conservava quei tratti sul viso e anche in quel disegno che lo ritraeva scalzo e bambino ad aspettare le barche aveva quello sguardo così intenso e nello stesso tempo distaccato. Franco sfogliava quegli album con una lentezza mistica. Il suo respiro regolare dimostrava come quella scatola aveva avuto su di lui il potere di rilassarlo. Neanche un buon libro, a volte, ci riesce. Ora capiva perché era giusto che quella scatola l’aprisse da solo. Ubaldo rispondeva a tutte le sue domande raccontandosi senza aprire bocca . La sua presenza sarebbe stata elemento di disturbo, avrebbe imbarazzato entrambi. Il bambino cresceva e si faceva alto e bello, i suoi muscoli guizzavano sotto la sua pelle abbronzata mentre ombreggiava la barca o remava fra i pali delle cozze in Mar Piccolo. Le sirene però non  erano più in tante, solo una lo spiava e il suo sguardo non era quello benevolo e protettivo di quando era bambino: era uno sguardo da innamorata. Lo ammirava mentre si tuffava  dal ponte di pietra proprio come il  salumiere lo aveva descritto: “come un uccello”, con le braccia aperte e il torace in fuori, in un volo d’angelo, e “come un delfino” fra gli schizzi di un mare non abbastanza complice da farli incontrare.


Com’era fiera di lui quella sirena!


E nel disegno che lo ritraeva  alle prese con un delfino impigliato nella sua lenza, erano così vicini che solo per un soffio lui non la vide. Era poggiata sul bordo della barca e li osservava, mentre il ragazzo liberava il delfino in mare. Franco era estasiato da quel racconto, e il susseguirsi di quelle innumerevoli tavole accarezzavano la sua fantasia facendogli  perdere di vista la realtà. Le sirene non esistono. Nessuno ha mai parlato con loro e nessuno le ha vedute così da vicino da non avere dubbi in merito; nonostante questo, però, sperava di trovare, nei successivi disegni, Ubaldo e la sua sirena abbracciati  al chiaro di luna. Quel disegno non arrivava. Lui diventava sempre più grande, si avventurava sulla barca ignaro di lei ma sempre fedele. Con Ubaldo ormai uomo non c’erano mai donne e la bella sirena non invecchiava, lo osservava sempre innamorata fino a quando non  lo vide passeggiare con una ragazza sulla marina e uscire dalla chiesa di S. Giuseppe con gli invitati che sorridevano ai novelli sposi. Quei due eventi ricordarono a Franco che sebbene ci fosse in quei disegni una componente irreale, sopra la superficie del mare e sulla terra, quella storia che si svolgeva sotto ai suoi occhi era reale. Ubaldo si era sposato davvero in quella chiesa, e quel disegno poteva essere meraviglioso anche senza quella sirena che con l’aria tanto triste spiava dal mare!  Era un sogno e i sogni non sono rilevanti ai fini di una cronaca. Doveva essersi sposato tardi, Ubaldo. Dal suo aspetto si sarebbe detto cinquantenne e sua moglie solo trentenne.  L’aveva ritratta in diversi  disegni  con lui mentre con l’abito buono passeggiavano in Piazza Castello a ridosso della ringhiera che dava sul mare. Era bella, ma aveva sempre il viso stanco, pallida come se qualche malattia covasse in lei. Chissà, forse era stata la sirena a soffiarle dal mare qualche misterioso veleno, sembrava così arrabbiata! Il viso di quella creatura era diventato cattivo, colmo di gelosia e non cambiò neanche quando vide la sposa del suo Ubaldo che aspettava col pancione l’arrivo del suo uomo. Proprio su quella banchina dove aveva notato il suo unico amore ancora bambino, ora le toccava vedere una donna con in grembo il suo seme.


Il susseguirsi dei disegni era così preciso da far dimenticare quello che succedeva intorno a Franco.


Era così immerso in quel racconto da non sentire che bussavano alla porta.


Quando si sentì chiamare per nome trasalì. Riconobbe la voce: era Emanuele.


Istintivamente mise via gli album nascondendoli in un mobile del soggiorno, era convinto che nessuno oltre lui conoscesse il segreto di Ubaldo.


L’orologio sul muro segnava le dieci e dieci, era evidente che Emanuele sapeva che a quell’ora Ubaldo era a letto. Spalancò la porta socchiusa con un movimento deciso. C’era anche Anna.


«Se sei venuto per fare a pugni, scegli un posto più isolato,» disse Franco. «Non ci tengo a dare spettacolo!».


Nella sua voce c’era disprezzo, non parlava in dialetto come spesso faceva con Emanuele. Ora era Franco che voleva sottolineare la  loro diversità.


«Non sono venuto per questo … Possiamo entrare?»


Franco fece un cenno col capo e li fece accomodare intorno al tavolo del soggiorno.


Spense il televisore, il film era quasi finito senza  che se ne fosse accorto. Guardò Anna, somigliava molto alla madre: aveva i suoi occhi.


«Allora?» chiese un po’ seccato.


«Siamo qui per chiederti scusa,» rispose a voce bassa Emanuele.


«Non c’è bisogno, tra qualche giorno tuo suocero tornerà a casa e ‘sta storia finirà una volte per tutte!»


«Già, ma vorrei che tutto tornasse come prima, sono stato un coglione…e ubriaco per giunta!» sorrideva cercando di compiacere Franco, ma in quella stanza l’atmosfera era gelida.


“Ormai non ha più senso che tutto torni com’era.Il vino ti ha solo fatto trovare il coraggiodi dire ciò che pensi».


«Non è vero!» intervenne istintivamente Anna. «Non pensava quello che ha detto!»


Era impossibile sfuggire a quegli occhi, Franco ne fu per un attimo rapito, poi con tono distaccato riprese a parlare.


«Non ha più importanza. Per quanto mi riguarda, è gia da tempo che non mi frega un bel niente di quello che la gente pensa di me. Non me ne faccio un problema».


«Senti Franco, io….»


«Sentimi tu invece, Emanuele! Non mi piacciono queste visite ufficiali e, per come ti sei comportato, non mi piaci neanche tu. Quindi trovo inutile parlarne» e si alzò come per dire


“andate via!” La coppia  si alzò e prima che andasse via, Franco rivolto ad Anna aggiunse: «Tuo padre non ha tagliato i ponti con voi, me lo ha detto quando gli ho consigliato di essere più comprensivo; quindi, se lo vieni a trovare, ne sarà felice. Puoi venire anche quando non ci sono, potrebbe aver bisogno di aiuto».


Ancora una volta colse la luce negli occhi tristi di lei. «Grazie» rispose la donna.


Franco li accompagnò alla porta per salutarsi con freddezza.


Il ragazzo chiuse la porta e respirò profondamente, quella situazione lo stava soffocando. Non era abituato a trattare così la gente, specialmente quelle persone che fino al giorno


prima considerava un po’ la sua famiglia…Poi c’era Anna, quella che dopo anni aveva finalmente conosciuto e che complicava tutto.


Sì, era giusto così! Doveva evitare di pensare a lei e di desiderare incoscientemente che


lo sapesse, doveva sfuggire a quel richiamo, non era per niente il caso di ficcarsi in un altro guaio.


Lo sguardo si posò sul pacchetto di sigarette che fino a qualche ora prima era intatto, pensò di rimetterlo a posto e di  resistere alla tentazione di fumare, ma ormai la sua scommessa col fumo era persa. Ne accese una e andò a e si rituffò nei disegni di Ubaldo.


 

mimmofornaro





sabato, 29 luglio 2006, ore luglio 29, 2006 23:12


EBBENE SI, CARI AMICI,


CREDO PROPRIO CHE AFFRETTERO'


L'INVIO DEI CAPITOLI DI


QUANDO ARRIVERANNO I DELFINI...


ANCHE SE POCHI LASCIANO TRACCE DI SE ATTRAVERSO I COMMENTI,


IL NUMERO DEI VISITATORI SALE!!!!


E CHI SE LO ASPETTAVA???


MA ECCOMI AL VI CAPITOLO...


 


CAPITOLO VI




Era un po’ che vagabondavano per i vicoli. La scarsa illuminazione lasciava indifferenti i due che senza meta scivolavano per quell’intrigo di viuzze e postierle a volte tanto strette da non poter passare con la carrozzella. Ubaldo aveva ripreso a parlare e la sua voce bassa accarezzava le orecchie di Franco dandogli energia positiva; il vecchio parlava di quei vicoli, di quando le carrozze dei nobili le percorrevano facendo scostare al loro passaggio i bambini. Parlava dei banditori che le attraversavano per annunciare la prossima apertura di qualche attività commerciale; e parlava dei vecchi mestieri ormai scomparsi e sostituiti dalle meraviglie del progresso.

In via Duomo Franco si fermò per acquistare il pane in una salumeria e chiese a Ubaldo cosa avrebbe voluto mangiare per cena.

«Qualunque cosa va bene» rispose sorridendo. Quel ragazzo aveva dimenticato che solo un paio d’ore prima era deciso a rispedirlo a casa sua. O almeno questo aveva creduto.

L’anziano signore dietro il banco pesò il pane, lo porse a Franco, intravide e fermò il suo sguardo sulla carrozzella fuori dal suo negozio. Sgranò gli occhi, poi chiese se quello su quella sedia era Ubaldo “Il pescatore”. Il ragazzo sorrise orgoglioso.

«Sì, è lui» rispose.

«E come sta?», volle sapere parlando sottovoce, con un tono che infastidì Franco.

«Bene», rispose frettolosamente il ragazzo. «Quanto viene il pane?»

Voleva tagliar corto quella conversazione dai toni pettegoli; il salumiere però non colse l’invito ad interromperla e senza distogliere lo sguardo dalla carrozzella mezza illuminata dalla luce del suo locale continuò a parlare quasi fra sé.

«Ricordo da bambino, quando lui già ragazzo si tuffava dal ponte di pietra. Era il migliore, si lanciava nel vuoto come un uccello ed entrava nell’acqua come un delfino. Tutti si fermavano a guardarlo, ma lui non lo faceva per gli altri. Si diceva in giro che si tuffasse anche di notte e a volte d’inverno. Era una roccia, tutti lo ammiravano ma lui neanche ci pensava, per lui il mare era la sua casa e la barca sua moglie; se fosse stato per lui la terra poteva anche essere risucchiata dal mare… E ora guarda come è ridotto!»

Franco pagò e uscì con negli occhi l’immagine del giovane Ubaldo che si tuffava dal ponte. Continuò a spingerlo e si trovarono di fronte al duomo di S. Cataldo. Il vecchio si fece la croce, lui se ne vergognò ma si fermò per dare spazio a pensieri verso il Divino. Sostarono qualche minuto, e Franco fu certo che anche il suo amico in quei momenti avesse scelto lo stesso interlocutore. Ebbe poi voglia di parlare ma non sapendo cosa dire restò in silenzio, lavorando mentalmente al suo racconto. Solo quando arrivarono verso casa ricominciarono a parlare del più e del meno; intanto, però, aveva già scritto nella sua mente i primi capitoli del suo racconto. La porta a piano terra era ancora chiusa ma nessuno dei due se ne interessò; salirono la rampa di scale con il vecchio appoggiato al corrimano e alla spalla di Franco; non aveva accettato che questi lo prendesse in braccio e, fidandosi della forza delle sue braccia ancora sorprendentemente poderose, si era cimentato in quell’impresa non esattamente facile. Quando poi il ragazzo portò su la sedia a rotelle trovò sul pianerottolo Ninetta che lo aspettava con un piatto coperto da un tovagliolo di carta.

«Tieni, sono pettole. Avrei voluto dartele stamattina, ma la porta era chiusa…»

«Grazie» disse lui, «Sei sempre gentile… Come sta Lino? Mi dispiace, non avrei dovuto provocare Emanuele …».

«Non ti preoccupare; Lino ha sette spiriti come i gatti, lo conosci no? Comunque, quello che si doveva scusare con lui è già venuto a farlo».

«Davvero carino da parte sua!» ribatté sarcastico. «Ora Lino è in casa?»

«Sì, guarda la televisione».

«Allora, se non disturbo, fra un po’ entro due minuti».

«D’accordo ti aspettiamo».

Franco si era reso conto di essere stato freddo nei riguardi di quella donna, ma dopo la lite del pomeriggio, si era ormai convinto di non essere mai stato neanche lontanamente uno di loro. Gli atteggiamenti che gli riservavano, servivano solo a metterlo a suo agio come si fa con gli ospiti, e di colpo così si sentiva: un ospite che, come dice il proverbio, è come il pesce, dopo tre giorni puzza.

Oggi ricorreva il suo terzo giorno, evidentemente, e anche se per educazione non tutti facevano notare la sua estraneità a quei luoghi, era lui a sentirsi fuori posto. Sarebbe andato via da lì, ma non subito, non voleva dare questa soddisfazione a nessuno, sarebbe andato via non appena avesse finito di scrivere il suo racconto. Fino ad allora però, solo con Ubaldo sarebbe stato naturale come un tempo; gli altri sarebbero ritornati ad essere gli abitanti dell’isola, divisi da lui e da quelli che appartenevano “all’altra Taranto”, quella al di là del ponte. Entrò con la sedia a rotelle e dopo averla aperta vi adagiò con cura Ubaldo che, forse perché stanco o semplicemente perché toccatonell’animo da quella naturale tenerezza, lasciò gestire il suo corpo dalle braccia di Franco abbracciandolo al collo per farsi sollevare. Prima aveva rifiutato questo aiuto.

«Vado un attimo da Lino. Torno presto.» e fece per andare. Anche Franco era emozionato da quel contatto col vecchio e non voleva che si vedesse. Aveva paura di essere deriso da lui.

«Franco!»  lo chiamò dopo che il giovane ebbe fatto due passi.

«Sì?» rispose Franco. Nei films di solito in queste situazioni trascorrono due secondi di pausa prima che il vecchio dica “grazie!” al giovane, ma Ubaldo era l’esatto contrario di quello che si pensa di solito.

«Accendi la televisione per favore?» fu tutto quello che disse.

«Ok. Il telecomando è sul tavolo» e il ragazzo uscì scotendo il capo.

«Disturbo?»

«Entra, Franco!» Ninetta gli andò incontro sorridente. «Lino è nel soggiorno, vieni!» E gli fece strada. A Lino il naso gli doleva ancora un po’, ma non era né nero, né gonfio grazie al ghiaccio che Ninetta gli aveva applicato immediatamente. Il rapporto fra loro era meraviglioso, forse la mancanza di figli li aveva ancor più legati l’uno all’altro. Si facevano delle sorprese, come un piatto speciale per Lino o la borsetta che Ninetta desiderava; si coccolavano a vicenda tollerando a turno eventuali motivi di turbamento della loro armonia. Erano un po’ simili ai suoi genitori, per questo si era affezionato a quella coppia; con loro si era sentito a suo agio. Ma in quel momento Franco aveva perso il senso della misura e a torto faceva di tutta l’erba un fascio. La gentilezza di Ninetta eLino la addebitava al fatto che ai due faceva piacere coccolare “l’ospite”, saziare la sua curiosità per continuare a rimanere padroni di casa, di una casa dove si accede per gustare uno spettacolo per turisti, tanto ben concertato da far credere che tutto sia naturalmente così. La sua visita non durò a lungo. Franco sviò tutti gli argomenti che lo avevano portato ad ospitare Ubaldo e a litigare con Emanuele. Volontariamente fece capire che quelli erano affari suoi e non aveva voglia di parlarne con loro. Fu brusco. E questo mortificò i suoi


vicini di pianerottolo, non riuscivano a capire cosa fosse successo. Fino a quel mattino andavano così d’accordo e ora lui li tagliava fuori trattandoli con sufficienza, come se quella visita fosse solo una semplice dimostrazione di cortesia verso degli estranei. Si rifugiò in casa, conscio di avergli dato un dolore, ma ormai era fatta, e sebbene anche a lui dolesse, era convinto che fosse giusto così. La televisione era accesa e Ubaldo guardava il telegiornale; doveva essere strano per lui trovarsi lì. Quella notte non avrebbe dormito nel suo letto e la mattina dopo Anna non gli avrebbe portato il caffè.

“Chissà cosa prova” si chiese Franco e ricordò di quella volta che con Enzo scapparono di

casa. Stettero fuori fino a tardi godendosi il gusto dell’avventura, ma non appena si presentò il problema di come trascorrere la notte, si ritirarono con la coda fra le gambe. Avevano solo dodici anni e forse nessuno oltre loro capì che quella voleva essere una fuga. Probabilmente Ubaldo aveva qualche motivo migliore per andarsene via e non tornare per dormire, tanto più che il loro motivo si era perso nella memoria. Preparò una cena frettolosa e mangiarono guardando la televisione. Ubaldo mangiò poco, disse che la sera non cenava pesante ma, anche se non lo riconosceva, era stanco.

Franco sparecchiò e andò a preparargli il letto, lui si sarebbe coricato sul divano. Quando tornò vide negli occhi di lui lo stesso sguardo triste che aveva già visto tanti anni prima sul volto di suo nonno. Forse se fosse stato vivo, avrebbe avuto la stessa età di Ubaldo; o forse no, non sapeva quanti anni avesse “il pescatore” ma ora capiva cosa lo aveva spinto a fidarsi di lui, era simile in molte cose a suo nonno. Grazie a suo nonno, un omone col culto della terra e del buon vino, Franco aveva imparato le usanze paesane. Con lui aveva passeggiato a lungo nei campi, mangiato pane e pomodori appena colti e preso parte al rito della vendemmia e della trasformazione dell’uva in vino. «Dai vecchi c’è sempre qualcosa da imparare!» gli disse un giorno mentre con il suo coltello per potare sbucciava una mela. Ora quel coltello lo aveva lui: il nipote con cui aveva diviso passeggiate, sole e segreti; come quando lo scoprì con una vicina di casa in atteggiamenti “molto affettuosi”. Franco aveva dieci anni quando questo accadde, e il loro segreto durò solo tre anni, fino a quando la nonna morì improvvisamente per un infarto e il marito la seguì l’anno dopo. Si era chiuso in se stesso disertando i campi, uscendo solo per portare fiori sulla tomba della moglie.Solo dopo la morte del vecchio Franco capì che tutti quanti sapevano dei suoi tradimenti, compreso la nonna. Chissà, forse il nonno era stato preso dai sensi di colpa, ritenendosi responsabile dell’infarto che gli aveva tolto la moglie; oppure oltre questo c’era il motivo trascurato da tutti, e cioè che l’amava ancora?… Magari a modo suo? Franco preferì credere a questa ipotesi, forse un po’ traballante, ma decisamente più romantica. Del resto cosa ci si può aspettare da uno che da anni occupa uno scoglio aspettando i delfini?

«Il letto è pronto; quando vuoi coricarti…»

«Sì, grazie, ma prima prendimi la valigia» e indicò il mobile su cui l’aveva poggiata.Era arrivato il momento di conoscerne il contenuto.

«Questa è la chiave. Aprila quando sarò a letto».

«Perché? Cosa c’è, una bomba? Dai! Apriamola insieme! »

«No, ho sonno e voglio andare a letto».

Chissà perché, quell’uomo continuava a somigliare sempre più a suo nonno. Anche il suo modo di trattarlo era simile al suo. Ma forse era Franco che lo desiderava. Lo aiutò ad entrare in bagno, poi, dopo avergli passato le stampelle uscì e aspettò in cucina fino a quando non lo sentì uscire. Non voleva che in nessun modo il suo ospite si sentisse in imbarazzo; Ubaldo lo capì e ne fu grato.

«Non preoccuparti,» disse. «Non starò qui molto tempo!»

«Non mi preoccupo affatto. Vorrei solo che per quel poco che avrò il piacere di averti con me, non tagliassi i ponti con la tua famiglia, con tua figlia, i tuoi nipoti …»

«Se avessi voluto tagliare i ponti …» Rispose quasi fra sé. « …E poi, mi hai sentito no? Ho detto ad Anna che sono stato io a sbagliare. »

« Un modo come un altro per affondare il coltello. Domani mi prometti che ci parli? A casa mia puoi starci finché vuoi, lo sai. Ma non voglio che i tuoi parenti mi accoltellino per le scale!» E rise. Sorrise anche Ubaldo e acconsentì col capo.

«….E la valigia la apriremo domani pomeriggio quando torno dal lavoro.»

«La chiave è sul tavolo,» ribadì il vecchio. «Non credo che riuscirai ad aspettare fino a domani».

«Franco lo aiutò a sedersi sul letto e non rispose. Ancora una volta aveva ragione il vecchio, non ce l’avrebbe fatta ad aspettare.

mimmofornaro





sabato, 29 luglio 2006, ore luglio 29, 2006 11:23

caro Peppe,
i tuoi commenti mi ridanno un pò di ossigeno e fiducia in quello che pensavo fosse una parentesi chiusa durata purtroppo 5 racconti (visto che ormai scrivo solo per il teatro e non più narrativa). Purtroppo non ho mai trovato nessuno disposto a pubblicarli, quindi, se vuoi, stampali e riponili in qualche scaffale della tua libreria.  Ne sarò felice.
I delfini sono animali troppo simili all'uomo con la differenza che a nostro dispetto sono liberi di essere quelli che sono senza vergognarsi di esser nati in un mare che stiamo distruggendo. Liberi di nascere, vivere e morire seguendo sentimenti da noi sepolti da qualche ipocrita logica di adattamento (?) .  Mi piace credere che tutti quei delfini ritrovati senza vita sulle spiagge abbiano scelto di morire per un qualche fine poetico... o semplicemente per rammentare a noialtri che siamo padroni di niente e che il nostro gloriarci è assolutamente ridicolo.

con vera stima

mimmo

mimmofornaro





sabato, 29 luglio 2006, ore luglio 29, 2006 02:08

ANCHE STANOTTE LA NOTTATA LA PASSERO' DI FRONTE AL PC PER TIRARE FUORI UN MONOLOGO DIGNITOSO...

LA VERITA' E' CHE MI STO LASCIANDO TRAVOLGERE DA RICORDI APPARENTEMENTE SBIADITI MA LUCIDAMENTE CONSERVATI IN QUALCHE ANGOLO DELLA MIA SFERA DI  CRISTALLO...

INCANALARE I MIEI RICORDI VERSO UN TEMPO IN CUI TUTTO SEMBRAVA FERMO

UN TEMPO IN CUI NON C'ERANO I PC, MA SI SENTIVA PARLARE DI
CERVELLI ELETTRONICI

UN TEMPO IN CUI TUTTO SEMBRAVA DOVESSE FERMARSI


DOVE I RAGAZZINI NON FACEVANO DI TUTTO PER APPARIRE TUTT'ALTRO CHE RAGAZZINI

IO PER PRIMO INCONSCIAMENTE CERCAVO DI TENERMI STRETTI QUEGLI ATTIMI PALPABILI DI UN TEMPO IRRIPETIBILE


DOVE IL TEMPO SEMBRAVA ESSERE ARRIVATO AL MIO PRIMO CHEC POINT

CAPITA DI AVVERTIRE UN RALLENTAMENTO NEL TEMPO...


CE NE SAREBBERO STATI ALTRI

LO SAPEVO ANCHE ALLORA,

MA QUESTO


E SOLO QUESTO


SAREBBE STATO DESTINATO

AD ESSERE MESSO SU CARTA E...

SU DI UN PALCO

QUESTO E' IL VANTAGGIO DI CHI SCRIVE E RAPPRESENTA

TORNARE INDIETRO E MUOVERE SE STESSI E GLI ALTRI COME SE SI FOSSE FUORI DAL TEMPO...

MA ANDIAMO AVANTI CON ILRACCONTO...

QUANDO ARRIVERANNO I DELFINI...


CAPITOLO V

«Ho dormito molto?» chiese Franco strofinandosi gli occhi in quel pomeriggio cupo.
«Più o meno un’ora».
Il vecchio aveva aperto la sua valigia e ne osservava il contenuto senza lasciar trasparire nessuna emozione dal volto. L’orologio segnava circa le cinque e la stanza era praticamente al buio; l’unica luce, accesa da Ubaldo in cucina, dava a quell’ambiente un
aspetto malinconico, solitario.
«Potevi accendere la televisione; ti sarai annoiato».
«Non volevo disturbare il tuo sonno, sembravi stanco e agitato.»
«Lo credo, hai sentito cosa è successo per le scale?»
«Aspettavo che me ne parlassi.»
«Dopo, vado a lavarmi la faccia» e uscì accendendo la luce. Ubaldo contrasse gli occhi abituati alla penombra, risistemò le sue cose nella valigia senza chiuderla. Ritornò alla finestra a fissare il molo, le barche e il mare che, nero come l’inchiostro, le muoveva con movimenti blandi, regolari. Sembrava respirasse il mare, e gonfiava il suo torace possente, sollevando come piccole maglie di una vecchia collana le barche dei pescatori. Aprì la finestra per cambiare l’aria nella stanza e per il senso di oppressione che quella sedia maledetta gli dava.

Aria!
Aveva bisogno di aria, doveva uscire e andare fuori a respirarla ma non con sua figlia, con i nipoti che si sarebbero alternati a spingerlo come se fosse un nuovo gioco. Franco era perfetto. Era stato l’unico che aveva continuato a trattarlo come quando ne aveva due, di gambe. L’unico che non aveva sentito parlare in silenzio per le scale, l’unico di cui sentiva di potersi fidare. Lo vide apparire con i capelli umidi e gli occhi ancora un po’ assonnati; era così giovane, proprio come lui quando comperò la prima barca. Da allora non aveva avuto più padroni, lo giurò a se stesso e al mare in una sera come quella, con il vento di scirocco fra i capelli e il vigore dei suoi muscoli da uomo appena nato.
«Vuoi che ti aiuti ad uscire sul balcone?»
«No. Voglio andare fuori, per strada» rispose guardandolo fisso.
«Forse faresti meglio a tornare a casa tua» ribatté triste Franco. «Cos’è, il bambino ci ha ripensato?»
Franco sbuffò. «Senti, io nei vostri casini non c’entro per niente e oggi pomeriggio per poco con tuo genero non finiva male!» e cercò le sigarette che trovò sul divano.
Pensavo di aver fatto un patto con te» replicò calmo con un tono sarcastico che infastidiva il ragazzo.
Non sapevo delle clausole che erano comprese. Il patto è sciolto!»
«D’accordo, mi sono sbagliato, sei solo un bamboccio!»
«Ora basta! Non solo mi tocca passare i guai per colpa tua, ma essere anche preso in giro non mi va! Sai cosa non mi piace di te? La tua aria di superiorità! Sei convinto di sapere tutto vero?! Beh, secondo me non sai un bel cazzo di niente, sei solo un vecchio presuntuoso! Non credo che diventerò mai come te, io ho una cosa che tu non hai: il rispetto per gli altri!»
Accese la sigaretta che intanto aveva nervosamente tirato fuori dal pacchetto e lo guardò stando in piedi di fronte a lui. Aspettava una replica da parte di Ubaldo ma questo lo stupì ancora una volta: rideva. Rideva di gusto lasciando Franco a bocca aperta. Quando ebbe finito di ridere gli chiese sorridendo:
«Non vedo occhi neri. Le hai suonate tu a lui?»
«No!» rispose con rabbia. «Ci hanno divisi appena in tempo. Solo Lino ha preso un pugno sul naso.»
e questa ultima frase lo fece sorridere. «Appena ci ha divisi, Emanuele lo ha colpito con un pugno». Ora ridevano tutti e due a crepapelle. «Possibile» dicevano tra una risata e l’altra «che Emanuele non colpisse mai i suoi bersagli?»
E giù ancora a ridere. Ubaldo rideva battendo le mani sui braccioli della sua sedia e incitava il ragazzo a raccontare l&r